Le vie di Dergano

Dergano è il quartiere attaccato a Bovisa. Qualcuno mi disse che in passato avevano una relazione simbiotica: Bovisa era luogo di fabbriche, Dergano di spedizionieri. A Bovisa facevano, a Dergano portavano nel resto del mondo.

Detto questo il rapporto tra Dergano e Bovisa è un po’ strano. Vicini, simili, eppur distanti. Non si capisce bene dove inizi uno e finisca l’altro, eppure sono ben distinti.

Cerco di definire il loro rapporto, e non trovo la frase giusta.

E allora raccogliamo le sigarette, e andiamo a scoprire Dergano.

Sabato scorso c’era una bella festa di quartiere chiamata “Via dolce via”, dove ho potuto vedere cose bizzarre.

Del tipo bambini che giocano a scacchi.

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Bambini che imparano la scherma.

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Bambini impegnati a creare vasetti di ceramica per l’orto di quartiere, troppi intenti nel loro lavoro per chiedere l’iphone alla madre e giocare ad Angry Bird.

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Sono lieto di affermare che nella top ten delle cose bizzarre c’era anche il sottoscritto, che, avvolto da due grossi fogli di carta, chiedeva ai passanti di scrivere sul suo corpaccione cosa pensassero della loro periferia.

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Perché rendersi ridicolo è sempre la risposta giusta.

“Salve signora, vuole scrivere come è la sua periferia?”

“Da migliorare” mi risponde, con le labbra ben strette, in una posizione che nel mio paese è chiamata “a culo di gallina”.

“Ciao, mi scrivi come è la tua periferia?” chiedo.

“E’ bellissima, ma mi sono entrati in casa.”

“E’ verde!”

“E’ grigia!”

“Rumorosa!”

“Tranquilla!”

“Tesoro” dice la mamma ad una bambina “vuoi scrivere tu come è il tuo quartiere?”

La bambina ci pensa un attimo e poi scrive “Isabella”, il suo nome, con l’egocentrismo tipico dei bambini.

“Scusa mi vuoi scrivere come è la tua periferia?” chiedo.

“Non è periferia, questo è il centro del mondo!” risponde una ragazza ridendo.

“Scusa, vuoi scrivere come è la tua periferia.”

“Sono della Brianza!”

“Abito in montagna!”

“I’m from London!”

“Ok, tell me about your bad neighboud.” rispondo.

“Posso scrivere in cinese?”

“Certo.” dico io.

La mia postazione è bella al sole, quindi quando raggiungo il punto di cottura mi infilo una sigaretta in bocca e chiedo ai ragazzi di Gallaradio, che hanno lo stand proprio davanti al mio, di dare uno sguardo ai miei libri: vado a farmi un giro.

La scuola media del quartiere espone i lavori su “Lo Hobbit” fatti dai ragazzi.

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Poco più avanti ci sono dipinti, tra cui una riproduzione de La Notte Stellata di Van Gogh.

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Tanta bravura da mani bambine mi sciocca e mi rende verde d’invidia. Ricordo ancora il mio ultimo lavoretto scolastico:  volevo fare un specie di totem. Lo intagliai nel legno e lo dipinsi di colori improbabili.  Orgoglioso, lo mostrai ai miei genitori: mi sembra ancora di sentire le loro risate. Il totem è tuttora posizionato vicino al televisore della mia casa natia, a mia eterna presa per il culo.

Incontro il prete del paese. Incontro un tipo che si occupa di progettazione sociale, qualsiasi cosa sia. Parlo con un’esponente di Mammuz, un’associazione di mamme, che ha una bella maglietta con un mammuth sopra. E’ il loro simbolo: Mamme, Mammuts, Mammuz. Chiedo se la maglietta c’è anche da uomo. Bizzarramente, non c’è.

Capito in un’azienda di coworking di webdesigner, che ha organizzato una mostra di soggetti spaziali, realizzati fotografando polvere colorata. Mi offrono una birra che accetto con gratitudine infinita.

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“Questo è un posto storico” mi raccontano “Era la sede dello Studio Azzurro. Facevano ricerca artistica tramite nuove tecnologie, tipo affreschi digitali, o interattivi. Ci dovrebbe essere una mostra, a Milano, da qualche parte.”

Ho lasciato soli i miei libri per troppo tempo. Ritorno, e mentre cammino penso che queste manifestazioni rendono visibile l’invisibile, fitta rete di realtà che si nasconde tra i palazzi delle periferie.

“Scusa, mi scrivi come è la tua periferia? Com’è Dergano?” chiedo ad una ragazza  bruna che passa.

“Di dove sei tu?” mi chiede lei.

“Bovisa.” rispondo. “Cioè immigrato, però vivo in Bovisa.”

Lei prende il pennarellone, sorride, e scrive

“Bovisa e Dergano sono due amanti attempati.  Di quelli che però, all’alba, ognuno torna a casa sua.”

Ed eccola lì, la definizione che stavi cercando, scritta sul tuo corpo in pennarello verde.

Guardo la ragazza.

“Questa me la firmi.” Le dico.

Lei sorride.

Dergano, Milano nord ovest, per qualcuno il centro del mondo.

 

Periferia 42

«La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto è… 42. Sì, ci ho pensato attentamente ed è questa, 42. Certo sarebbe stato più semplice se avessi conosciuto la domanda.»

«Ma era LA domanda, la domanda fondamentale di tutto quanto!»

«Questa non è una domanda! Solo quando conoscerete la domanda comprenderete la risposta.»

Guida galattica per gli autostoppisti, Douglas Adams.

Qualcuno mi ha chiesto:

“Ma perché parli di Bovisa come di una periferia? Va bene siamo fuori dalla circonvallazione, ma in sei minuti siamo in Cadorna, quando mai si è vista una periferia così vicina al centro?”

Altri hanno esclamato, con una certa insofferenza:

“E basta! Quando lo vogliamo capire che Bovisa non è periferia, ma uno dei quartieri storici di Milano?”

Come se non potesse essere l’una e l’altra cosa.

Questo scatena una domanda poco interessante, ed una MOLTO interessante.

La prima, la più scarsa, è “Dove inizia la periferia?”.

La seconda, gigantesca, è “Che cos’è una periferia?”.

La prima la ignoro; la seconda è troppo grande per me e, forse, troppo pericolosa. Le definizioni sono gabbie, dove il pensiero muore.

La terza domanda, figlia delle prime due, è quella che mi affascina stasera:

“Dove finisce una periferia?”

Ok, non siamo tutti d’accordo che Bovisa sia periferia, va bene. Quarto Oggiaro, con la sua brutta fama, con la sua piazzetta dello spaccio? Barona, con il suo passato agricolo? Sono periferia? Sì? Va bene.

Aumentiamo di una tacca la difficoltà.

Pioltello? Con il suo quartiere dal nome cosmico, “Satellite”, sede di tanta immigrante immigrazione,“Non c’è niente a Pioltello”, Pioltello, ai suoi 45 minuti di macchina da Milano, è periferia?

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“Naturalmente no” dirà qualcuno “è comune a sé. È lontano. Che c’entra con Milano?”

“Sicuramente sì” dirà qualcun altro “Non c’è niente perché orbita intorno Milano, non è un caso che il suo quartiere si chiami Satellite. E hai mai visto le magliette «Pioltello pane amore e coltello» nei negozi meneghini? Milano è egocentrica, Milano parla solo di se stessa, perché dovrebbe perdere tempo a creare magliette su posti che non la riguardino?”

Alziamo la difficoltà ancora di una tacca.

“Novate è periferia?”

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“Sicuramente no. È un comune per conto suo, e poi è un comune di gente bene. Hai visto quanto è carina Novate? Quanto costano le case a Novate? Può essere periferia!”

“Certo che sì. È a 15 minuti di treno da Cadorna. È dove vivono quelli che lavorano a Milano, che orbitano intorno a Milano. Dove è lo stacco tra Milano e Novate? Bovisasca non porta a Novate? Guardali su una mappa, guardali da un satellite: riesci veramente a dire dove finisce Novate e inizia Milano?”

Alziamo la difficoltà di una tacca ancora.

“Saronno è periferia di Milano?”

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“Spero tu stia scherzando. È provincia di Varese. Ha quasi 40.000 abitanti. Industrie,  sedi di multinazionali, un proprio centro. Cosa c’entra con Milano?”

“Sono stato un venerdì sera nel centro di Saronno. Alle 11 c’era un solo bar aperto, e stavano mettendo le sedie sui tavoli, e abbassando le luci. Non è che tutti i suoi ragazzi scappano verso Milano? I suoi figli non vanno forse a scuola a Milano? Milano, che è a 19 minuti di treno? Saronno è popolosa, e allora? Ponticelli, periferia di Napoli, fa 75.000 abitanti. Saronno è industrializzata, e allora? E ogni periferia non lo è, o non lo è stata?”

Ora.

Io vengo da un paese del Lazio che si chiama Bassano Romano.

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Nonostante il nome è provincia di Viterbo, ovvero a nord di Roma, verso la Toscana, che ci vuole un’ora di macchina per raggiungere il Caput Mundi, che ci vuole almeno il doppio di treno, contando i ritardi.

Eppure io parlo con accento romano. Romano, non bassanese. Il bassanese, il mio dialetto vero, ha bizzarre influenze di napoletano, e poi sa di terra, di valli, di nocciole. Eppure io, e con me tutta la mia generazione, parliamo un mezzo romano di borgata: magari non abbiamo niente a che vedere con Roma, neanche da lontano, eppure sembriamo tutti Christian De Sica in un cinepattone.

Perché le città sono giganteschi pianeti, sono dei Saturno, degli enormi Giove gassosi e indistinti, e noi periferie e paesini e paesoni siamo satelliti attirati dalla loro sconvolgente forza gravitazionale, e le onde della loro influenza, della loro attrazione, vanno ben oltre i confini legali e fisici stabiliti dagli uomini.

Dove finisce la periferia? Non ho la risposta. Non mi interessano le risposte. Le risposte sono pericolose, le risposte sono un punto, le risposte sono gabbie dove il pensiero muore.

Ascoltate questo terrone, al suo terzo bicchiere di grappa nel suo circolo arci periferico e locale.

Diffidate da chi ha tutte le risposte.

A volte è meglio fare una buona domanda.

….

Dove finiscono le periferie?