Bimbi

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C’è un antidepressivo naturale, a Dergano.

Ho praticamente passato la giornata al Mamusca, uno di questi fine settimana. Il Mamusca è un colorato bar per mamme, bambini e adulti un po’ bambini. Ci sono passato in tarda mattinata, per far colazione; avevo voglia di un cappuccio, di un panotto al cioccolato,  e di fare due chiacchiere con Francesca.

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Francesca era dietro al bancone, e consigliava ad una giovane coppia di venire ad abitare a Dergano.

“Qui vivono un sacco di coppie con figli. C’è il parco, e poi tante iniziative.”

Affondo il naso nella crema del mio cappuccino e mi guardo intorno. Ci sono libri, per bambini e non, giocattoli, piatti da colorare. Vicino al bancone c’è un piccolo sgabello di legno, per consentire ai marmocchi più grandicelli di arrivare al loro succo di frutta.

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In maniera simile, nel bagno c’è un water, un water più piccolo, ed un vasino.

Fumiamo una sigaretta, io e Francesca. Parliamo un po’ di tutto: della manifestazione Via Dolce Via, nata da una sua idea e ora adottata da tutto il quartiere. Di quanto è complicato gestire un caffè, anche se divertente. Della mia nipotina e dei suoi tre figli.

“Il più grande”, mi rivela, con gli occhi sgranati dall’emozione, “tra quattro o cinque anni mi potrà aiutare al bar!”

Davanti alla vetrina, all’esterno, c’è una cassetta per il bookcrossing: se trovi un libro che ti piace, lo prendi e ne lasci un altro in cambio.

Una signora disegna.

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Sulla porta a vetri, invece, ci sono i manifesti in italiano, arabo e cinese di “Cinema di Ringhiera”, una iniziativa geniale dove film stranieri in lingua originale ma sottotitolati vengono proiettati nei vecchi cortili di Dergano; e così i neo-milanesi di origine varia si siedono fianco a fianco dei vecchi derganesi, che si sono sbucciati le ginocchia in quelle stesse corti, e questi due mondi abissalmente lontani ridono e si inteneriscono per le stesse storie.

Saluto Francesca: devo assolutamente trovare un papillon gigante (non fate domande).

Neanche un minuto dopo sono di nuovo al bancone: ho dimenticato di pagare.

E un’ora dopo sono di nuovo al colorato bancone di Francesca: avevo dimenticato anche lo zaino.

Ho fame, e già che ci sono ordino un hamburger vegetariano. Arriva un signore con delle scatole piene di libri, per il book crossing.

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Nel frattempo Paola, un’educatrice che aiuta Francesca, spiega ad una signora come funziona un gioco di carte dove lo scopo è raccontare storie.

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Io ho con me il computer aziendale, e penso “mah, proviamo a dare un occhio alla mail.”

Pessima idea.

Un camion Iveco ha nottetempo depositato nella mia posta una tonnellata di lavoro, e il mio umore vira sul temporalesco con la velocità del cielo milanese.

Fumo due sigarette per scacciare le nuvole scure, temporeggio, procrastino, contratto con me stesso, ed infine apro la prima di quindici mail.

E, proprio allora, succede.

Nell’arco di cinque minuti il tranquillo caffè è investito da un allegro tornado di bambini piccolissimi, che camminano barcollando, si spiaccicano sui divani, lasciano ditate sulla vetrina, e incastrano blocchi di legno in un tetris analogico. Una bella mamma tatuata, credo brasiliana, gioca con la sua bambina, che ha una codina proprio al centro della testa. Un bambino simpatico con le orecchie a sventola, in braccio ad una ragazza, è completamente intento a far passare anelli di legno nelle giravolte di un giocattolo.

E indovinate un po’? Mi ritrovo a sorridere. Sto verificando l’allineamento dei titoli di una presentazione, un lavoro che viene universalmente riconosciuto come solo leggermente meno palloso del dare il resto al casello; dovrei essere nero, annoiato, abbattuto del dover passare il mio sabato pomeriggio a lavorare.

Ma sorrido.

Dopo un po’ noto che i muscoli del volto mi tirano leggermente, come se stessero cercando di opporsi all’allegro incurvarsi delle mie labbra, come se il mio malumore non volesse arrendersi al fiore di risa che mi sta sbocciando in bocca. Ma poi il bambino con le orecchie a sventola molla il gioco, mi guarda, e fa un risolino.

E allora il mio malumore getta la spugna, borbotta “fanculo”, e va far piovere da qualche altra parte.

Veloce come è arrivato, il ciclone di bambini se ne va. Io nel frattempo ho finito, mettendoci molto meno tempo e fatica di quanto pensassi. Soddisfatto, fumo la sigaretta della vittoria. Guardo l’orologio: è ora di andare, è ora di annodare un giallo papillon gigante intorno al mio collo (sul serio, non chiedete). Spengo la sigaretta e ho ancora una sbavatura di sorriso, tutto intorno alla bocca.

Stavolta mi ricordo di pagare.

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