Il vecchietto tremolante – Incontro di periferia con sorpresa

Tornavo da una giornata di braciolate al Boscoincittà, dalle parti di Trenno. Ero alla fermata, aspettando un qualcosa che mi riportasse verso casa, quando è arrivato un vecchietto, camminando piano piano e appoggiandosi, quando possibile, alla banchina, o al muro. Tremava tutto, il vecchietto; forse aveva una qualche forma di parkinson. Mi sono messo a guardarlo, un filo preoccupato: dubitavo che avesse lo slancio necessario per mollare la banchina e atterrare sul pullman.

Così, quando il pullman è alla fine arrivato, l’ho praticamente issato e ce l’ho messo sopra.

Lui mi ringrazia molto della mia gentilezza. E come ricompensa mi appioppa un libro che ha scritto lui, con tanto di firma tremolante. Il vecchietto mi comunica che è un libro di poesie (“Ahia” penso io, che sono pieno di preconcetti verso chi “scrive poesie”). Mi dice anche che è un poeta conosciuto. Che usa uno stile ermetico. Che è anche pittore. Che i suoi quadri sono stati esposti alla triennale.

Ah ah, dico io.

Scendiamo vicino ad un orrendo centro commerciale. La moglie è venuta a prenderlo con la macchina, e la cosa mi rassicura.

Mi ringrazia ancora.

Lo saluto.

Nel viaggio verso casa do uno sguardo al suo libro.

E’ pubblicato Mondadori.

Ok. Ok. Forse vale la pena dargli una letta.

 

UNA FORMICA

Inutile

riaprire

cantieri,

innalzare torri,

sfidare il Dio

 

Inutile

rischiare

babeliche

implosioni

della lingua,

e l’ascesa

che muta

in caduta

 

Una formica già lo sa,

che il cielo

comincia

ad un millimetro

da terra.

“Bella!” penso. “Cazzo bella!”

Nel tragitto verso casa divoro il libro. Riguardo il nome dell’autore: nella mia abissale ignoranza, non lo conosco. Ho il cell scarico. E quindi devo aspettare che il pullman infinito mi riporti in Bovisa per accendere il computer, andare su internet, e cercare “Tonino Milite”.

 

Tonino Milite

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Tonino Milite (Tirana, 1942Milano) è un pittore e poeta italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Studiò a Milano presso l’Accademia di Brera di Milano, negli anni settanta iniziò la sua carriera come illustratore e divenne collaboratore di Bruno Munari. Nel 1997 pubblicò il suo primo libro di poesie “Dubi ti amo”[1] e nel 2001 Garzanti pubblica una sua opera sulla copertina del libro “Il Novecento” della “Storia della letteratura italiana”. Dall’anno 2000 ha esposto le sue opere pittoriche presso il Salone d’onore della Triennale di Milano, l’università Bocconi, il Mart di Rovereto, il Museo d’Arte Città di Lugano e Palazzo Sormani di Milano[1].

Le sue opere trascendono la tradizione per approdare in un mondo molto particolare, che è parzialmente legato alla realtà e parzialmente legato alla fantasia in un miscuglio di colori, sensazioni, emozioni che si completano a vicenda, rincorrendosi come le note che compongono un’armonia. [2]

Sposato con Gemma Capra, la vedova del commissario Luigi Calabresi, ha cresciuto i figli di essa, tra cui il giornalista Mario Calabresi[3], che ha intitolato uno dei suoi libri, l’autobiografico Spingendo la notte più in là, con un titolo di una poesia di Milite[4].

Ha inoltre ideato nel 1981 la bandiera arcobaleno simbolo della pace[5].

 

Insomma, altro che vecchietto suonato.

Adesso è qualche anno che il suo libro è nel nostro bagno, sulla lavatrice. Prima che mi accusiate di lesa maestà sappiate che la lavatrice è il posto d’onore dei libri, nella mia casa. E’ dove io e i miei coinquilini mettiamo e condividiamo i grandissimi, per usufruirne in modo comune, e magari incrociarci in corridoio e  dirci

“Oh fico Walt Whitman, per andare in bagno è grandioso!”.

“Vero? Dico anch’io.”

Adesso per esempio c’è Propp, c’è passato Joyce. E sì, il libro di Tonino Milite si è un filo arricciato per l’umidità, ma la dedica si legge ancora.

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Grazie a te, Tonino.

Aperitivo alla Biofficina

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La Biofficina è un bel posto. Birra buona, libri sugli scaffali, un piccolo mercatino biologico, e si mangia proprio bene. E il gestore è un quartese simpatico, il che non guasta.

Per quello sono contento che il 7 maggio alle 6.30 proprio alla Biofficina (Via Signorelli 13, una traversa di Paolo Sarpi, per capirsi) terremo un aperitivo per parlare un po’ del libro “Noi viviamo in periferia – Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato in Bovisa”. E del blog, naturalmente. Che sta diventando sempre più un “compagno” del libro. Almeno nella mia testa malata.

Quindi venite a far un salto. Non sarà una pallosissima presentazione frontale, giuro. Venite a fare due chiacchiere, bere una buona birra, gustare dei manicaretti che io li ho assaggiati e… insomma. Non voglio anticipare niente, ma fidatevi di uno che in prima comunione portava 50 di pantaloni.

Link all’evento su facebook

Link per comprare il libro, arrivare preparati e farmi domande che mi mettono in difficoltà 

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Quarto by night

E’ sera. Vado a Quarto Oggiaro da solo, che Elena dei Dinosauri a boxe ha rimediato un occhio gonfio, e mi apre la porta tenendosi il ghiaccio sulla faccia.

Sotto trovate un suo autoritratto.

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Vado a Quarto Oggiaro di sera, da solo, con il cellulare quasi scarico e solo due sigarette nel pacchetto.

Parcheggio la macchina. Mi chiedo: la ritroverò?

Una persona saggia una volta mi disse:

“Siamo tutti razzisti. Bisogna esserne consapevoli, per saperlo tenere a bada.”

Ci sono tanti modi di essere razzista, penso. Eccomi qua. Ho scritto un libro sulle periferie di Milano, vado in giro a sproloquiare sulla loro bellezza, vivibilità, sicurezza, e controllo tre volte volte se ho chiuso la macchina.

Scendo in strada, e mi avvicino a Quarto Posto, che mi hanno detto che il giovedì sera diventa ritrovo giovane e vivo. Mi avvicino alla piazzetta di Quarto Oggiaro. La famigerata piazzetta di Quarto Oggiaro. Quella di “Fame chimica”. La “piazzetta dello spaccio”.

Mi avvicino e sento urla. Un uomo e una donna che inveiscono l’uno contro l’altra. Lite domestica, penso. Disagio. Degrado.

Poi arrivo a Quarto Posto, e scopro che è uno spettacolo teatrale.

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Ci sono ragazzi, seduti intorno ai tavoli di Quarto Posto, con le loro tovaglie a scacchi rossi da osteria. C’è una coppia anziana. Vedo molti disabili. Una signora down emette gridolini divertiti: lo spettacolo le piace. Si urla.

“CI VORREBBE LA PENA DI MORTE!” grida l’attore.

“BISOGNA FARE LA RIVOLUZIONE!” rinforza l’attrice.

“INCENDIAMO I CAMPI ROM!” propone l’attore.

Perché è questo, che mette in scena lo spettacolo. Il nostro razzismo, i nostri pregiudizi, il nostro qualunquismo facile.

Insomma, Quarto mi accusa, direttamente.

Chiedo qualcosa da bere e da mangiare. Qualsiasi cosa, ho saltato la cena. Sono un uccellaccio scappato dall’ufficio, ho due ali di giacca spennata che mi escono dai lati del giacchetto, e i pantaloni che mi calano dalla pancia vuota.

“GIUSTIZIA DA SOLI! GIUSTIZIA DA SOLI!” gridano gli attori brandendo una bandiera italiana.

Poco dopo ho davanti a me una Tuborg colorata ed un piatto di qualcosa di buonissimo che non distinguo, ma si sa che non sono un sommelier. Lo divoro.

“MI HANNO CHIESTO L’ASSICURAZIONE! IO NON CE L’HO L’ASSICURAZIONE! E LORO ARRIVANO E GLI DANNO TUTTO! COMANDANO A CASA NOSTRA!”

I ragazzi rollano sigarette. I disabili cominciano a farsi pernacchie con la bocca e ridacchiare, ma senza disturbare troppo. Io mi guardo intorno e trovo un vecchio amico.

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“FACCIAMO SCHIFO!” urla l’attore in preda ad improvvisa consapevolezza “FACCIAMO SCHIFO!”

“Ma abbiamo detto solo quello che pensano tutti” cerca di difendersi l’attrice “Anche Barbara d’Urso.”

“FACCIAMO SCHIFO!” ribadisce l’attore.

“Ma abbiamo solo parlato.”

“TAGLIANO IL CUORE LE PAROLE! LE PAROLE TAGLIANO I DIRITTI! LE PAROLE DIVENTANO QUELLO CHE FACCIAMO AGLI ALTRI. TI RICORDI QUANDO I NOSTRI NONNI PARTIVANO? TI RICORDI COME LI CHIAMAVANO? HANNO FATTO IL TRATTATO SULLE RAZZE! C’ERAVAMO ANCHE NOI NEL TRATTATO SULLE RAZZE!”

“Noi siamo italiani…” replica l’attrice confusa.

“NOI SIAMO ITALIANI! SIAMO ITALIANI SIAMO ITALIANI!” grida l’attore.

E poi si volta verso il pubblico, e, con infinita delicatezza, dice

“Grazie.”

Parte l’applauso. Birra in mano e ultima sigaretta in bocca, vado a parlare con gli attori.

“Ma come è nato lo spettacolo?” chiedo.

“Ascoltando.” mi risponde la ragazza. “Tutto quello che abbiamo detto lo abbiamo sentito in giro. Non so ero in fila al CUP, e cominciavano questi discorsi. Io allora cercavo di prendere appunti, ma se tiri fuori un foglio ti guardano male.”

“Lavoriamo di memoria” aggiunge il ragazzo.

“Ma come vi chiamate” chiedo.

Ultimo teatro.

Esco a fumarmi l’ultima sigaretta. Scambio due parole con Pietro. Scopro che i ragazzi disabili sono l’associazione di catering sociale da cui si riforniscono. Che la coppia anziana sono il presidente dell’ANPI locale e sua moglie. Che la prossima settimana ci sarà una cena con i carcerati, in collaborazione con l’Associazione 21:  ad ogni porzione un carcerato racconterà un episodio della sua vita, una storia che non ha niente a che vedere con il motivo per cui è in galera. Gli invitati possono fare domande e parlare.

Vedere l’uomo dietro il carcerato. Vedere la persona dietro lo stereotipo. I pregiudizi.

Quarto ci tiene a rigirare il dito nella piaga, stasera.

Pietro mi racconta delle serate musicali, della riconquista gioiosa del ponte su cui Casa Pound aveva messo il suo marchio. Della Festa di Primavera di zona 8 della scorsa settimana, dove ognuno portava qualcosa, e loro facevano serigrafia, e c’era chi portava i giochi per i bambini. E quelli che hanno aperto un’associazione di falegnameria popolare? E qua mi snocciola un elenco di associazioni in cui mi perdo.

“Sai che abbiamo fatto anche una serata di incontro e confronto con Milano 2?” mi dice “E’ venuto fuori che loro avevano associazioni ma più sportive, calcistiche, insomma, da gente più ricca. Ma stranamente sembrava quasi che si vivesse meglio qua. Che ci fosse più rete. Vedi questa piazza? A Milano 2 ce n’è una simile, ma c’è in mezzo un lago. Non ci va nessuno. Qui invece c’è sempre gente. Ci siamo noi. C’è l’ANPI. Qua davanti c’è Agorà, offre servizi gratuiti e iniziative per i bambini. Negli stessi spazi c’è Save the Children. A fianco stanno aprendo un posto che offre servizi medici.”

Pietro è così gentile da scroccare una sigaretta per me che sono in astinenza. Lascio i ragazzi di Quarto Posto a chiacchierare sui divani che hanno portato fuori, in piazza; me ne vado a malincuore ma oggi è giovedì e domani mi rimetto il badge al collo.

Torno alla macchina. Con grande umiliazione, vedo che c’è ancora.

 

 

Periferie del mondo – San Pietroburgo

Io ora raccontare di volta che io avere visitato Periferia di San Pietroburgo.
(Pezzo da leggere con forte accento russo, da?)
Tovarich Ekaterina me ospitare. Però tovarich Ekaterina avere problemi con lavoro. Riceve chiamata da capo: servire dati e proiezioni.
Apre computer quindi, e dire qualcosa in dialetto russo che io no capire, però suo crocifisso spezzare a metà, quindi io capire da contesto.

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Decido quindi di esplorare gloriosa San Pietroburgo.
“Tu andare in centro?” chiedere tovarich Ekaterina da dentro foglio excel in cui si è smarrita.
“No io fare giro in paraggi”.
“Perché? Questo quartiere dormitorio.” Squilla cellulare di Ekaterina. Tovarich Ekaterina risponde con molti da. Io uscire.
In ascensore rispondo a domanda di tovarich. Perché città è come donna: tutte donne belle il sabato sera, ma per sapere come è donna devi guardarla in faccia lunedì mattina, e per scoprire come è città devi guardare dove maggior parte di sua gente dorme e vive, no in bel centro per turisti.
Gente di san Pietroburgo dorme e vive qua.

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Un giro e un Quarto

Né io né Elena dei Dinosauri siamo particolarmente in forma, che la notte precedente è stata un po’ troppo lunga, e decisamente troppo etilica.

Ma nonostante questo raccogliamo fotocamera e taccuino e andiamo a Quarto Oggiaro.

Perché? Perché se questo blog vuole raccontare la periferia deve uscire da Bovisa, andare a vedere cosa c’è là fuori. Con umiltà: non si può pensare di comprendere un luogo con una passeggiata domenicale. Si può però cominciare a guardare, a fare domande, a assorbire l’atmosfera e gli umori. E’ un po’ poco, lo so, ma siate clementi.

Stiamo appena iniziando.

Ora, se metti Quarto Oggiaro sul Google Maps, e lo segui stolidamente, ti porta qua.

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Io e Elena dei Dinosauri ci guardiamo perplessi.

Continuiamo. Non c’è una meta precisa, ma c’è una mezza idea di arrivare a Quarto Posto, il circolo Arci del quartiere. Parcheggiamo un po’ prima, vicino ad un pugile gigantesco.

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Un parco, ed ancora di più i disegni e le scritte sul suo muro esterno, ci fanno deviare dal nostro itinerario.

Una scritta mi accusa, personalmente.

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“A Quarto dobbiamo andarci tutti. Ma non oggi o fra una settimana a fare i turisti dell’orrore. Dobbiamo andarci numerosi il mese prossimo e quello dopo ancora. Non per l’ennesimo albero criminale che cade, ma per la foresta di legalità che cresce rigogliosa”.

“Ma io non sono venuto a cercare orrori, sono venuto a cercare la bellezza.” cerco di difendermi.

La trovo. Il parco della Villa Scheibler è uno dei più meravigliosi che abbia visto a Milano. E’ un gioiello, è un sogno di pace e riposo. Elena dei Dinosauri, che ha la macchina fotografica nuova, continua a fotografare particolari vegetali ripetendo quasi autisticamente “Questa macchina le macro le fa proprio bene.”

 

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Usciamo. E cominciamo a camminare tra le case. Ci sono delle forti contraddizioni: molto verde, nel cortile di alcune case vedo dei giardini che ucciderei per avere davanti alla mia finestra, ma c’è anche incuria, divani abbandonati, e ho contato almeno quattro carrelli della spesa a pascolare per le strade, allo stato brado. Abbondano le piste ciclabili, quando a Milano è costume costruirne una di duecento metri in mezzo a due incroci, e poi più niente per chilometri; abbondano però anche balconi coperti, alcuni interamente, da teloni e tende da doccia, e non capiamo perché.

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Arriviamo alla piazzetta di Quarto Posto.

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Una birra veloce e ripartiamo. Attraversiamo un reticolo di strade perpendicolari. Non mi sembra di vedere altre piazze. Vedo però un altro parco, Parco Franco Verga.

Che si rivela però non all’altezza del primo.

E non solo per gli incomprensibili stradoni di cemento, o i canali, o i capolavori dell’edilizia contemporanea che lo circondano: come tutto il quartiere, il parco è stretto tra Ferrovia e Autostrada.

Il che non aiuta.

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Continuiamo. Vediamo uno splendido murales dedicato a Falcone. Vediamo la sede dell’Associazione “Quarto Oggiaro vivibile”. Vediamo segni di una volontà di contraddizione, di caparbietà civile. Ripenso alla piazza di Quarto Posto, a cosa c’era scritto sopra ai murales.

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Alla fine Villa Scheibler ci riattira inevitabilmente. Elena dei Dinosauri sostiene di accusare leggermente la somma della birra della notte precedente e di quella appena presa.

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Ho una mezza idea di infilarla in un’ambulanza parcheggiata là vicino.

Passano cani, famiglie, bambini. Un vecchietto sdentato passa vicino a due ottantenni sedute e gli grida “Ciao, ragazze!”

Le ottantenni si sciolgono in risolini.

Elena dei Dinosauri sostiene si star meglio, si tira su, e dichiara immediatamente che forse stava meglio sdraiata.

Diario di bordo del capitano Mezzatesta: sotto un impietoso cielo grigio, la prima spedizione a Quarto Oggiaro è conclusa.