Lascio Bovisa

4917111_orig

Sì. Lascio Bovisa. Il quartiere che mi ha accolto ormai 6 anni fa. Il quartiere che ho vissuto, amato, difeso, criticato. Il quartiere che mi ha visto condividere birre in piazza schiavone, che mi ha abbracciato alla fine di interminabili rientri notturni in 90, che io emigrato ho chiamato casa.

Lascio Bovisa, dove sono felice come non lo ero mai stato. Dove sono stato innamorato. Dove sono stato disperato.

Lascio Bovisa, dove ho fatto il mio primo tatuaggio. Lascio Bovisa, dove ho cercato di essere adulto, come un bambino che si infila le giacche del padre. Lascio Bovisa, che mi ha ricongiunto con una delle parti più primitive, ingombranti e vere del mio essere: quello di esplorare, quello di raccontare.

Lascio Bovisa, dove ho ballato in cucine troppo piccole. Dove ho passato lunghe serate in compagnia di birre del penny, serie televisive e qualche amico.

Lascio il gasometro, ancora convinto che con le luci giuste potrebbe essere più bello della Torre Eiffel.

Lascio la margherita a 3 euro e 50 di Heidi, l’hot dog a due euro di Bovisa Kebab, il bicchiere di vino alla Scighera, la pasta alla Carrettiera, il gelatino buonissimo di Mi Sciolgo.

Sto andando in centro, vi chiederete? No. Vado lontano? Niente affatto. Percorrerò ancora spesso le strade della Bovisa, che tanto mi hanno dato da raccontare? Certo.

“E allora cos’è questo piagnisteo?” dirà qualcuno.

Sto andando ad Affori, dove, da venerdì, ho una casa che per la prima volta posso chiamare mia. Non dei miei genitori, non in affitto: mia.

E sì, Affori è ad un metro da Bovisa, ma le distanze sono più nella mia vita che nei chilometri.

“Dove vivi?”

“A Bovisa” ho risposto per cinque anni, trattenendomi ogni volta dall’aggiungere “Che è un posto spettacolare, dicotomico, una borgata paesana in bilico sulla periferia, un luogo in equilibrio precario sulle possibilità molteplici di ciò che può diventare; è il posto che mi ha insegnato a vedere il meraviglioso in ciò che è sotto i nostri occhi tutti i giorni, a incontrare la bellezza in un disegno sul muro, a scoprire una storia in un foglietto lasciato per terra. Io non vivo a Bovisa, io vivo Bovisa, io adoro Bovisa, mi ha costretto a scrivere un libro su di lei, Bovisa.”

E ora sono ad Affori, affacciato sul balcone della mia casa vuota. C’è un grosso palazzo in costruzione, proprio davanti a me. Sulle sue impalcatura sono appesi striscioni che mostrano la meraviglia che potrebbe diventare, ma i lavori vanno a rilento, e per ora è mattoni rossi a vista, cemento, e gru al vento. Ho parlato con qualcuno e mi hanno accennato a soldi finiti, a muratori solitari che eseguono saltuariamente lavori da formica, ed è ora incerto se la costruzione manterrà mai la promessa di ciò che poteva diventare. A volte mi sento anche io un po’ così.

Eppure sono contento. Sono più che contento: sono ad un nuovo inizio. Come questa casa vuota, questo luogo e i giorni che ho davanti sono ricchi di possibilità. Sarà splendido, penso, essere e vivere ed scoprire questo luogo nuovo, questa vita nuova.

Dopotutto, sono uno che esplora, sono uno che racconta.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...