Torta e cervelli

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Lavoro con la musica, quasi sempre. Passo gran parte della mia giornata con la cravatta al collo e gli auricolari negli orecchie.  Lavoro meglio, con la musica; mi aiuta a concentrarmi, e le persone mi interrompono meno, specialmente se faccio finta di non sentirli anche quando li sento eccome.

Comunque.

Almeno un anno fa, stavo lavorando al pc ed ascoltando la radio, e ho sentito l’intervista di una ragazza. Questa ragazza fa parte di un gruppo di volontari che, ogni martedì, si ritrovano in centro a Milano e vanno a parlare con i senzatetto di Duomo e San Babila. Sì, portano anche qualcosina, ma è il focus è quello della socialità, della chiacchiera, della battuta.

Fico, penso. Penso che la solitudine può essere tanto brutta quanto la fame e il freddo. Penso che sono almeno 6 anni che blatero di periferie, e che le periferie non sono solo Corvetto e Barona, sono anche questi solitari satelliti della razza umana che, anche se parcheggiati nel bel mezzo della nostra città, rimangono saldamente ai margini della nostra visione.

E poi la pianto di far vagare il cervello e mi rimetto a lavorare.

Un anno dopo, e in maniera assolutamente casuale, incontro Daniele, uno dei quei ragazzi di cui avevo sentito alla radio, che mi invita a venire il sabato mattina alla comunità di Sant’Egidio: tutti i sabati, infatti, condividono una rilassata colazione con i senzatetto che vogliono venire.

Così questa mattina, invece di essere bene accartocciato nel piumone, ero nello metro gialla con il mio ultimo esperimento: torta al cioccolata con glassa all’arancia e una spolverata di cacao amaro. Speravo fortemente che fosse venuta bene, anche perché nella mia cucina sembrava fosse esploso un secchio di cioccolata calda e zucchero, e per pulire ci sarebbero volute almeno due ore e mezza dozzina di bestemmie.

La comunità di Sant’Egidio è vicino Sant’Ambrogio, e, visto che la mia casa è praticamente sotto il cartello “Milano” sbarrato, un po’ ci metto. Fortunatamente il mio giaccone ha delle belle tasche capienti, ed estraggo il saggio sul cervello che sto leggendo di questo periodo.  Sono arrivato al punto in cui l’autore, un neuro-scienziato inglese, descrive un esperimento: collegano tre persone ad un encefalogramma e li fanno giocare a palla tra di loro. Ad un certo punto due cominciano a non passare più la palla al terzo. L’encefalogramma del giocatore escluso mostra che nel suo cervello si sono attivate le aree predisposte all’esperienza del dolore. Essere esclusi fa male, letteralmente.

Il libro è interessante e quindi sbaglio un paio di fermate. Neanche a dirlo, mi presento in ritardo: la tavola imbandita è stata per lo più spazzolata, e molti stanno andando via. Domincio comunque ad affettare ed a distribuire la mia torta: non esiste che la riporti a casa, penso, e mi trattengo a stento dallo svegliare un signore un po’ anziano che sta dormendo seduto. Arriva un ragazzo, che prima indaga se c’è rimasto un po’ di caffè, e poi chiede se putacaso ci sono delle scarpe 45. Scambio due parole con un ragazzo con la barba: è un volontario lì e anche in un’altra associazione che fornisce cure psicologiche.

“Sei psicologo?” chiedo.

“Macchè! Tengo l’amministrazione!”

Beh, le teste devono funzionare ma anche i conti devono tornare, dico.

Impongo una fetta di torta ad una ragazza napoletana, e chiacchieriamo un po’: lei è a Milano da una decina d’anni, un paio di mesi fa ha iniziato a fare la volontaria (“Beh volontaria è una parola grossa” mi corregge “do una mano”), e di lavoro fa l’analista finanziaria. Mi chiede se il ragazzo dietro di me è un volontario o no. Io ne so molto meno di lei, ma il suo dubbio mi sembra significativo: non c’è nessun “confine” tra volontari e ospiti. L’atmosfera è piacevole e rilassata. In un angolo due signori stanno parlando di Berlusconi e Renzi. Un ex-professore spiega la composizione della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (scoprirò che si è presentato al museo dicendo “Sono quindici anni che aspetto questa mostra ma non ho soldi. Fatemi entrare, per favore”). Un vecchietto si frappone tra me e la napoletana.

“È la mia ragazza ufficiale.” dichiara.

“Come ufficiale! E che ne hai altre?” protesta allegramente lei. Se ci fosse un bancone e un televisore, direi di essere in un pigro sabato mattina di un qualsiasi bar di paese.

Nel frattempo il ragazzo dietro di me mi chiede un pezzo di torta. Ben felice gliene do un pezzone. Mi chiede se l’ho fatta io, e gli spiego che è un periodo che ho questa strana fissa di far dolci: e sì che il forno fino a un mese fa lo usavo per tenerci le pentole (e ho contemplato di usarlo come scarpiera). Lui ha fatto il fornaio per un paio d’anni e mi scrive la sua ricetta per la pizza e mi da qualche dritta. Mi lascia persino il numero di telefono, nel caso abbia bisogno di aiuto (non devo infondere sicurezza culinaria). La ragazza napoletana ci sente, si entusiasma e non so bene come ma presto è deciso che io tra due sabati mi presenti con l’impasto della pizza per 20 persone, preparato il giorno prima, e che poi si cucini la pizza tutti insieme.

Scendo a fumare con l’ex-fornaio.

“Ma tu sei un volontario?” mi chiede.

“No” rispondo “è la prima volta che vengo ma mi sa che mi hanno già inculato.”. Lui si fa una risata.

Quando torniamo su una volontaria, una ventenne ciociara che studia Design a Bovisa, ci spiega come usare il loro forno: bisogna accendere qua, e poi premere qui e qui.

Sistemiamo, buttiamo l’immondizia, e saluto. In metro, tornando verso casa, penso che è meglio che la prossima settimana io faccia qualche tentativo di pizza, prima di avvelenare 20 persone.

Tiro fuori il libro. Ho quasi finito il capitolo sull’interazione tra più cervelli. Leggo:

“Potresti presumere che finisci alla fine della tua pelle, ma in un certo senso non c’è modo di definire dove finisci tu e dove iniziano tutti quelli intorno a te. I tuoi neuroni, e quelli di tutti sul pianeta hanno un ruolo in un gigantesco, mutevole super-organismo. Ciò che indichiamo come te è semplicemente una rete all’interno di una rete più grande. Se vogliamo un futuro luminoso per la nostra specie, dovremo continuare a ricercare come i cervelli umani interagiscono – i rischi come le opportunità. Perché non si può evitare la verità incisa nel circuito elettrico dei nostri neuroni: abbiamo bisogno l’uno dell’altro.”

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Corvetto, Zucchine e Sostitutiva

Ti manca la 90.

La casetta che hai comprato ad Affori è molto ben collegata: hai vicino la metro gialla, il passante, e sono pochi i luoghi di Milano che non riesci a raggiungere in mezzora.

Ma la 90 è come le sigarette: ti fa male alla salute, ma non puoi più farne a meno.

Comunque.

Scopri su internet che, all’estremo opposto della linea Gialla, in zona Corvetto, i ragazzi dell’associazione CondiMente (che non sai cosa sia ma bel nome) hanno organizzato una cena aperta, cioè una cena dove chiunque può andare e mangiare e conoscere persone. C’è un solo obbligo: devi portare un piatto, e questo piatto deve essere a base di patata.

Ti dici che è una bella idea, in un luogo come Milano dove l’ISTAT ci dice che maggior parte delle famiglie è famiglie di uno, e la solitudine si annida nelle case, nei divani, guarda Netflix con te.

Decidi di andare alla cena aperta.

Decidi di preparare una frittata zucchine e patate, anzi due, che non si dica che hai portato poco, tua madre non ha certo cresciuto un taccagno.

La cena inizia alle 8.30, all’altra parte dell’universo meneghino. Alle 8 e dieci le zucchine della seconda frittata bollono ancora nell’olio di semi.

Decidi di lasciare spegnere il gas, lasciare i dischi di zucchine galleggiare nell’olio, e correre con una di due frittate verso la metro. Lasci la cucina che sembra Guernica.

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16 fermate dopo, sei alla cena. Sei in ritardo cosmico, ma hai due bottiglie di vino e vieni immediatamente perdonato.

La tavola è apparecchiata in un posto chiamato “La casa della pace” (che scoprirò poi ospita i CondiMenti). Dalla vetrina scopri che là tengono corsi di italiani per stranieri, offrono supporto in caso di sfratto. Alle pareti libri, divisi per temi: “Gestione del confilitto”, “Narco-mafie”; una foto di Gandhi alla parete.

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Pensi di essere capitato in un posto di fricchettoni  e vieni subito smentito.

L’affilata napoletana, anche se laureata in archeologia medievale, è in Accenture. Il tizio davanti a te lavora per una farmaceutica, rivale di quella che ti ha messo al collo il  badge. Una delle due pugliesi presenti è stata direttore in comune. La ragazza con la maglietta di Batman, invece, ha vinto due concorsi pubblici ed ha rinunciato: non ce la faceva a lavorare lenta. Ora fa la cuoca. Alcuni sono di Corvetto, altri parecchio più lontani. Si incontrano spesso, fanno una partita a qualcosa, due chiacchiere, organizzano viaggi che poi faranno insieme.

Si parla un po’ di farmaci, si parla di Milano. Ci si scambia storie assurde e si finisce un paio di volte a ridere fino alle lacrime. A fine serata intrattieni il tipo delle industrie farmaceutiche mentre lui lava i piatti.

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L’ex dirigente comunale mi riaccompagna alla metro, discutendo del tasso di inquinamento del suolo della Bovisa (ha presieduto una commissione che ha studiato il problema).

La metro è chiusa e non rimane altro che attendere il pullman sostitutivo. Aspetti, con la Chesterfield blu appesa alle labbra.  Un tizio molto ubriaco ti chiede una sigaretta, e poi il cellulare per chiamare sua madre. Poi per buona misura chiama anche Matteo, un suo amico che ha i cazzi suoi e non ha assolutamente voglia di passarlo a prendere. Sulla sostitutiva chiacchieri con due lesbiche genovesi (una delle due è venuta a studiare danza) e con un tizia pugliese.

“I pugliesi sono la terza etnia di Milano” sentenzi “subito dopo gli arabi e i cinesi.”

Il compagno della pugliese se la ride.

Il pullman carica un’orda di spagnoli chiassosi, ed un secondo dopo è in panne; viene a raccoglierci la sostitutiva della sostitutiva, guidata da un tizio che seppur Milanese non ha la più pallida idea di dove siamo. Gli spieghi la strada e le fermate, aiutandoti con il cellulare.

“Che app stai usando?” ti chiede l’autista, colpito dalla precisione delle tue informazioni.

“…Gogle maps.” rispondi, in imbarazzo.

Il tizio ubriaco che con il tuo cellulare ha fatto 20 minuti di telefonate (al ritmo di  7 bestemmie al minuto) scende a Maciachini, non prima di avermi ripetutamente offerto un pezzo del fumo che tiene in tasca, che ha la dimensione di una pallina di ping pong e che sta inebriando tutto il pullman. Ogni tanto si passa qualcosa sul naso e non capisci se ha della cocaina libera che gli vaga nelle tasche.

Arrivato a casa, ti accolgono le zucchine della frittata mai nata, a mollo nell’olio da ore e ormai gonfie come frisbee. Metti una sedia in balcone e ti fumi l’ultima sigaretta nella notte Afforese, e pensi che sì, la 90 è la 90, ma anche la sostitutiva della metro gialla può dare emozioni.

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Sanremo di Periferia: ultimo giro

di Massimiliano Priore

Sette, si sa, è la misura massima di tutte le cose. Che puntata è questa? La settima. Ergo, è l’ultima di questa rubrica sulle canzoni che parlano della periferia milanese. A differenza delle altre sei, incentrate su luoghi, la voglio fare su un artista che ha fatto sì delle canzoni su Milano, ma che non potevo citare troppo spesso, passim, perché non appartiene alla tradizione meneghina in senso stretto. Sto parlando di Vinicio Capossela.

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Capossela

Avrei potuto parlare di lui fin dalla prima puntata. Infatti, ha scritto una canzone che si chiama Addio, Innocenti, laddove Innocenti è la celeberrima fabbrica che stava proprio da quelle parti. Una nota su questa canzone: l’ha eseguita solo dal vivo e in un incontro, non ricordo se alla Feltrinelli o alla Fnac, dichiarò di non volerla incidere. Un altro brano che ci interessa è La pioggia di novembre, che avrei potuto inserire nell’articolo sul carcere (“e piove stasera/anche sul chiuso della galera”), nell’articolo sui luoghi fuori Milano (“piove sulle campane/delle pievi romane”), ma anche in quello su Loreto (“la casbah di Buenos Aires”). C’è anche una strofa sulle Varesine: l’area in cui sorgevano adesso è centro, centrissimo, ma un tempo, un tempo non così lontano, lo era? Lo stesso ci si può chiedere del “Bosco di Gioia”, omaggiato dagli Eelst in Parco Sempione.

 

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Da Baggio a Gaggiano, tutto quello di cui non ho scritto

Nel corso di questa rubrica, so di aver trascurato delle cose, un po’ per dimenticanza, un po’ per ignoranza (ho voluto scrivere di quello che già sapevo, senza fare ricerche su Wikipedia e su altri siti), un po’ perché ho sempre cercato di fare un discorso organico. Anche se non riesco a contestualizzarle, vorrei comunque consigliare l’ascolto di tre brani di Jannacci. Si tratta di Prendeva il treno (quartiere: Baggio, anzi, dietro a Baggio), La forza dell’amore (Milano qua e là, ma c’è un po’ di periferia) e il Dritto (quartiere: Giambellino). Sembra che Il Dritto sia dedicata a Teocoli. Pregevole la versione in duetto con Milva.

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Non ho mai parlato dei Navigli perché non li considero periferia, comunque volendo c’è La festa dei Navigli di D’Anzi. Lo è sicuramente Ronchetto, cui si fa cenno in El Biscella, insieme a San Cristoforo. A proposito, è da lì che prendeva il treno il protagonista del brano menzionato poco sopra? In fondo, Baggio e San Cristoforo sono abbastanza vicini.

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Non ho mai parlato del brano di Leone di Lernia Tu sei di Baggio perché anche l’antisnobismo “ha un limitismo”. Comunque, nel pezzo di nominano anche: Quarto Oggiaro, Giambellino, Musocco, Pioltello, Bovisa e Gaggiano. A proposito di Gaggiano: qui è stata girata dell’uccisione di Asso. Sicario è interpretato da Gianni Magni, che faceva parte dei Gufi.

Sanremo di Periferia: Bovisa e Affori (e Maciachini)

di Massimiliano Priore

Affori e Bovisa

Il sei è un numero speciale e, visto che sono ospite di un sito che ha un occhio di riguardo per Affori e per la Bovisa, voglio dedicare la sesta puntata a questi due quartieri.

Affori

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Il Tamburo principale della Banda d’Affori è una canzoncina apparentemente spensierata, ma nasconde una satira politica anti-fascista. Infatti, nel brano si parla di uno che comanda “cinquecentocinquanta pifferi.” Cinquecentocinquanta era il numero dei membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E poi, in milanese piffero indica l’organo genitale maschile. Insomma, non proprio un termine lusinghiero. La cultura milanese o comunque lombarda non era nuova a questi camuffamenti. La bella Gigogin recita: “Per non mangiar polenta / bisogna, bisogna aver pazienza.” Ecco, la polenta rappresenta il giallo della bandiera asburgica e il ritornello “Daghela avanti un passo, delizia del mio cuore” è un invito all’esercito piemontese a entrare in Lombardia per liberarla da Vienna. Senza dimenticare che ne I promessi sposi gli spagnoli rappresentano anche gli austriaci.

Bovisa

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Un altro testo risorgimentale ci conduce fino in Bovisa. Si tratta de La moglie di Cecco Beppe. Chi è questo Cecco Beppe? L’Imperatore Francesco Giuseppe. Piccola divagazione: da Cecco Beppe deriverebbe il termine cecchino. La Bovisa compare anche in “Milan l’è un gran Milan”, in cui D’Anzi dice, ironicamente: “Porta Cicca e Bovisa / che dintorni propri san”. Porta Cicca è il nome dialettale di Porta Ticinese. Esiste una versione in cui compare Pero, che non ho menzionato parlando dei luoghi fuori Milano città. Riparo ora e faccio un cenno anche su Rho. Non proprio su Rho, ma sull’Expo. Sono state scritte diverse canzoni sull’esposizione universale. Qui ce ne interessa solo una: Exposong della blogger Onalim alias Isabella Musacchia.

Maciachini

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Partendo dalla Bovisa, si può fare una passeggiata fino a Dergano e da lì giù fino a piazzale Maciachini (ma c’è anche la metro gialla, volendo) e canticchiare La ballata di Piazzale Maciachini di Folco Orselli, in cui una ragazza viene invitata a fare un giro in questa piazza con questa motivazione: “Son tutti buoni a portarti a passeggiare sui Navigli”.

 

 

Sanremo di Periferia: ancora fuori porta

di Massimiliano Priore

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Una sera sono andato a Morimondo all’evento Birra in Abbazia. A un certo punto, mi sono ritrovato sulla Statale 526 e mi è venuta in mente la canzone degli 883 Un giorno così. Morimondo fa parte della Città Metropolitana di Milano e quindi questo post è un po’ la continuazione della puntata precedente, dedicata in parte a luoghi fuori porta, in cui non sono stato del tutto esauriente.

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L’Idroscalo, già incontrato nel pezzo d’esordio sull’Ortica, viene citato in La Strana Famiglia, ma probabilmente più per questioni di rime e di assonanze (“Il Ginetto dell’Idroscalo/quando la moglie lo lascia solo/piange in diretta con Sandra Milo”). Vicino all’Idroscalo, c’è l’Aeroporto di Linate. Ufficialmente si chiama Aeroporto Forlanini. Jannacci lo nomina in El portava i scarp del tennis.

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Da un aeroporto all’altro, da Linate a Malpensa. E, infatti, L’aeroporto di Malpensa è un pezzo di Cochi e Renato, nel cui repertorio è presente anche una cosa che fa “mamma, parto stasera/vado a Voghera”.

Ritornando a Max Pezzali, alcuni elementi della sua discografia, come le “strade che sembrano sentieri” di Rotta per casa di Dio potrebbero riferirsi a dei luoghi che ci sono ci sono qui in Lombardia, oltre a rimandare a una provincia astratta. E’ invece certo che Max Collini si ispirò a Offlaga (Bs) per il nome del suo complesso.

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Sanremo di Periferia: Loreto e gita fuori porta

di Massimiliano Priore

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Loreto e gita fuori porta

“Era Arcore l’epidemia/era l’idiota l’ideologia/era vino che diventa aceto/era ancora piazzale Loreto”. Si entra subito in medias res con questa strofa dei Gang, presa da La corte dei miracoli, che riassume il tema di questa puntata: Piazzale Loreto, la provincia e la Brianza. Del resto, Piazzale Loreto era chiamata la Piazza Duomo dei brianzoli. Anzi, ci si inoltrerà oltre, anche fuori regione.

Da Sesto a Loreto

Riprendendo il discorso dai Gang, il gruppo di Filottrano ha scritto una canzone intitolata Sesto San Giovanni. Vista la loro forte connotazione politica, che si sarà intuita dalla frase sopra, è superfluo scrivere che si tratta della Sesto operaia. Ricordiamo anche che l’incipit della celeberrima Andava a Rogoredo” è: “Quel che che sunt drè a cuntav l’è ona storia vera/de vun che l’era mai stàa bon de dì de no/ E s’eren conussu visin alla Breda/ le l’era de Rogored e lu el su no”.

Da Sesto si può andare verso Milano, incontrando Turro, Gorla e arrivando, appunto, a Loreto. Gorla è citata in un brano di Giovanni D’Anzi, “El Biscella”. L’autore di O mia bela Madunina ha fatto un pezzo molto gustoso, El Tu mi ami (si trova anche Tumiami) de Luret(t). E’ la storia di un bullo che va in ristorante di lusso e si rifiuta di pagare, ma le cose non vanno come aveva previsto.

Venendo a epoche più vicine a noi, come dimenticare quell’”Io abito tra Loreto e Turro” pronunciato da Faso in Alfieri?

Da Loreto si potrebbe proseguire verso Corso Buenos Aires e menzionare l’omonima canzone di Dalla, ma vedere Corso Buenos Aires come periferia è un po’ arduo.

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Da Sesto si può andare a Cologno Monzese. Ora, mi sembra che Fatti un giro sia ambientata nel quartiere Stella, dove, abitavano i fratelli Aleotti, alias Articolo 31. Non riesco a trovare prove a suffragio, sono ricordi che affiorano, cose sentite dire, sicché non citate questo articolo come fonte Lol. Però Cologno Beach di Luca Aleotti, detto anche Grido, c’è veramente.

J-Ax, ovvero Alessandro Aleotti, ha collaborato con Emis Killa nel brano A cena dai tuoi in cui si nomina Vimercate, dove è nato Emis. Nel video compare Carlo Cracco.

Da Sesto si può andare a Cinisello per ascoltare Ciny di Sfera Ebbasta.

Da Como a Corfù

Andando un po’ più fuori, Como è presente in due brani di Jannacci: Prete Litprando e il giudizio di Dio (insieme a Biandrate) e Per Un Basin. In realtà, Per un Basin è stata scritta per Milva ed è presente nell’lp La rossa, insieme a Soldato Nencini, “semianalfabeta e per giunta terrone, messo a Alessandria perché c’è più nebbia”. La d eufonica è assente nel testo.

Alessandria, Como e Biandrate facevano parte del Ducato di Milano.

Sanremo di Periferia: San Siro

di Massimiliano Priore

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Lasciato il carcere di San Vittore, in cui abbiamo dimenticato il Gino Cerutti del Giambellino, questa volta parleremo di un luogo più ameno: San Siro e il suo stadio (ma il quartiere non è facilissimo). La prima canzone che viene in mente è, naturalmente, Luci a San Siro di Vecchioni. Soprattutto un verso fa capire l’importanza di questo posto per Milano: “Luci a San Siro di quella sera, che c’è di strano? Siamo stati tutti là”. Un altro brano ambientato alla Scala del calcio è Eravamo in 100.000 di Adriano Celentano, che parla di un amore nato durante un derby “da una porta all’altra”. E’ interessante che entrambi abbiano nel proprio repertorio anche un brano che si svolge in zona Stazione Centrale: Il ragazzo della Via Gluck e Io non devo andare in via Ferrante Aporti. Divagazione nella divagazione: Giorgio Gaber scrisse una canzone intitolata La risposta al Ragazzo della via Gluck. Gaber e Jannacci facevano parte dei Rock Boys, il gruppo del molleggiato.

San Siro o Reggio Emilia?

Gli Offlaga Disco Pax raramente hanno parlato di luoghi diversi da Reggio Emilia o dai Paesi dell’ex Area Sovietica, eppure uno dei loro brani si svolge da queste parti. E’ Ventrale, dedicato all’impresa compiuta da Vladimir Yashchenko al Palazzetto dello Sport di Milano. Invece, il monologo Teste Quadre Ossa Rotte @ Prodezze Fuori Area cita un tunnel di Simutetenkov ai danni di Franco Baresi con conseguente gol. In realtà, il fatto avvenne a Reggio, però un gol a San Siro al Milan Simutenkov lo segnò davvero.

 

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Paolo Rossi fece una cover di Tanco del Murazzo di Vinicio Capossela, cambiando le parole in chiave anti-milanista e anti-berlusconiana. Era in una cassetta allegata a Cuore. S’intitola Tango dei furiosi. Da un interista (anzi, a parte gli Odp, granata, e Vinicio, disinteressato, erano tutti nerazzurri quelli nominati finora) a un milanista, il grande Enzo Jannacci, di cui vogliamo ricordare il pezzo sanremese Se me lo dicevi prima, in cui canta “E allora sarà ancora bello quando t’innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori” e le parole “Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che in fondo e’ una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yeah!” (Quelli che).

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La stazione di San Siro è stata aperta nel 2015, ma Giovanni D’Anzi già nel 1964 aveva previsto: “Metropolì, Metropolà, da San Siro fino a Sesto te traverset la città” (Metropolì Metropolà).

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Sanremo di Periferia: Il Carcere di San Vittore

di Massimiliano Priore

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Questa volta si parlerà di una periferia estrema: quella del carcere. Più di una canzone milanese nomina San Vittore o addirittura vi è ambientata, in parte o del tutto. Del resto, esiste il filone delle Canzoni della Mala milanese e la Vanoni ne ha fatto un disco. Nelle canzoni della Mala torna spesso Piazza Vetra. Una delle più belle in cui compare è La povera Rosetta, ispirata a un fatto di cronaca di inizio XX secolo.

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Proprio la nostra Ornella è stata una delle migliori interpreti del capolavoro di Streheler, il cui ritornello è conosciuto anche fuori dei confini regionali. L’hanno fatta tutti i grandi della canzone milanese e Jannacci ha detto: “Mi girano i coglioni per non averla scritta io”. Una strofa della sua ultima fatica, Desolato, recita “Ho un fratello che in galera e non gli passa mai” e potremmo immaginare che si trovi a San Vittore. Lo stesso si può dire di Si chiamava Ambroeus, che parla di un uomo induce gli avventori di un locale malfamato a bere e prende la percentuale sugli incassi. E’ interessante perché utilizza ratera per indicare la galera, come in Ma mi.

Un giro a Sant’Agostino

Non danno invece spazio all’immaginazione i brani che seguono perché sono espliciti:

La ballata del pittore: storia di un madonnaro finito dentro per un alterco con in vigile.

El me gatt: la vendetta di uno cui una vecchia ha ucciso l’amato gatto. Viene nominata anche via Savona, ma solo una questione di rima

In libertà ti lascio: una sentenza ingiusta condanna uno della Ligera (la mala milanese) all’ergastolo

A San Vittore e agli ambienti connessi sono dedicati anche alcuni versi di Porta Romana

El moro della Vedra: un tradimento, un arresto e un vendetta

Il primo furto non si scorda mai Il titolo spiega molto. Fatto, vero o immaginario, avvenuto nel Ventennio

Alternative

Di alcuni di questi pezzi, a parte quelle classiche, segnalo la versione di Ma mi dei Teka Pi, de Ligera La Povera Rosetta 73 dei Ligera 73, che hanno rifatto anche Porta Romana, e La ballata del pittore dei Punkreas.

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Sanremo di Periferia: Ortica

a cura di Massimiliano Priore 

Ascoltare le canzoni milanesi è un buon modo per imparare la toponomastica della città. Inoltre, un numero cospicuo di pezzi cita vie e quartieri della periferia.

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Ortica e divagazioni

Questo rione orientale è probabilmente quello più in vista in questo patrimonio e merita questa prima puntata anche per i murales che ha dedicato ai grandi della musica milanese. Non ha ispirato solo il celebre Palo di Jannacci (in realtà, di Walter Valdi), ma anche “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta/gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica/era in salita ma pedalava in fretta”. Che cos’è quella salita? Il cavalcavia Buccari (tra l’alto, una volta ci hanno rivelato che Jannacci vide lì la ragazza, il bel sogno d’amore, di “El portava i scarp del tennis ”) o la via Ripamonti? Nella stessa canzone, intitolata appunto Hanno ammazzato il Mario, si parla anche di un altro quartiere periferico meneghino, il Gallaratese, (“Fin da ragazzo correva in bicicletta/per l’Amatori di Gallaratese”).

La Rita de l’Ortiga è la traduzione di Nanni Svampa di un brano di Brassens, Pauvre Margot. A questo proposito, si deve ricordare quella de L’Assasinat, fatta anche da De André. Quello che è italiano è diventato “Non tutti nella capitale/sbocciano i fiori del male/qualche assassinio senza pretese/lo abbiamo anche noi in paese”, nel nostro dialetto è stato reso così: “Minga dommà in Piazza del Domm/gh’è i delinquent e i donn/nel noster picol a Lambrà ghe n’è che moeur mazàa.”

In uno di quei giochi dei Gufi, la Rustisciada, in cui si può ascoltare “Gh’avevi una morosa/in vers l’Ortica/che gh’aveva el morivion de testa/el passà via dutur de l’ospedal/e gh’ha ordinàa la cura del giass artificial”. E poi prosegue inneggiando alla “Macchina del giass artificial”. Lo stesso marchingegno viene nominato anche nel loro brano El sindic de Precott.

Ritornando a Jannacci, ecco “E io ho visto un uomo”, ambientata in via Lomellina.

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Sullo sfondo

Anche se non viene nominata esplicitamente, l’Ortica echeggia in altri due brani di Jannacci, che sono Sei minuti all’alba (è dedicata al padre, partigiano e militare dell’aeronautica nella caserma di piazza Novelli) e in Vincenzina e la fabbrica, colonna sonora di Romanzo Popolare, ambientato e girato in parte qui.

Periferia fa rima con zia

Lasciate che vi parli di mia zia, perché è molto periferica.

Zia è una signora dai capelli corti, dal sorriso contagioso e dallo smisurato amore per il bere e il mangiare; su suo incarico mio zio le nasconde i gianduiotti e tutte le sere gliene consegna uno, perché sennò li mangerebbe tutti subito.

Nel libro racconto che mia zia è tra le persone che hanno supportato Graziella Antoniotti e Roberto Zuccolin, che hanno preso in mano lo sfacelo che era diventata l’Armenia Film di Bovisa e  l’hanno trasformata nell’avanzatissima “Casa Ecologica”.

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Nel libro non racconto che, nonostante zia sia tutta gentilezza e simpatia, a volte addirittura una bimba di sessantanni, dentro è tosta come il ferro.

Non racconto, ad esempio, che è stata per anni preside a Quarto Oggiaro, dove ha contemplato più volte di prendere il porto d’armi, semplicemente per appenderlo dietro alla sua scrivania (per la serie: “Sappiatelo”). Non racconto che ha messo in punizione il figlio del boss locale, per poi spiegarne tranquillamente le motivazioni al padre (dopo qualche, chiamiamola così, “incomprensione” iniziale). Il boss, colpito dall’acciaio sotto i riccioli, ha poi offerto a mia zia la sua “protezione”; lei l’ha rifiutata con un sorriso e con le parole “ma io non ho bisogno di essere protetta!”.  Non racconto, nel libro, che è andata nei campi rom a chiedere agli anziani come mai i loro nipoti non andassero a scuola, e che i bambini, alla fine, si sono messi i poveri zaini in spalla.

Dopo il periodo quartoggiarese, zia è diventata la preside dell’istituto Scialoia, ad Affori, che ha circa il 60% di bambini stranieri. Qui ha ha avviato percorsi di integrazione, corsi di cinese,di arabo, e chi più ne ha più ne metta. Sono andato a trovarla sabato scorso perché, anche grazie al suo impegno e alla sua testardaggine, i volti dei suoi bambini sono stati fotografati, ingigantiti e appesi sui muri della scuola, e ora sorridono a tutto il quartiere.

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L’inaugurazione è stata preceduta da una breve cerimonia, dove mia zia, con gli occhiali scuri per il sole e la commozione, ha consegnato coppe per il miglior rendimento scolastico, o per risultati sportivi, o per l’impegno e la correttezza.

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Solo che i ragazzi, spesso dagli impronunciabili nomi cinesi o latino-americani, dovevano essere chiamati varie volte, perché persi a correre e giocare con i loro amichetti per i prati della scuola, mentre genitori oziosi si godevano qualche minuto di serenità.

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E io penso: è bellissimo. E poi penso: perché questo non è più visibile? Perché si racconta solo sempre e comunque il degrado, l’illegalità, tutte quelle cose che per carità esistono ma esiste anche questo, ed è fondamentale ricordarselo, e ricordarlo. E poi penso una cosa che non riesco ad esprimere bene, ma che fa più o meno così: la periferia non è un sasso. La periferia non è qualcosa di rigido, di finito. La periferia è una di quelle bolle calde e morbide di vetro, quelle alla fine di un lungo tubo, e noi ci soffiamo dentro. E se soffiamo con costanza, e attenzione, e amore, e se soffiamo nel modo giusto, ciò che è ora è informe potrebbe diventare bellissimo.

Quindi rimbocchiamoci i polmoni.


Galleria fotografica di Repubblica sull’evento.