Torta e cervelli

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Lavoro con la musica, quasi sempre. Passo gran parte della mia giornata con la cravatta al collo e gli auricolari negli orecchie.  Lavoro meglio, con la musica; mi aiuta a concentrarmi, e le persone mi interrompono meno, specialmente se faccio finta di non sentirli anche quando li sento eccome.

Comunque.

Almeno un anno fa, stavo lavorando al pc ed ascoltando la radio, e ho sentito l’intervista di una ragazza. Questa ragazza fa parte di un gruppo di volontari che, ogni martedì, si ritrovano in centro a Milano e vanno a parlare con i senzatetto di Duomo e San Babila. Sì, portano anche qualcosina, ma è il focus è quello della socialità, della chiacchiera, della battuta.

Fico, penso. Penso che la solitudine può essere tanto brutta quanto la fame e il freddo. Penso che sono almeno 6 anni che blatero di periferie, e che le periferie non sono solo Corvetto e Barona, sono anche questi solitari satelliti della razza umana che, anche se parcheggiati nel bel mezzo della nostra città, rimangono saldamente ai margini della nostra visione.

E poi la pianto di far vagare il cervello e mi rimetto a lavorare.

Un anno dopo, e in maniera assolutamente casuale, incontro Daniele, uno dei quei ragazzi di cui avevo sentito alla radio, che mi invita a venire il sabato mattina alla comunità di Sant’Egidio: tutti i sabati, infatti, condividono una rilassata colazione con i senzatetto che vogliono venire.

Così questa mattina, invece di essere bene accartocciato nel piumone, ero nello metro gialla con il mio ultimo esperimento: torta al cioccolata con glassa all’arancia e una spolverata di cacao amaro. Speravo fortemente che fosse venuta bene, anche perché nella mia cucina sembrava fosse esploso un secchio di cioccolata calda e zucchero, e per pulire ci sarebbero volute almeno due ore e mezza dozzina di bestemmie.

La comunità di Sant’Egidio è vicino Sant’Ambrogio, e, visto che la mia casa è praticamente sotto il cartello “Milano” sbarrato, un po’ ci metto. Fortunatamente il mio giaccone ha delle belle tasche capienti, ed estraggo il saggio sul cervello che sto leggendo di questo periodo.  Sono arrivato al punto in cui l’autore, un neuro-scienziato inglese, descrive un esperimento: collegano tre persone ad un encefalogramma e li fanno giocare a palla tra di loro. Ad un certo punto due cominciano a non passare più la palla al terzo. L’encefalogramma del giocatore escluso mostra che nel suo cervello si sono attivate le aree predisposte all’esperienza del dolore. Essere esclusi fa male, letteralmente.

Il libro è interessante e quindi sbaglio un paio di fermate. Neanche a dirlo, mi presento in ritardo: la tavola imbandita è stata per lo più spazzolata, e molti stanno andando via. Domincio comunque ad affettare ed a distribuire la mia torta: non esiste che la riporti a casa, penso, e mi trattengo a stento dallo svegliare un signore un po’ anziano che sta dormendo seduto. Arriva un ragazzo, che prima indaga se c’è rimasto un po’ di caffè, e poi chiede se putacaso ci sono delle scarpe 45. Scambio due parole con un ragazzo con la barba: è un volontario lì e anche in un’altra associazione che fornisce cure psicologiche.

“Sei psicologo?” chiedo.

“Macchè! Tengo l’amministrazione!”

Beh, le teste devono funzionare ma anche i conti devono tornare, dico.

Impongo una fetta di torta ad una ragazza napoletana, e chiacchieriamo un po’: lei è a Milano da una decina d’anni, un paio di mesi fa ha iniziato a fare la volontaria (“Beh volontaria è una parola grossa” mi corregge “do una mano”), e di lavoro fa l’analista finanziaria. Mi chiede se il ragazzo dietro di me è un volontario o no. Io ne so molto meno di lei, ma il suo dubbio mi sembra significativo: non c’è nessun “confine” tra volontari e ospiti. L’atmosfera è piacevole e rilassata. In un angolo due signori stanno parlando di Berlusconi e Renzi. Un ex-professore spiega la composizione della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (scoprirò che si è presentato al museo dicendo “Sono quindici anni che aspetto questa mostra ma non ho soldi. Fatemi entrare, per favore”). Un vecchietto si frappone tra me e la napoletana.

“È la mia ragazza ufficiale.” dichiara.

“Come ufficiale! E che ne hai altre?” protesta allegramente lei. Se ci fosse un bancone e un televisore, direi di essere in un pigro sabato mattina di un qualsiasi bar di paese.

Nel frattempo il ragazzo dietro di me mi chiede un pezzo di torta. Ben felice gliene do un pezzone. Mi chiede se l’ho fatta io, e gli spiego che è un periodo che ho questa strana fissa di far dolci: e sì che il forno fino a un mese fa lo usavo per tenerci le pentole (e ho contemplato di usarlo come scarpiera). Lui ha fatto il fornaio per un paio d’anni e mi scrive la sua ricetta per la pizza e mi da qualche dritta. Mi lascia persino il numero di telefono, nel caso abbia bisogno di aiuto (non devo infondere sicurezza culinaria). La ragazza napoletana ci sente, si entusiasma e non so bene come ma presto è deciso che io tra due sabati mi presenti con l’impasto della pizza per 20 persone, preparato il giorno prima, e che poi si cucini la pizza tutti insieme.

Scendo a fumare con l’ex-fornaio.

“Ma tu sei un volontario?” mi chiede.

“No” rispondo “è la prima volta che vengo ma mi sa che mi hanno già inculato.”. Lui si fa una risata.

Quando torniamo su una volontaria, una ventenne ciociara che studia Design a Bovisa, ci spiega come usare il loro forno: bisogna accendere qua, e poi premere qui e qui.

Sistemiamo, buttiamo l’immondizia, e saluto. In metro, tornando verso casa, penso che è meglio che la prossima settimana io faccia qualche tentativo di pizza, prima di avvelenare 20 persone.

Tiro fuori il libro. Ho quasi finito il capitolo sull’interazione tra più cervelli. Leggo:

“Potresti presumere che finisci alla fine della tua pelle, ma in un certo senso non c’è modo di definire dove finisci tu e dove iniziano tutti quelli intorno a te. I tuoi neuroni, e quelli di tutti sul pianeta hanno un ruolo in un gigantesco, mutevole super-organismo. Ciò che indichiamo come te è semplicemente una rete all’interno di una rete più grande. Se vogliamo un futuro luminoso per la nostra specie, dovremo continuare a ricercare come i cervelli umani interagiscono – i rischi come le opportunità. Perché non si può evitare la verità incisa nel circuito elettrico dei nostri neuroni: abbiamo bisogno l’uno dell’altro.”

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