Sanremo di Periferia: Loreto e gita fuori porta

di Massimiliano Priore

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Loreto e gita fuori porta

“Era Arcore l’epidemia/era l’idiota l’ideologia/era vino che diventa aceto/era ancora piazzale Loreto”. Si entra subito in medias res con questa strofa dei Gang, presa da La corte dei miracoli, che riassume il tema di questa puntata: Piazzale Loreto, la provincia e la Brianza. Del resto, Piazzale Loreto era chiamata la Piazza Duomo dei brianzoli. Anzi, ci si inoltrerà oltre, anche fuori regione.

Da Sesto a Loreto

Riprendendo il discorso dai Gang, il gruppo di Filottrano ha scritto una canzone intitolata Sesto San Giovanni. Vista la loro forte connotazione politica, che si sarà intuita dalla frase sopra, è superfluo scrivere che si tratta della Sesto operaia. Ricordiamo anche che l’incipit della celeberrima Andava a Rogoredo” è: “Quel che che sunt drè a cuntav l’è ona storia vera/de vun che l’era mai stàa bon de dì de no/ E s’eren conussu visin alla Breda/ le l’era de Rogored e lu el su no”.

Da Sesto si può andare verso Milano, incontrando Turro, Gorla e arrivando, appunto, a Loreto. Gorla è citata in un brano di Giovanni D’Anzi, “El Biscella”. L’autore di O mia bela Madunina ha fatto un pezzo molto gustoso, El Tu mi ami (si trova anche Tumiami) de Luret(t). E’ la storia di un bullo che va in ristorante di lusso e si rifiuta di pagare, ma le cose non vanno come aveva previsto.

Venendo a epoche più vicine a noi, come dimenticare quell’”Io abito tra Loreto e Turro” pronunciato da Faso in Alfieri?

Da Loreto si potrebbe proseguire verso Corso Buenos Aires e menzionare l’omonima canzone di Dalla, ma vedere Corso Buenos Aires come periferia è un po’ arduo.

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Da Sesto si può andare a Cologno Monzese. Ora, mi sembra che Fatti un giro sia ambientata nel quartiere Stella, dove, abitavano i fratelli Aleotti, alias Articolo 31. Non riesco a trovare prove a suffragio, sono ricordi che affiorano, cose sentite dire, sicché non citate questo articolo come fonte Lol. Però Cologno Beach di Luca Aleotti, detto anche Grido, c’è veramente.

J-Ax, ovvero Alessandro Aleotti, ha collaborato con Emis Killa nel brano A cena dai tuoi in cui si nomina Vimercate, dove è nato Emis. Nel video compare Carlo Cracco.

Da Sesto si può andare a Cinisello per ascoltare Ciny di Sfera Ebbasta.

Da Como a Corfù

Andando un po’ più fuori, Como è presente in due brani di Jannacci: Prete Litprando e il giudizio di Dio (insieme a Biandrate) e Per Un Basin. In realtà, Per un Basin è stata scritta per Milva ed è presente nell’lp La rossa, insieme a Soldato Nencini, “semianalfabeta e per giunta terrone, messo a Alessandria perché c’è più nebbia”. La d eufonica è assente nel testo.

Alessandria, Como e Biandrate facevano parte del Ducato di Milano.

Sanremo di Periferia: San Siro

di Massimiliano Priore

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Lasciato il carcere di San Vittore, in cui abbiamo dimenticato il Gino Cerutti del Giambellino, questa volta parleremo di un luogo più ameno: San Siro e il suo stadio (ma il quartiere non è facilissimo). La prima canzone che viene in mente è, naturalmente, Luci a San Siro di Vecchioni. Soprattutto un verso fa capire l’importanza di questo posto per Milano: “Luci a San Siro di quella sera, che c’è di strano? Siamo stati tutti là”. Un altro brano ambientato alla Scala del calcio è Eravamo in 100.000 di Adriano Celentano, che parla di un amore nato durante un derby “da una porta all’altra”. E’ interessante che entrambi abbiano nel proprio repertorio anche un brano che si svolge in zona Stazione Centrale: Il ragazzo della Via Gluck e Io non devo andare in via Ferrante Aporti. Divagazione nella divagazione: Giorgio Gaber scrisse una canzone intitolata La risposta al Ragazzo della via Gluck. Gaber e Jannacci facevano parte dei Rock Boys, il gruppo del molleggiato.

San Siro o Reggio Emilia?

Gli Offlaga Disco Pax raramente hanno parlato di luoghi diversi da Reggio Emilia o dai Paesi dell’ex Area Sovietica, eppure uno dei loro brani si svolge da queste parti. E’ Ventrale, dedicato all’impresa compiuta da Vladimir Yashchenko al Palazzetto dello Sport di Milano. Invece, il monologo Teste Quadre Ossa Rotte @ Prodezze Fuori Area cita un tunnel di Simutetenkov ai danni di Franco Baresi con conseguente gol. In realtà, il fatto avvenne a Reggio, però un gol a San Siro al Milan Simutenkov lo segnò davvero.

 

San Siro rossonerazzurra

Paolo Rossi fece una cover di Tanco del Murazzo di Vinicio Capossela, cambiando le parole in chiave anti-milanista e anti-berlusconiana. Era in una cassetta allegata a Cuore. S’intitola Tango dei furiosi. Da un interista (anzi, a parte gli Odp, granata, e Vinicio, disinteressato, erano tutti nerazzurri quelli nominati finora) a un milanista, il grande Enzo Jannacci, di cui vogliamo ricordare il pezzo sanremese Se me lo dicevi prima, in cui canta “E allora sarà ancora bello quando t’innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori” e le parole “Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che in fondo e’ una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yeah!” (Quelli che).

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La stazione di San Siro è stata aperta nel 2015, ma Giovanni D’Anzi già nel 1964 aveva previsto: “Metropolì, Metropolà, da San Siro fino a Sesto te traverset la città” (Metropolì Metropolà).

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Sanremo di Periferia: Il Carcere di San Vittore

di Massimiliano Priore

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Questa volta si parlerà di una periferia estrema: quella del carcere. Più di una canzone milanese nomina San Vittore o addirittura vi è ambientata, in parte o del tutto. Del resto, esiste il filone delle Canzoni della Mala milanese e la Vanoni ne ha fatto un disco. Nelle canzoni della Mala torna spesso Piazza Vetra. Una delle più belle in cui compare è La povera Rosetta, ispirata a un fatto di cronaca di inizio XX secolo.

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Proprio la nostra Ornella è stata una delle migliori interpreti del capolavoro di Streheler, il cui ritornello è conosciuto anche fuori dei confini regionali. L’hanno fatta tutti i grandi della canzone milanese e Jannacci ha detto: “Mi girano i coglioni per non averla scritta io”. Una strofa della sua ultima fatica, Desolato, recita “Ho un fratello che in galera e non gli passa mai” e potremmo immaginare che si trovi a San Vittore. Lo stesso si può dire di Si chiamava Ambroeus, che parla di un uomo induce gli avventori di un locale malfamato a bere e prende la percentuale sugli incassi. E’ interessante perché utilizza ratera per indicare la galera, come in Ma mi.

Un giro a Sant’Agostino

Non danno invece spazio all’immaginazione i brani che seguono perché sono espliciti:

La ballata del pittore: storia di un madonnaro finito dentro per un alterco con in vigile.

El me gatt: la vendetta di uno cui una vecchia ha ucciso l’amato gatto. Viene nominata anche via Savona, ma solo una questione di rima

In libertà ti lascio: una sentenza ingiusta condanna uno della Ligera (la mala milanese) all’ergastolo

A San Vittore e agli ambienti connessi sono dedicati anche alcuni versi di Porta Romana

El moro della Vedra: un tradimento, un arresto e un vendetta

Il primo furto non si scorda mai Il titolo spiega molto. Fatto, vero o immaginario, avvenuto nel Ventennio

Alternative

Di alcuni di questi pezzi, a parte quelle classiche, segnalo la versione di Ma mi dei Teka Pi, de Ligera La Povera Rosetta 73 dei Ligera 73, che hanno rifatto anche Porta Romana, e La ballata del pittore dei Punkreas.

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Sanremo di Periferia: Ortica

a cura di Massimiliano Priore 

Ascoltare le canzoni milanesi è un buon modo per imparare la toponomastica della città. Inoltre, un numero cospicuo di pezzi cita vie e quartieri della periferia.

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Ortica e divagazioni

Questo rione orientale è probabilmente quello più in vista in questo patrimonio e merita questa prima puntata anche per i murales che ha dedicato ai grandi della musica milanese. Non ha ispirato solo il celebre Palo di Jannacci (in realtà, di Walter Valdi), ma anche “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta/gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica/era in salita ma pedalava in fretta”. Che cos’è quella salita? Il cavalcavia Buccari (tra l’alto, una volta ci hanno rivelato che Jannacci vide lì la ragazza, il bel sogno d’amore, di “El portava i scarp del tennis ”) o la via Ripamonti? Nella stessa canzone, intitolata appunto Hanno ammazzato il Mario, si parla anche di un altro quartiere periferico meneghino, il Gallaratese, (“Fin da ragazzo correva in bicicletta/per l’Amatori di Gallaratese”).

La Rita de l’Ortiga è la traduzione di Nanni Svampa di un brano di Brassens, Pauvre Margot. A questo proposito, si deve ricordare quella de L’Assasinat, fatta anche da De André. Quello che è italiano è diventato “Non tutti nella capitale/sbocciano i fiori del male/qualche assassinio senza pretese/lo abbiamo anche noi in paese”, nel nostro dialetto è stato reso così: “Minga dommà in Piazza del Domm/gh’è i delinquent e i donn/nel noster picol a Lambrà ghe n’è che moeur mazàa.”

In uno di quei giochi dei Gufi, la Rustisciada, in cui si può ascoltare “Gh’avevi una morosa/in vers l’Ortica/che gh’aveva el morivion de testa/el passà via dutur de l’ospedal/e gh’ha ordinàa la cura del giass artificial”. E poi prosegue inneggiando alla “Macchina del giass artificial”. Lo stesso marchingegno viene nominato anche nel loro brano El sindic de Precott.

Ritornando a Jannacci, ecco “E io ho visto un uomo”, ambientata in via Lomellina.

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Sullo sfondo

Anche se non viene nominata esplicitamente, l’Ortica echeggia in altri due brani di Jannacci, che sono Sei minuti all’alba (è dedicata al padre, partigiano e militare dell’aeronautica nella caserma di piazza Novelli) e in Vincenzina e la fabbrica, colonna sonora di Romanzo Popolare, ambientato e girato in parte qui.

Periferia fa rima con zia

Lasciate che vi parli di mia zia, perché è molto periferica.

Zia è una signora dai capelli corti, dal sorriso contagioso e dallo smisurato amore per il bere e il mangiare; su suo incarico mio zio le nasconde i gianduiotti e tutte le sere gliene consegna uno, perché sennò li mangerebbe tutti subito.

Nel libro racconto che mia zia è tra le persone che hanno supportato Graziella Antoniotti e Roberto Zuccolin, che hanno preso in mano lo sfacelo che era diventata l’Armenia Film di Bovisa e  l’hanno trasformata nell’avanzatissima “Casa Ecologica”.

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Nel libro non racconto che, nonostante zia sia tutta gentilezza e simpatia, a volte addirittura una bimba di sessantanni, dentro è tosta come il ferro.

Non racconto, ad esempio, che è stata per anni preside a Quarto Oggiaro, dove ha contemplato più volte di prendere il porto d’armi, semplicemente per appenderlo dietro alla sua scrivania (per la serie: “Sappiatelo”). Non racconto che ha messo in punizione il figlio del boss locale, per poi spiegarne tranquillamente le motivazioni al padre (dopo qualche, chiamiamola così, “incomprensione” iniziale). Il boss, colpito dall’acciaio sotto i riccioli, ha poi offerto a mia zia la sua “protezione”; lei l’ha rifiutata con un sorriso e con le parole “ma io non ho bisogno di essere protetta!”.  Non racconto, nel libro, che è andata nei campi rom a chiedere agli anziani come mai i loro nipoti non andassero a scuola, e che i bambini, alla fine, si sono messi i poveri zaini in spalla.

Dopo il periodo quartoggiarese, zia è diventata la preside dell’istituto Scialoia, ad Affori, che ha circa il 60% di bambini stranieri. Qui ha ha avviato percorsi di integrazione, corsi di cinese,di arabo, e chi più ne ha più ne metta. Sono andato a trovarla sabato scorso perché, anche grazie al suo impegno e alla sua testardaggine, i volti dei suoi bambini sono stati fotografati, ingigantiti e appesi sui muri della scuola, e ora sorridono a tutto il quartiere.

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L’inaugurazione è stata preceduta da una breve cerimonia, dove mia zia, con gli occhiali scuri per il sole e la commozione, ha consegnato coppe per il miglior rendimento scolastico, o per risultati sportivi, o per l’impegno e la correttezza.

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Solo che i ragazzi, spesso dagli impronunciabili nomi cinesi o latino-americani, dovevano essere chiamati varie volte, perché persi a correre e giocare con i loro amichetti per i prati della scuola, mentre genitori oziosi si godevano qualche minuto di serenità.

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E io penso: è bellissimo. E poi penso: perché questo non è più visibile? Perché si racconta solo sempre e comunque il degrado, l’illegalità, tutte quelle cose che per carità esistono ma esiste anche questo, ed è fondamentale ricordarselo, e ricordarlo. E poi penso una cosa che non riesco ad esprimere bene, ma che fa più o meno così: la periferia non è un sasso. La periferia non è qualcosa di rigido, di finito. La periferia è una di quelle bolle calde e morbide di vetro, quelle alla fine di un lungo tubo, e noi ci soffiamo dentro. E se soffiamo con costanza, e attenzione, e amore, e se soffiamo nel modo giusto, ciò che è ora è informe potrebbe diventare bellissimo.

Quindi rimbocchiamoci i polmoni.


Galleria fotografica di Repubblica sull’evento.

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Segrate, comune italiano di 35 131 abitanti della città metropolitana di Milano in Lombardia.

Sono in un baretto con rumeni e anziani.

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Il baretto è gestito da una ovale signore cinese, con gli occhiali e i capelli altrettanto ovali. Ci sono conchiglie appese al soffitto (sicuramente lascito della precedente gestione) un numero di slot machine quasi ingiustificato e  per andare in bagno devi attraversare una sala buia piena di vigorosi mobili e in legno e sedie al contrario su tavoli polverosi. C’è un rumeno solitario ad un tavolo con quattro birre vuote davanti a sé, ed una mezza piena; alterna conversazioni al cellulare  Facebook e sigarette.

Mi piace qui. È l’esperienza definitiva  della periferia.

Un’anziana ha portato le ciliegie e l’ha regalate alla barista. Al tavolo degli anziani si siede per un po’ il figlio cinese della barista cinese, mentre la figlia cinese della barista cinese svolacchia verso il tavolo di un gruppo di rumeni che è nel frattempo arrivato. Chiacchiera soprattutto con una ragazza, mentre passa la mano sulla capelli corti del  suo ragazzo magro. Il ragazzo neanche si gira, deve essere una cosa abituale. Il rumeno solitario rimane al suo tavolo solitario, unica compagnia quattro Moretti defunte  ed una morente.

Il figlio cinese della barista cinese nel frattempo si rimpinza di ciliegie; poi afferra la mano di un anziano dalla polo verde e ce ne mette sopra una bella rossa.

“Grazie amore” risponde lui.

Il bambino dice all’anziano dalla polo verde, e lo ripete più volte, che vuole andare alla fine dell’arcobaleno. L’anziano spiega che l’arcobaleno è lontano. Il bambino gira e batte i piedi per il bar, corre dietro al bancone, ne vien fuori, ma sempre torna a toccare la polo verde, a chiedere, a saltare. Non so se l’anziano lombardo ha dei nipoti biologici, ma è ovvio che il bambino cinese è suo nipote.

Una coppia rumena del tavolo rumeno si alza. La bionda e abbondante moglie rumena raccoglie il pargolo dal passeggino e si mette sotto la televisione, proprio vicino alla prima di sei slot machine. Il marito scatta una foto a suo figlio in braccio alla moglie sorridente a fianco del gioco d’azzardo legalizzato. Dopodiché, proprio a quella macchinetta tenta la fortuna.

Va male. Si risiede.

Il bevitore solitario se ne è andato.

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Esco, vado a fumare una sigaretta.

Fuori c’è un rumeno bello come un attore di Hollywood. Ha la mascella giustamente quadrata e gli occhi azzurri sotto i capelli cortissimi. Mi scruta mentre fumo,  forse chiedendosi se sono un carabiniere. In fondo ne ho la pancia e il pizzetto.

Arriva un sessantenne con Ray Ban e borsello a comprare le sigarette al distributore fuori il bar. Sul marciapiede davanti al bar sfila una ragazza troppo giovane per i suoi micropantalonicini e microtop nero (con la scritta “Paris”). Cammina veloce. L’uomo col borsello gli guarda lungamente il culo che si allontana, prima di andarsene a sia volta. Rientro.

I rumeni vanno via, e anche gli anziani. Un tipo col cappello e borsello (non lo stesso borsello né lo stesso tipo di prima) tenta la fortuna alle macchinette. Il bambino cinese si aggira per il bar starnutendo. La bambina dice di essere “Elsi” ( Elsa di Frozen) e di avere il potere del ghiaccio. La barista mangia una mela.

Io mi alzo e vado a casa.

Segrate, comune italiano di 35 131 abitanti della città metropolitana di Milano in Lombardia.

E un bar dove i bambini cinesi hanno nonni lombardi e zii rumeni.

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Affori Noir – Milano, fa paura la 90

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Francesco è magro, ed ha la barba un po’ lunga e puntuta alla Ascanio Celestini. Vive ad Affori, e pensa che Affori abbia due anime, una un po’ più “borghese” e l’altra un po’ più popolare. Pensa anche che Affori sia stata un po’ trascurata, considerato il posto nella storia che occupa. I soldati napoleonici si sono accampati qui vicino, mi dice ad esempio.

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Francesco lavora al mercato, ogni giorno in un via diversa di Milano e qui raccoglie le storie che gli servono.

Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Andrea ha gli occhiali, ed ha un orecchino a spirale. Mentre parla con me tiene in braccio una bambina, che mi porge una piccola giraffa. Vive in via Padova e lavora a Corvetto, in un circolo anziani; quando vuole sapere qual era l’atmosfera di una via negli anni 70 gli basta puntare un anziano che ci abitava e raccoglie fin troppe informazioni.

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Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Riccardo arriva più tardi, e lo inseguo un po’ senza successo. Però una volta finita la presentazione raduna gli altri e ci mettiamo di fuori. Loro gentili mi guardano fumare. Ogni tanto arriva qualcuno a chiedergli qualcosa, c’è un giornalista televisivo che vuole intervistarli ma sono arrivato io per primo, baby.

Riccardo lavora alla RAI, si occupa di pubblicità.

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Io sono qui per intervistarli, tutti e tre.

“Qui” è l’Osteria del Biliardo, che potrebbe facilmente diventare il mio posto preferito ad Affori. La gente assalta la pasta e le bruschette con un approccio da Caritas. Birre vengono spillate. Salami vengono tagliati. Un gruppo suona le loro canzoni.

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“Loro” sono Francesco Gallone, Andrea Ferrari e Riccardo Besola, gli autori di “Operazione Madonnina”, “Il Colosso di Corso Lodi”, “Operazione Rischiatutto”, e molti altri “noir sociali,” come li chiamano loro.

Di questi, l’ultimo nato è “Milano – Fa paura la 90”.

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Libro che, quando ho chiesto l’intervista, non avevo ancora letto.

Scandaloso, lo so. Ma io sono uno che scrive di periferia, potevo non intervistare dei tizi che hanno scritto un romanzo con la 90 nel titolo e in copertina?

Morale della favola, me lo sono letto in un pomeriggio. Il che dice qualcosa del libro, credo.

Ma torniamo all’Osteria del Biliardo, in questa serata calda, torniamo a fumare in faccia a Francesco e Andrea e Riccardo.

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A proposito, ma come fate a scrivere in tre?

“Litighiamo.” mi risponde Andrea.

Non solo: si riuniscono due ore a settimana, mi dicono, in un bar per lavorare. Mi colpisce la precisione della tecnica: oltre a discutere delle idee e del tema del libro, creano dei cartelloni dei personaggi, così chiunque dovrà farli muovere e parlare saprà tutto di loro. Perché tutti scrivono,  e prima di prendere la penna in mano discutono, parecchio. Discutono, ad esempio, se far iniziare un capitolo in media res, a campo lungo, a campo stretto.

Capisco allora l’impressione che mi aveva dato il loro romanzo: quello di essere un libro serio, solido.  Come guardare un palazzo e pensare “Qui l’ingegnere sapeva il fatto suo”. Ammirato, offro di dargli dieci euro per la lezione di scrittura creativa.
“Facciamo 9” ride Francesco “così dividiamo per tre.”

Ma come vi siete trovati, chiedo?

Scrivevano ciascuno per conto suo, mi rispondono, pur conoscendosi e lavorando per la stessa casa editrice. Scrivono gialli, o meglio “noir sociali”: il morto ammazzato di turno è solo una scusa per esplorare un mondo.

E il mondo che esplorano è quella degli anni 70, ispirato a film poliziotteschi come “Milano odia: la polizia non può sparare” e “Milano calibro 9”; mondo che ricreano , oltre che parlando con chi c’era, con un certosino lavoro di ricerca di articoli, documentari, foto, persino con i vecchi topolino, per capire il linguaggio, i temi dell’epoca.

Poi un giorno il famoso giallista Luca Crovi gli ha chiesto: scusate, ma perché non provate, tutti e tre insieme, a rubare la Madonnina del Duomo?

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Faccio appena in tempo ad accenderemi un’altra sigaretta che arriva una signora a cercali: c’è il giornalista televisivo che vorrebbe parlare con loro, dice. Li invito a raggiungerlo ma loro son troppo cortesi.

“Non ti preoccupare, Venditti.” mi dicono. Venditti è uno dei loro personaggi, un ladro di borgata finito a fare il poliziotto a Milano; dicono che parlo come lui. Mi viene in mente che Venditti, in una parte del libro, dice che non lo ammetterebbe mai, ma Milano gli sta entrando dentro, si sta insinuando in lui, lo sta cambiando.

E Milano, chiedo allora. Che rapporto avete con Milano? E con la sua periferia?

Andrea mi dice che ama ferocemente Milano, ed odia ferocemente Milano, ed ama ferocemente Milano, e la odia, ricambiato.

Andrea mi dice che Milano non è una metropoli. E’ un aggregato di quartieri che si guardano in cagnesco, tenuti insieme dalla metropolitana e dalla circonvallazione. Che sono anni che Milano cerca di fare l’esame da Metropoli e viene bocciata, e spera che continuerà ad esserlo. Che non è New York e lui, Andrea, non vuole che lo diventi, perché se vuole New York va a New York, e lui invece odia e ama Milano, e da Milano è amato e odiato.

Francesco aggiunge che persino New York non è un New York, che persino New York ha un supereroe per quartiere, e che quindi anche New York è un grappolo di quartieri, e  chissà che forse anche New York non sia un po’ Milano.

Poi se parliamo del centro, aggiunge Francesco,  certo al centro Milano ha il suo giro di affari, di moda e di criminalità da vera metropoli; ma appena esci è diverso.

Riccardo quando gli dici di parlare della periferia ti risponde che la periferia è Milano. Che questo è il posto vivo, il centro è finzione. E’ un gioco di maschere in continuo e vorticoso cambiamento.

Il giornalista arriva e li saluta, deve andare. Rimarranno in contatto. Il giorno dopo devono andare in Feltrinelli. Io stringo le loro brave mani scriventi, ci ringraziamo a vicenda, e passo il resto della serata a bere birra e a giocare a Dixit con Elena dei Dinosauri, fotografa e guardia del corpo, e Minocci, rapper di corte.

E penso che è stato un giorno buono.

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PS: tutte le foto tranne l’ultima sono di Elena dei Dinosauri.

Breve intervista dal quartiere delle meraviglie

Racconti da Bovisa, il quartiere delle meraviglie.

Francesco Facchini è un pionere del mobile journalism (#mojo, ho scoperto che si chiama) e blogger, ed è stato così cortese da realizzare questa breve intervista.

Andate a dare uno sguardo al suo blog, tratta di varie cose, tra cui anche il tema spinoso dei padri separati, anche loro spesso abitanti delle nostre periferie.

http://www.francescofacchini.it/

 

Piedi e cinema

C’è un piede, a lato della mia testa.

Il piede è avvolto in un calzino. Non ne conosco il proprietario, o meglio l’ho conosciuto stasera, eppure il piede è disteso molto vicino al mio orecchio sinistro con assoluta rilassatezza.

Sono seduto su una specie di divano a tre piani, in una stanza buia. La parte bassa del divano è un materasso buttato per terra; la parte centrale, su cui siedo, è un letto; il terzo piano, da cui viene il piede, è una specie di soppalco in legno. La stanza è molto piena, tutti i livelli del tri-divano sono occupati; anche un ulteriore letto, posto contro una parete laterale, ha i suoi bravi inquilini. Mi offrono birra e patatine. Non conosco nessuno di loro.

C’è un elemento fondamentale cui non ho ancora accennato: c’è un proiettore acceso. Questo proiettore è collegato ad un portatile. Questo proiettore sta proiettando “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere”, e sulla parete bianca (ma ora oscura nella stanza scura) si alternano Woody Allen, che vestito da buffone medievale cerca di farsi la regina, e Gene Wilder (Frankenstein Junior, avete presente?), dottore newyorkese innamorato della pecora di un pastore armeno.

« – È sporco il sesso?
– Certo, ma solo se è fatto bene. »

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Ridiamo. Facciamo battute. Qualcuno suggerisce di convertirsi al pecorismo. Non esageriamo con le battute, ci godiamo il film. Si fuma, parecchio. Una finestra viene aperta. Al primo piano del tri-divano le ragazze hanno freddo: le finestra viene chiusa.

Come sono finito qua? Onestamente, non ricordo bene. Sì, ho visto un qualcosa su Facebook, ma dove?

Questa cosa qui ha un nome, si chiama CineTorum. Che è un modo per dire che quattro coinquilini trentenni del quartiere  Maggiolina coinquilidevano una casa grande, con uno scantinato e una bella parete bianca; e si son detti “Perché non compriamo un proiettore? E perché tutti i lunedì non proiettiamo un film, e invitiamo chiunque voglia venire?”

E così è successo. Sono mesi che va avanti. Il lunedì alle nove basta presentarsi fuori dal giardino di questa bella casa con qualche birra e suonare. Verrà aperto. Sarete accolti. Io questa sera invernale mi sono presentato con una busta di birre, non sapevo quante portarne, non c’è un galateo per per casi così.

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“Ma tu sei amico di qualcuno?” mi chiedono nel patio dove le birre sono a raffreddare, all’aria gelida.

“No.” rispondo.

“Grande!” mi fanno.

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Finita la proiezione, si rimane ancora un poco, ma non molto che la metro chiude, e il lunedì sta già scivolando nel giorno dopo. Ho però il tempo di fare qualche domanda a Federica, una delle padrone di casa.

“Tu che fai?”

“Lavoro in un laboratorio, mi occupo di neuroscienze.”

“E lei?”

“E’ insegnante.”

“E vi conoscete tutti?”

“Ora sì. Loro due sono state portate da lui, lui era collega con loro, e loro erano amici suoi.”

Sento accenti napoletani, sardi, persino milanesi. Una ragazza ha fatto l’università a Viterbo, come me. La sua amica è toscana. E tutto questo mi sembra geniale e splendido. E anche un modo, naturale e umano, per ricreare quella rete umana che Milano a volte assottiglia fino a strappare.

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Ora i più puntigliosi di voi mi diranno:

“Ma se questo “Cinetorum” è alla Maggiolina, non è in periferia. Tu non volevi raccontare la periferia?”

E’ vero, il CineTorum non è in periferia.

Ma non vedo perché non può esserlo.