Falò

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Federico Rizzo ce l’ha con me. Ce l’ha con me perché nel libro che ho scritto su Bovisa non ho mai parlato di Cascina Albana, la vecchia cascina che si erge lungo la desolazione di via Bovisasca, tra le capanne di lamiera e il parcheggio dei camper.

Federico è occhialuto e appassionato. Un mattino ci diamo appuntamento al Mamusca, e lui arriva carico di libri e di storie e documenti che ha trovato in archivi e catasti, e che sparge per tutti i tavoli colorati.

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Mi mostra una riproduzione di un’antica mappa di Milano, la mappa di Clarici del 1580, dove Milano è solo il suo centro, e gli altri quartieri sono borghi agricoli collegati dalle strade che ci sono ancora. Ci sono tutti: Quarto, Barona, “Buisa”.

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“Lo sai che lungo via Bovisasca correva una roggia, una specie di naviglio?” mi dice. “Poi è stata interrata, ma se metti l’orecchio al tombino in via Ricotti davanti alla Chiesa ma puoi ancora sentirlo.”

Gli chiedo di Cascina Albana, dove vive, e dove è stato uno degli organizzatori di feste e orti. Si gratta la testa.

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“E’ un posto strano.” mi dice infine. “Un mix sociale. Abbiamo un po’ di tutto: immigrati, artisti, anziani, professionisti. E’ antichissima, la trovi già nel catasto teresiano del 1722, ma potrebbe anche essere più antica. Hanno messo il gas nel 35 e l’acqua potabile nelle case nel 50.”

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E subito mi gira il link a due o tre siti dove posso trovare maggiori informazioni. Ma Federico è inarrestabile,  ciclonico. Ha già cambiato argomento, e mi parla della festa di quartiere di Dergano, “Via Dolce Via“, e mi dice che devo assolutamente partecipare, e le chiacchiere sulla Cascina Albana finiscono lì.

Così, quando scopro che si sta organizzando un falò della merla nei suoi  orti decido di andarci. Invito tutti, ne parlo a lavoro. Organizzano un falò della merla, secondo la vecchia tradizione milanese. Ci sarà da bere, e gente, e roba da mangiare.

Naturalmente arrivo tardi, ed in solitaria. Non trovo subito gli orti, e faccio un giro per il cortile della Cascina.

Se state pensando a posti pettinati come Cascina Cuccagna, siete distanti anni luce. E se la state accomunando a posti di contro-cultura tipo la Torchiera, con le sue conversazioni sul te’ al peyote, ancora acqua. Avrebbe bisogno di qualche imbiancata, ma è un posto vivo, dove la gente del popolo ha iniziato a vivere centinaia di anni fa, e ci vive ancora. Non ci sono più le stalle, e alle sue spalle hanno costruito dei palazzoni colorati che sembrano degli enormi lego, ma il lavatoio c’è ancora, e questo è un pezzo di Milano che è sopravvissuto a due guerre e al boom economico. Un pezzo di storia, non turistico ma vero.

Alla fine trovo il falò in un bel parco alla sinistra della cascina, proprio vicino alla ferrovia. Al mio paese c’è un proverbio per quando si arriva a festa finita, ed è “arrivare dopo i fuochi”, nel senso d’artificio.  Io stavolta sono arrivato dopo il fuoco.

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Ormai è rimasta solo brace, e mi viene immediatamente voglia di metterci sopra un po’ di pane e farmi una bruschetta. Invece è sopravvissuto solo qualche frammento di frappa (chiacchiera, bugie, come le chiamate) e un bicchiere di vino, ma stanno già per smontare tutto. Eppure c’è ancora gente attorno al quasi fuoco. Una bambina dai capelli ricci fruga il parco per trovare bastoncini da bruciare, e soffia sulla braci per ravvivarle. Due ragazzi percuotono i  bonghi, e un gruppo di ragazze su quel ritmo alterna canti brasiliani e milanesi; una soffia in un flauto.

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Scrocco una sigaretta ad un ragazzo grosso e pelato, e scopro che vive a Cascina Albana, e non vorrebbe vivere da nessuna altra parte  al mondo. Parliamo della Bovisa, di quanto sia un bel posto. Parliamo di come Piazza Schiavone sia forse la piazza brutta più brutta al mondo.

“Sai che quel folle dell’architetto pensava di fare una specie di Piazza del Campo a Siena?” gli dico. “Per quello ha quello forma a ventaglio.”

“Ma dai!” ride lui “Il mio amico, qua, è di Siena.”

Cupo in volto, guardo il senese.

“Non denunciarci, per favore.” imploro. Lui si fa una risata. Mi salutano. Anche per me è giunto il tempo di andare. Qualcuno riempe un secchio d’acqua per spegnere ciò che è rimasto del fuoco, dice alla gente di spostarsi. Il fumo sale gonfio nel cielo, mentre mi allontano.

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PS: nel video sotto Federico, con documenti alla mano, vi racconta la storia di Cascina Albana.

E qui invece vi porta a fare un giretto.

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