Splendida Primavera di Periferia

Primavera, ti attraverso in volo Sull’asfalto vergine che posaron nella notte Cento angeli venuti dal nord Africa Con tuniche arancio-fluorescenti. La quiete del mezzogiorno ha dissolto Il fragore dei camion tritatutto E dietro lui i richiami squillanti dei clacson che van di auto in auto sospese sulla via verso l’ufficio. Nell’ora di Pan, in cui […]

via Primo vere urbano — BACIAMI, PICCINA

Piedi e cinema

C’è un piede, a lato della mia testa.

Il piede è avvolto in un calzino. Non ne conosco il proprietario, o meglio l’ho conosciuto stasera, eppure il piede è disteso molto vicino al mio orecchio sinistro con assoluta rilassatezza.

Sono seduto su una specie di divano a tre piani, in una stanza buia. La parte bassa del divano è un materasso buttato per terra; la parte centrale, su cui siedo, è un letto; il terzo piano, da cui viene il piede, è una specie di soppalco in legno. La stanza è molto piena, tutti i livelli del tri-divano sono occupati; anche un ulteriore letto, posto contro una parete laterale, ha i suoi bravi inquilini. Mi offrono birra e patatine. Non conosco nessuno di loro.

C’è un elemento fondamentale cui non ho ancora accennato: c’è un proiettore acceso. Questo proiettore è collegato ad un portatile. Questo proiettore sta proiettando “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere”, e sulla parete bianca (ma ora oscura nella stanza scura) si alternano Woody Allen, che vestito da buffone medievale cerca di farsi la regina, e Gene Wilder (Frankenstein Junior, avete presente?), dottore newyorkese innamorato della pecora di un pastore armeno.

« – È sporco il sesso?
– Certo, ma solo se è fatto bene. »

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Ridiamo. Facciamo battute. Qualcuno suggerisce di convertirsi al pecorismo. Non esageriamo con le battute, ci godiamo il film. Si fuma, parecchio. Una finestra viene aperta. Al primo piano del tri-divano le ragazze hanno freddo: le finestra viene chiusa.

Come sono finito qua? Onestamente, non ricordo bene. Sì, ho visto un qualcosa su Facebook, ma dove?

Questa cosa qui ha un nome, si chiama CineTorum. Che è un modo per dire che quattro coinquilini trentenni del quartiere  Maggiolina coinquilidevano una casa grande, con uno scantinato e una bella parete bianca; e si son detti “Perché non compriamo un proiettore? E perché tutti i lunedì non proiettiamo un film, e invitiamo chiunque voglia venire?”

E così è successo. Sono mesi che va avanti. Il lunedì alle nove basta presentarsi fuori dal giardino di questa bella casa con qualche birra e suonare. Verrà aperto. Sarete accolti. Io questa sera invernale mi sono presentato con una busta di birre, non sapevo quante portarne, non c’è un galateo per per casi così.

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“Ma tu sei amico di qualcuno?” mi chiedono nel patio dove le birre sono a raffreddare, all’aria gelida.

“No.” rispondo.

“Grande!” mi fanno.

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Finita la proiezione, si rimane ancora un poco, ma non molto che la metro chiude, e il lunedì sta già scivolando nel giorno dopo. Ho però il tempo di fare qualche domanda a Federica, una delle padrone di casa.

“Tu che fai?”

“Lavoro in un laboratorio, mi occupo di neuroscienze.”

“E lei?”

“E’ insegnante.”

“E vi conoscete tutti?”

“Ora sì. Loro due sono state portate da lui, lui era collega con loro, e loro erano amici suoi.”

Sento accenti napoletani, sardi, persino milanesi. Una ragazza ha fatto l’università a Viterbo, come me. La sua amica è toscana. E tutto questo mi sembra geniale e splendido. E anche un modo, naturale e umano, per ricreare quella rete umana che Milano a volte assottiglia fino a strappare.

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Ora i più puntigliosi di voi mi diranno:

“Ma se questo “Cinetorum” è alla Maggiolina, non è in periferia. Tu non volevi raccontare la periferia?”

E’ vero, il CineTorum non è in periferia.

Ma non vedo perché non può esserlo.

Quarto Orto

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Dalle parti della stazione, dell’Esselunga, in fondo ad una strada chiusa. Davanti ad un palazzone abbandonato, lontano dalla vivacità organizzativa di Piazzetta Capuana. Nascosto da mura prefabbricate in cemento.

Ma c’è.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Strappato alla dimenticanza. Difeso da chi ancora lancia dentro immondizia da oltre il muro. Innaffiato a forza di taniche, in attesa dell’allacciamento che potrebbe non arrivare.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto, ed  è un orto condiviso.

E’ per chi vuole: per i pensionati che ci passano la giornata; per i ragazzi del doposcuola; per chi ha una mobilità ridotta (una parte è rialzata).

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A seconda della stagione si piantano cavoli neri, finocchi,  zucchine,  pomodori. C’è uno spazio comune dedicato alle spezie. Le mani infilano semi nella terra. I semi sono concimati e protetti secondo natura.

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I singoli appezzamenti sono assegnati alla cura del singolo, con una idea di dare un occhio al condiviso, e ad esso contribuire, e goderne insieme.

E mi sembra una buona lezione.

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Si ringrazia i ragazzi di SUPER – il festival delle periferie per avermi fatto scoprire questa realtà, e quelli di QuOrto che la tengono in vita.