Sanremo di Periferia: Ortica

a cura di Massimiliano Priore 

Ascoltare le canzoni milanesi è un buon modo per imparare la toponomastica della città. Inoltre, un numero cospicuo di pezzi cita vie e quartieri della periferia.

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Ortica e divagazioni

Questo rione orientale è probabilmente quello più in vista in questo patrimonio e merita questa prima puntata anche per i murales che ha dedicato ai grandi della musica milanese. Non ha ispirato solo il celebre Palo di Jannacci (in realtà, di Walter Valdi), ma anche “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta/gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica/era in salita ma pedalava in fretta”. Che cos’è quella salita? Il cavalcavia Buccari (tra l’alto, una volta ci hanno rivelato che Jannacci vide lì la ragazza, il bel sogno d’amore, di “El portava i scarp del tennis ”) o la via Ripamonti? Nella stessa canzone, intitolata appunto Hanno ammazzato il Mario, si parla anche di un altro quartiere periferico meneghino, il Gallaratese, (“Fin da ragazzo correva in bicicletta/per l’Amatori di Gallaratese”).

La Rita de l’Ortiga è la traduzione di Nanni Svampa di un brano di Brassens, Pauvre Margot. A questo proposito, si deve ricordare quella de L’Assasinat, fatta anche da De André. Quello che è italiano è diventato “Non tutti nella capitale/sbocciano i fiori del male/qualche assassinio senza pretese/lo abbiamo anche noi in paese”, nel nostro dialetto è stato reso così: “Minga dommà in Piazza del Domm/gh’è i delinquent e i donn/nel noster picol a Lambrà ghe n’è che moeur mazàa.”

In uno di quei giochi dei Gufi, la Rustisciada, in cui si può ascoltare “Gh’avevi una morosa/in vers l’Ortica/che gh’aveva el morivion de testa/el passà via dutur de l’ospedal/e gh’ha ordinàa la cura del giass artificial”. E poi prosegue inneggiando alla “Macchina del giass artificial”. Lo stesso marchingegno viene nominato anche nel loro brano El sindic de Precott.

Ritornando a Jannacci, ecco “E io ho visto un uomo”, ambientata in via Lomellina.

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Sullo sfondo

Anche se non viene nominata esplicitamente, l’Ortica echeggia in altri due brani di Jannacci, che sono Sei minuti all’alba (è dedicata al padre, partigiano e militare dell’aeronautica nella caserma di piazza Novelli) e in Vincenzina e la fabbrica, colonna sonora di Romanzo Popolare, ambientato e girato in parte qui.

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Periferia fa rima con zia

Lasciate che vi parli di mia zia, perché è molto periferica.

Zia è una signora dai capelli corti, dal sorriso contagioso e dallo smisurato amore per il bere e il mangiare; su suo incarico mio zio le nasconde i gianduiotti e tutte le sere gliene consegna uno, perché sennò li mangerebbe tutti subito.

Nel libro racconto che mia zia è tra le persone che hanno supportato Graziella Antoniotti e Roberto Zuccolin, che hanno preso in mano lo sfacelo che era diventata l’Armenia Film di Bovisa e  l’hanno trasformata nell’avanzatissima “Casa Ecologica”.

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Nel libro non racconto che, nonostante zia sia tutta gentilezza e simpatia, a volte addirittura una bimba di sessantanni, dentro è tosta come il ferro.

Non racconto, ad esempio, che è stata per anni preside a Quarto Oggiaro, dove ha contemplato più volte di prendere il porto d’armi, semplicemente per appenderlo dietro alla sua scrivania (per la serie: “Sappiatelo”). Non racconto che ha messo in punizione il figlio del boss locale, per poi spiegarne tranquillamente le motivazioni al padre (dopo qualche, chiamiamola così, “incomprensione” iniziale). Il boss, colpito dall’acciaio sotto i riccioli, ha poi offerto a mia zia la sua “protezione”; lei l’ha rifiutata con un sorriso e con le parole “ma io non ho bisogno di essere protetta!”.  Non racconto, nel libro, che è andata nei campi rom a chiedere agli anziani come mai i loro nipoti non andassero a scuola, e che i bambini, alla fine, si sono messi i poveri zaini in spalla.

Dopo il periodo quartoggiarese, zia è diventata la preside dell’istituto Scialoia, ad Affori, che ha circa il 60% di bambini stranieri. Qui ha ha avviato percorsi di integrazione, corsi di cinese,di arabo, e chi più ne ha più ne metta. Sono andato a trovarla sabato scorso perché, anche grazie al suo impegno e alla sua testardaggine, i volti dei suoi bambini sono stati fotografati, ingigantiti e appesi sui muri della scuola, e ora sorridono a tutto il quartiere.

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L’inaugurazione è stata preceduta da una breve cerimonia, dove mia zia, con gli occhiali scuri per il sole e la commozione, ha consegnato coppe per il miglior rendimento scolastico, o per risultati sportivi, o per l’impegno e la correttezza.

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Solo che i ragazzi, spesso dagli impronunciabili nomi cinesi o latino-americani, dovevano essere chiamati varie volte, perché persi a correre e giocare con i loro amichetti per i prati della scuola, mentre genitori oziosi si godevano qualche minuto di serenità.

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E io penso: è bellissimo. E poi penso: perché questo non è più visibile? Perché si racconta solo sempre e comunque il degrado, l’illegalità, tutte quelle cose che per carità esistono ma esiste anche questo, ed è fondamentale ricordarselo, e ricordarlo. E poi penso una cosa che non riesco ad esprimere bene, ma che fa più o meno così: la periferia non è un sasso. La periferia non è qualcosa di rigido, di finito. La periferia è una di quelle bolle calde e morbide di vetro, quelle alla fine di un lungo tubo, e noi ci soffiamo dentro. E se soffiamo con costanza, e attenzione, e amore, e se soffiamo nel modo giusto, ciò che è ora è informe potrebbe diventare bellissimo.

Quindi rimbocchiamoci i polmoni.


Galleria fotografica di Repubblica sull’evento.