Affori Noir – Milano, fa paura la 90

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Francesco è magro, ed ha la barba un po’ lunga e puntuta alla Ascanio Celestini. Vive ad Affori, e pensa che Affori abbia due anime, una un po’ più “borghese” e l’altra un po’ più popolare. Pensa anche che Affori sia stata un po’ trascurata, considerato il posto nella storia che occupa. I soldati napoleonici si sono accampati qui vicino, mi dice ad esempio.

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Francesco lavora al mercato, ogni giorno in un via diversa di Milano e qui raccoglie le storie che gli servono.

Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Andrea ha gli occhiali, ed ha un orecchino a spirale. Mentre parla con me tiene in braccio una bambina, che mi porge una piccola giraffa. Vive in via Padova e lavora a Corvetto, in un circolo anziani; quando vuole sapere qual era l’atmosfera di una via negli anni 70 gli basta puntare un anziano che ci abitava e raccoglie fin troppe informazioni.

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Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Riccardo arriva più tardi, e lo inseguo un po’ senza successo. Però una volta finita la presentazione raduna gli altri e ci mettiamo di fuori. Loro gentili mi guardano fumare. Ogni tanto arriva qualcuno a chiedergli qualcosa, c’è un giornalista televisivo che vuole intervistarli ma sono arrivato io per primo, baby.

Riccardo lavora alla RAI, si occupa di pubblicità.

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Io sono qui per intervistarli, tutti e tre.

“Qui” è l’Osteria del Biliardo, che potrebbe facilmente diventare il mio posto preferito ad Affori. La gente assalta la pasta e le bruschette con un approccio da Caritas. Birre vengono spillate. Salami vengono tagliati. Un gruppo suona le loro canzoni.

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“Loro” sono Francesco Gallone, Andrea Ferrari e Riccardo Besola, gli autori di “Operazione Madonnina”, “Il Colosso di Corso Lodi”, “Operazione Rischiatutto”, e molti altri “noir sociali,” come li chiamano loro.

Di questi, l’ultimo nato è “Milano – Fa paura la 90”.

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Libro che, quando ho chiesto l’intervista, non avevo ancora letto.

Scandaloso, lo so. Ma io sono uno che scrive di periferia, potevo non intervistare dei tizi che hanno scritto un romanzo con la 90 nel titolo e in copertina?

Morale della favola, me lo sono letto in un pomeriggio. Il che dice qualcosa del libro, credo.

Ma torniamo all’Osteria del Biliardo, in questa serata calda, torniamo a fumare in faccia a Francesco e Andrea e Riccardo.

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A proposito, ma come fate a scrivere in tre?

“Litighiamo.” mi risponde Andrea.

Non solo: si riuniscono due ore a settimana, mi dicono, in un bar per lavorare. Mi colpisce la precisione della tecnica: oltre a discutere delle idee e del tema del libro, creano dei cartelloni dei personaggi, così chiunque dovrà farli muovere e parlare saprà tutto di loro. Perché tutti scrivono,  e prima di prendere la penna in mano discutono, parecchio. Discutono, ad esempio, se far iniziare un capitolo in media res, a campo lungo, a campo stretto.

Capisco allora l’impressione che mi aveva dato il loro romanzo: quello di essere un libro serio, solido.  Come guardare un palazzo e pensare “Qui l’ingegnere sapeva il fatto suo”. Ammirato, offro di dargli dieci euro per la lezione di scrittura creativa.
“Facciamo 9” ride Francesco “così dividiamo per tre.”

Ma come vi siete trovati, chiedo?

Scrivevano ciascuno per conto suo, mi rispondono, pur conoscendosi e lavorando per la stessa casa editrice. Scrivono gialli, o meglio “noir sociali”: il morto ammazzato di turno è solo una scusa per esplorare un mondo.

E il mondo che esplorano è quella degli anni 70, ispirato a film poliziotteschi come “Milano odia: la polizia non può sparare” e “Milano calibro 9”; mondo che ricreano , oltre che parlando con chi c’era, con un certosino lavoro di ricerca di articoli, documentari, foto, persino con i vecchi topolino, per capire il linguaggio, i temi dell’epoca.

Poi un giorno il famoso giallista Luca Crovi gli ha chiesto: scusate, ma perché non provate, tutti e tre insieme, a rubare la Madonnina del Duomo?

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Faccio appena in tempo ad accenderemi un’altra sigaretta che arriva una signora a cercali: c’è il giornalista televisivo che vorrebbe parlare con loro, dice. Li invito a raggiungerlo ma loro son troppo cortesi.

“Non ti preoccupare, Venditti.” mi dicono. Venditti è uno dei loro personaggi, un ladro di borgata finito a fare il poliziotto a Milano; dicono che parlo come lui. Mi viene in mente che Venditti, in una parte del libro, dice che non lo ammetterebbe mai, ma Milano gli sta entrando dentro, si sta insinuando in lui, lo sta cambiando.

E Milano, chiedo allora. Che rapporto avete con Milano? E con la sua periferia?

Andrea mi dice che ama ferocemente Milano, ed odia ferocemente Milano, ed ama ferocemente Milano, e la odia, ricambiato.

Andrea mi dice che Milano non è una metropoli. E’ un aggregato di quartieri che si guardano in cagnesco, tenuti insieme dalla metropolitana e dalla circonvallazione. Che sono anni che Milano cerca di fare l’esame da Metropoli e viene bocciata, e spera che continuerà ad esserlo. Che non è New York e lui, Andrea, non vuole che lo diventi, perché se vuole New York va a New York, e lui invece odia e ama Milano, e da Milano è amato e odiato.

Francesco aggiunge che persino New York non è un New York, che persino New York ha un supereroe per quartiere, e che quindi anche New York è un grappolo di quartieri, e  chissà che forse anche New York non sia un po’ Milano.

Poi se parliamo del centro, aggiunge Francesco,  certo al centro Milano ha il suo giro di affari, di moda e di criminalità da vera metropoli; ma appena esci è diverso.

Riccardo quando gli dici di parlare della periferia ti risponde che la periferia è Milano. Che questo è il posto vivo, il centro è finzione. E’ un gioco di maschere in continuo e vorticoso cambiamento.

Il giornalista arriva e li saluta, deve andare. Rimarranno in contatto. Il giorno dopo devono andare in Feltrinelli. Io stringo le loro brave mani scriventi, ci ringraziamo a vicenda, e passo il resto della serata a bere birra e a giocare a Dixit con Elena dei Dinosauri, fotografa e guardia del corpo, e Minocci, rapper di corte.

E penso che è stato un giorno buono.

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PS: tutte le foto tranne l’ultima sono di Elena dei Dinosauri.

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Breve intervista dal quartiere delle meraviglie

Racconti da Bovisa, il quartiere delle meraviglie.

Francesco Facchini è un pionere del mobile journalism (#mojo, ho scoperto che si chiama) e blogger, ed è stato così cortese da realizzare questa breve intervista.

Andate a dare uno sguardo al suo blog, tratta di varie cose, tra cui anche il tema spinoso dei padri separati, anche loro spesso abitanti delle nostre periferie.

http://www.francescofacchini.it/