Torta e cervelli

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Lavoro con la musica, quasi sempre. Passo gran parte della mia giornata con la cravatta al collo e gli auricolari negli orecchie.  Lavoro meglio, con la musica; mi aiuta a concentrarmi, e le persone mi interrompono meno, specialmente se faccio finta di non sentirli anche quando li sento eccome.

Comunque.

Almeno un anno fa, stavo lavorando al pc ed ascoltando la radio, e ho sentito l’intervista di una ragazza. Questa ragazza fa parte di un gruppo di volontari che, ogni martedì, si ritrovano in centro a Milano e vanno a parlare con i senzatetto di Duomo e San Babila. Sì, portano anche qualcosina, ma è il focus è quello della socialità, della chiacchiera, della battuta.

Fico, penso. Penso che la solitudine può essere tanto brutta quanto la fame e il freddo. Penso che sono almeno 6 anni che blatero di periferie, e che le periferie non sono solo Corvetto e Barona, sono anche questi solitari satelliti della razza umana che, anche se parcheggiati nel bel mezzo della nostra città, rimangono saldamente ai margini della nostra visione.

E poi la pianto di far vagare il cervello e mi rimetto a lavorare.

Un anno dopo, e in maniera assolutamente casuale, incontro Daniele, uno dei quei ragazzi di cui avevo sentito alla radio, che mi invita a venire il sabato mattina alla comunità di Sant’Egidio: tutti i sabati, infatti, condividono una rilassata colazione con i senzatetto che vogliono venire.

Così questa mattina, invece di essere bene accartocciato nel piumone, ero nello metro gialla con il mio ultimo esperimento: torta al cioccolata con glassa all’arancia e una spolverata di cacao amaro. Speravo fortemente che fosse venuta bene, anche perché nella mia cucina sembrava fosse esploso un secchio di cioccolata calda e zucchero, e per pulire ci sarebbero volute almeno due ore e mezza dozzina di bestemmie.

La comunità di Sant’Egidio è vicino Sant’Ambrogio, e, visto che la mia casa è praticamente sotto il cartello “Milano” sbarrato, un po’ ci metto. Fortunatamente il mio giaccone ha delle belle tasche capienti, ed estraggo il saggio sul cervello che sto leggendo di questo periodo.  Sono arrivato al punto in cui l’autore, un neuro-scienziato inglese, descrive un esperimento: collegano tre persone ad un encefalogramma e li fanno giocare a palla tra di loro. Ad un certo punto due cominciano a non passare più la palla al terzo. L’encefalogramma del giocatore escluso mostra che nel suo cervello si sono attivate le aree predisposte all’esperienza del dolore. Essere esclusi fa male, letteralmente.

Il libro è interessante e quindi sbaglio un paio di fermate. Neanche a dirlo, mi presento in ritardo: la tavola imbandita è stata per lo più spazzolata, e molti stanno andando via. Domincio comunque ad affettare ed a distribuire la mia torta: non esiste che la riporti a casa, penso, e mi trattengo a stento dallo svegliare un signore un po’ anziano che sta dormendo seduto. Arriva un ragazzo, che prima indaga se c’è rimasto un po’ di caffè, e poi chiede se putacaso ci sono delle scarpe 45. Scambio due parole con un ragazzo con la barba: è un volontario lì e anche in un’altra associazione che fornisce cure psicologiche.

“Sei psicologo?” chiedo.

“Macchè! Tengo l’amministrazione!”

Beh, le teste devono funzionare ma anche i conti devono tornare, dico.

Impongo una fetta di torta ad una ragazza napoletana, e chiacchieriamo un po’: lei è a Milano da una decina d’anni, un paio di mesi fa ha iniziato a fare la volontaria (“Beh volontaria è una parola grossa” mi corregge “do una mano”), e di lavoro fa l’analista finanziaria. Mi chiede se il ragazzo dietro di me è un volontario o no. Io ne so molto meno di lei, ma il suo dubbio mi sembra significativo: non c’è nessun “confine” tra volontari e ospiti. L’atmosfera è piacevole e rilassata. In un angolo due signori stanno parlando di Berlusconi e Renzi. Un ex-professore spiega la composizione della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (scoprirò che si è presentato al museo dicendo “Sono quindici anni che aspetto questa mostra ma non ho soldi. Fatemi entrare, per favore”). Un vecchietto si frappone tra me e la napoletana.

“È la mia ragazza ufficiale.” dichiara.

“Come ufficiale! E che ne hai altre?” protesta allegramente lei. Se ci fosse un bancone e un televisore, direi di essere in un pigro sabato mattina di un qualsiasi bar di paese.

Nel frattempo il ragazzo dietro di me mi chiede un pezzo di torta. Ben felice gliene do un pezzone. Mi chiede se l’ho fatta io, e gli spiego che è un periodo che ho questa strana fissa di far dolci: e sì che il forno fino a un mese fa lo usavo per tenerci le pentole (e ho contemplato di usarlo come scarpiera). Lui ha fatto il fornaio per un paio d’anni e mi scrive la sua ricetta per la pizza e mi da qualche dritta. Mi lascia persino il numero di telefono, nel caso abbia bisogno di aiuto (non devo infondere sicurezza culinaria). La ragazza napoletana ci sente, si entusiasma e non so bene come ma presto è deciso che io tra due sabati mi presenti con l’impasto della pizza per 20 persone, preparato il giorno prima, e che poi si cucini la pizza tutti insieme.

Scendo a fumare con l’ex-fornaio.

“Ma tu sei un volontario?” mi chiede.

“No” rispondo “è la prima volta che vengo ma mi sa che mi hanno già inculato.”. Lui si fa una risata.

Quando torniamo su una volontaria, una ventenne ciociara che studia Design a Bovisa, ci spiega come usare il loro forno: bisogna accendere qua, e poi premere qui e qui.

Sistemiamo, buttiamo l’immondizia, e saluto. In metro, tornando verso casa, penso che è meglio che la prossima settimana io faccia qualche tentativo di pizza, prima di avvelenare 20 persone.

Tiro fuori il libro. Ho quasi finito il capitolo sull’interazione tra più cervelli. Leggo:

“Potresti presumere che finisci alla fine della tua pelle, ma in un certo senso non c’è modo di definire dove finisci tu e dove iniziano tutti quelli intorno a te. I tuoi neuroni, e quelli di tutti sul pianeta hanno un ruolo in un gigantesco, mutevole super-organismo. Ciò che indichiamo come te è semplicemente una rete all’interno di una rete più grande. Se vogliamo un futuro luminoso per la nostra specie, dovremo continuare a ricercare come i cervelli umani interagiscono – i rischi come le opportunità. Perché non si può evitare la verità incisa nel circuito elettrico dei nostri neuroni: abbiamo bisogno l’uno dell’altro.”

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Corvetto, Zucchine e Sostitutiva

Ti manca la 90.

La casetta che hai comprato ad Affori è molto ben collegata: hai vicino la metro gialla, il passante, e sono pochi i luoghi di Milano che non riesci a raggiungere in mezzora.

Ma la 90 è come le sigarette: ti fa male alla salute, ma non puoi più farne a meno.

Comunque.

Scopri su internet che, all’estremo opposto della linea Gialla, in zona Corvetto, i ragazzi dell’associazione CondiMente (che non sai cosa sia ma bel nome) hanno organizzato una cena aperta, cioè una cena dove chiunque può andare e mangiare e conoscere persone. C’è un solo obbligo: devi portare un piatto, e questo piatto deve essere a base di patata.

Ti dici che è una bella idea, in un luogo come Milano dove l’ISTAT ci dice che maggior parte delle famiglie è famiglie di uno, e la solitudine si annida nelle case, nei divani, guarda Netflix con te.

Decidi di andare alla cena aperta.

Decidi di preparare una frittata zucchine e patate, anzi due, che non si dica che hai portato poco, tua madre non ha certo cresciuto un taccagno.

La cena inizia alle 8.30, all’altra parte dell’universo meneghino. Alle 8 e dieci le zucchine della seconda frittata bollono ancora nell’olio di semi.

Decidi di lasciare spegnere il gas, lasciare i dischi di zucchine galleggiare nell’olio, e correre con una di due frittate verso la metro. Lasci la cucina che sembra Guernica.

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16 fermate dopo, sei alla cena. Sei in ritardo cosmico, ma hai due bottiglie di vino e vieni immediatamente perdonato.

La tavola è apparecchiata in un posto chiamato “La casa della pace” (che scoprirò poi ospita i CondiMenti). Dalla vetrina scopri che là tengono corsi di italiani per stranieri, offrono supporto in caso di sfratto. Alle pareti libri, divisi per temi: “Gestione del confilitto”, “Narco-mafie”; una foto di Gandhi alla parete.

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Pensi di essere capitato in un posto di fricchettoni  e vieni subito smentito.

L’affilata napoletana, anche se laureata in archeologia medievale, è in Accenture. Il tizio davanti a te lavora per una farmaceutica, rivale di quella che ti ha messo al collo il  badge. Una delle due pugliesi presenti è stata direttore in comune. La ragazza con la maglietta di Batman, invece, ha vinto due concorsi pubblici ed ha rinunciato: non ce la faceva a lavorare lenta. Ora fa la cuoca. Alcuni sono di Corvetto, altri parecchio più lontani. Si incontrano spesso, fanno una partita a qualcosa, due chiacchiere, organizzano viaggi che poi faranno insieme.

Si parla un po’ di farmaci, si parla di Milano. Ci si scambia storie assurde e si finisce un paio di volte a ridere fino alle lacrime. A fine serata intrattieni il tipo delle industrie farmaceutiche mentre lui lava i piatti.

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L’ex dirigente comunale mi riaccompagna alla metro, discutendo del tasso di inquinamento del suolo della Bovisa (ha presieduto una commissione che ha studiato il problema).

La metro è chiusa e non rimane altro che attendere il pullman sostitutivo. Aspetti, con la Chesterfield blu appesa alle labbra.  Un tizio molto ubriaco ti chiede una sigaretta, e poi il cellulare per chiamare sua madre. Poi per buona misura chiama anche Matteo, un suo amico che ha i cazzi suoi e non ha assolutamente voglia di passarlo a prendere. Sulla sostitutiva chiacchieri con due lesbiche genovesi (una delle due è venuta a studiare danza) e con un tizia pugliese.

“I pugliesi sono la terza etnia di Milano” sentenzi “subito dopo gli arabi e i cinesi.”

Il compagno della pugliese se la ride.

Il pullman carica un’orda di spagnoli chiassosi, ed un secondo dopo è in panne; viene a raccoglierci la sostitutiva della sostitutiva, guidata da un tizio che seppur Milanese non ha la più pallida idea di dove siamo. Gli spieghi la strada e le fermate, aiutandoti con il cellulare.

“Che app stai usando?” ti chiede l’autista, colpito dalla precisione delle tue informazioni.

“…Gogle maps.” rispondi, in imbarazzo.

Il tizio ubriaco che con il tuo cellulare ha fatto 20 minuti di telefonate (al ritmo di  7 bestemmie al minuto) scende a Maciachini, non prima di avermi ripetutamente offerto un pezzo del fumo che tiene in tasca, che ha la dimensione di una pallina di ping pong e che sta inebriando tutto il pullman. Ogni tanto si passa qualcosa sul naso e non capisci se ha della cocaina libera che gli vaga nelle tasche.

Arrivato a casa, ti accolgono le zucchine della frittata mai nata, a mollo nell’olio da ore e ormai gonfie come frisbee. Metti una sedia in balcone e ti fumi l’ultima sigaretta nella notte Afforese, e pensi che sì, la 90 è la 90, ma anche la sostitutiva della metro gialla può dare emozioni.

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Affori Noir – Milano, fa paura la 90

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Francesco è magro, ed ha la barba un po’ lunga e puntuta alla Ascanio Celestini. Vive ad Affori, e pensa che Affori abbia due anime, una un po’ più “borghese” e l’altra un po’ più popolare. Pensa anche che Affori sia stata un po’ trascurata, considerato il posto nella storia che occupa. I soldati napoleonici si sono accampati qui vicino, mi dice ad esempio.

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Francesco lavora al mercato, ogni giorno in un via diversa di Milano e qui raccoglie le storie che gli servono.

Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Andrea ha gli occhiali, ed ha un orecchino a spirale. Mentre parla con me tiene in braccio una bambina, che mi porge una piccola giraffa. Vive in via Padova e lavora a Corvetto, in un circolo anziani; quando vuole sapere qual era l’atmosfera di una via negli anni 70 gli basta puntare un anziano che ci abitava e raccoglie fin troppe informazioni.

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Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Riccardo arriva più tardi, e lo inseguo un po’ senza successo. Però una volta finita la presentazione raduna gli altri e ci mettiamo di fuori. Loro gentili mi guardano fumare. Ogni tanto arriva qualcuno a chiedergli qualcosa, c’è un giornalista televisivo che vuole intervistarli ma sono arrivato io per primo, baby.

Riccardo lavora alla RAI, si occupa di pubblicità.

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Io sono qui per intervistarli, tutti e tre.

“Qui” è l’Osteria del Biliardo, che potrebbe facilmente diventare il mio posto preferito ad Affori. La gente assalta la pasta e le bruschette con un approccio da Caritas. Birre vengono spillate. Salami vengono tagliati. Un gruppo suona le loro canzoni.

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“Loro” sono Francesco Gallone, Andrea Ferrari e Riccardo Besola, gli autori di “Operazione Madonnina”, “Il Colosso di Corso Lodi”, “Operazione Rischiatutto”, e molti altri “noir sociali,” come li chiamano loro.

Di questi, l’ultimo nato è “Milano – Fa paura la 90”.

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Libro che, quando ho chiesto l’intervista, non avevo ancora letto.

Scandaloso, lo so. Ma io sono uno che scrive di periferia, potevo non intervistare dei tizi che hanno scritto un romanzo con la 90 nel titolo e in copertina?

Morale della favola, me lo sono letto in un pomeriggio. Il che dice qualcosa del libro, credo.

Ma torniamo all’Osteria del Biliardo, in questa serata calda, torniamo a fumare in faccia a Francesco e Andrea e Riccardo.

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A proposito, ma come fate a scrivere in tre?

“Litighiamo.” mi risponde Andrea.

Non solo: si riuniscono due ore a settimana, mi dicono, in un bar per lavorare. Mi colpisce la precisione della tecnica: oltre a discutere delle idee e del tema del libro, creano dei cartelloni dei personaggi, così chiunque dovrà farli muovere e parlare saprà tutto di loro. Perché tutti scrivono,  e prima di prendere la penna in mano discutono, parecchio. Discutono, ad esempio, se far iniziare un capitolo in media res, a campo lungo, a campo stretto.

Capisco allora l’impressione che mi aveva dato il loro romanzo: quello di essere un libro serio, solido.  Come guardare un palazzo e pensare “Qui l’ingegnere sapeva il fatto suo”. Ammirato, offro di dargli dieci euro per la lezione di scrittura creativa.
“Facciamo 9” ride Francesco “così dividiamo per tre.”

Ma come vi siete trovati, chiedo?

Scrivevano ciascuno per conto suo, mi rispondono, pur conoscendosi e lavorando per la stessa casa editrice. Scrivono gialli, o meglio “noir sociali”: il morto ammazzato di turno è solo una scusa per esplorare un mondo.

E il mondo che esplorano è quella degli anni 70, ispirato a film poliziotteschi come “Milano odia: la polizia non può sparare” e “Milano calibro 9”; mondo che ricreano , oltre che parlando con chi c’era, con un certosino lavoro di ricerca di articoli, documentari, foto, persino con i vecchi topolino, per capire il linguaggio, i temi dell’epoca.

Poi un giorno il famoso giallista Luca Crovi gli ha chiesto: scusate, ma perché non provate, tutti e tre insieme, a rubare la Madonnina del Duomo?

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Faccio appena in tempo ad accenderemi un’altra sigaretta che arriva una signora a cercali: c’è il giornalista televisivo che vorrebbe parlare con loro, dice. Li invito a raggiungerlo ma loro son troppo cortesi.

“Non ti preoccupare, Venditti.” mi dicono. Venditti è uno dei loro personaggi, un ladro di borgata finito a fare il poliziotto a Milano; dicono che parlo come lui. Mi viene in mente che Venditti, in una parte del libro, dice che non lo ammetterebbe mai, ma Milano gli sta entrando dentro, si sta insinuando in lui, lo sta cambiando.

E Milano, chiedo allora. Che rapporto avete con Milano? E con la sua periferia?

Andrea mi dice che ama ferocemente Milano, ed odia ferocemente Milano, ed ama ferocemente Milano, e la odia, ricambiato.

Andrea mi dice che Milano non è una metropoli. E’ un aggregato di quartieri che si guardano in cagnesco, tenuti insieme dalla metropolitana e dalla circonvallazione. Che sono anni che Milano cerca di fare l’esame da Metropoli e viene bocciata, e spera che continuerà ad esserlo. Che non è New York e lui, Andrea, non vuole che lo diventi, perché se vuole New York va a New York, e lui invece odia e ama Milano, e da Milano è amato e odiato.

Francesco aggiunge che persino New York non è un New York, che persino New York ha un supereroe per quartiere, e che quindi anche New York è un grappolo di quartieri, e  chissà che forse anche New York non sia un po’ Milano.

Poi se parliamo del centro, aggiunge Francesco,  certo al centro Milano ha il suo giro di affari, di moda e di criminalità da vera metropoli; ma appena esci è diverso.

Riccardo quando gli dici di parlare della periferia ti risponde che la periferia è Milano. Che questo è il posto vivo, il centro è finzione. E’ un gioco di maschere in continuo e vorticoso cambiamento.

Il giornalista arriva e li saluta, deve andare. Rimarranno in contatto. Il giorno dopo devono andare in Feltrinelli. Io stringo le loro brave mani scriventi, ci ringraziamo a vicenda, e passo il resto della serata a bere birra e a giocare a Dixit con Elena dei Dinosauri, fotografa e guardia del corpo, e Minocci, rapper di corte.

E penso che è stato un giorno buono.

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PS: tutte le foto tranne l’ultima sono di Elena dei Dinosauri.

Falò

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Federico Rizzo ce l’ha con me. Ce l’ha con me perché nel libro che ho scritto su Bovisa non ho mai parlato di Cascina Albana, la vecchia cascina che si erge lungo la desolazione di via Bovisasca, tra le capanne di lamiera e il parcheggio dei camper.

Federico è occhialuto e appassionato. Un mattino ci diamo appuntamento al Mamusca, e lui arriva carico di libri e di storie e documenti che ha trovato in archivi e catasti, e che sparge per tutti i tavoli colorati.

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Mi mostra una riproduzione di un’antica mappa di Milano, la mappa di Clarici del 1580, dove Milano è solo il suo centro, e gli altri quartieri sono borghi agricoli collegati dalle strade che ci sono ancora. Ci sono tutti: Quarto, Barona, “Buisa”.

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“Lo sai che lungo via Bovisasca correva una roggia, una specie di naviglio?” mi dice. “Poi è stata interrata, ma se metti l’orecchio al tombino in via Ricotti davanti alla Chiesa ma puoi ancora sentirlo.”

Gli chiedo di Cascina Albana, dove vive, e dove è stato uno degli organizzatori di feste e orti. Si gratta la testa.

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“E’ un posto strano.” mi dice infine. “Un mix sociale. Abbiamo un po’ di tutto: immigrati, artisti, anziani, professionisti. E’ antichissima, la trovi già nel catasto teresiano del 1722, ma potrebbe anche essere più antica. Hanno messo il gas nel 35 e l’acqua potabile nelle case nel 50.”

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E subito mi gira il link a due o tre siti dove posso trovare maggiori informazioni. Ma Federico è inarrestabile,  ciclonico. Ha già cambiato argomento, e mi parla della festa di quartiere di Dergano, “Via Dolce Via“, e mi dice che devo assolutamente partecipare, e le chiacchiere sulla Cascina Albana finiscono lì.

Così, quando scopro che si sta organizzando un falò della merla nei suoi  orti decido di andarci. Invito tutti, ne parlo a lavoro. Organizzano un falò della merla, secondo la vecchia tradizione milanese. Ci sarà da bere, e gente, e roba da mangiare.

Naturalmente arrivo tardi, ed in solitaria. Non trovo subito gli orti, e faccio un giro per il cortile della Cascina.

Se state pensando a posti pettinati come Cascina Cuccagna, siete distanti anni luce. E se la state accomunando a posti di contro-cultura tipo la Torchiera, con le sue conversazioni sul te’ al peyote, ancora acqua. Avrebbe bisogno di qualche imbiancata, ma è un posto vivo, dove la gente del popolo ha iniziato a vivere centinaia di anni fa, e ci vive ancora. Non ci sono più le stalle, e alle sue spalle hanno costruito dei palazzoni colorati che sembrano degli enormi lego, ma il lavatoio c’è ancora, e questo è un pezzo di Milano che è sopravvissuto a due guerre e al boom economico. Un pezzo di storia, non turistico ma vero.

Alla fine trovo il falò in un bel parco alla sinistra della cascina, proprio vicino alla ferrovia. Al mio paese c’è un proverbio per quando si arriva a festa finita, ed è “arrivare dopo i fuochi”, nel senso d’artificio.  Io stavolta sono arrivato dopo il fuoco.

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Ormai è rimasta solo brace, e mi viene immediatamente voglia di metterci sopra un po’ di pane e farmi una bruschetta. Invece è sopravvissuto solo qualche frammento di frappa (chiacchiera, bugie, come le chiamate) e un bicchiere di vino, ma stanno già per smontare tutto. Eppure c’è ancora gente attorno al quasi fuoco. Una bambina dai capelli ricci fruga il parco per trovare bastoncini da bruciare, e soffia sulla braci per ravvivarle. Due ragazzi percuotono i  bonghi, e un gruppo di ragazze su quel ritmo alterna canti brasiliani e milanesi; una soffia in un flauto.

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Scrocco una sigaretta ad un ragazzo grosso e pelato, e scopro che vive a Cascina Albana, e non vorrebbe vivere da nessuna altra parte  al mondo. Parliamo della Bovisa, di quanto sia un bel posto. Parliamo di come Piazza Schiavone sia forse la piazza brutta più brutta al mondo.

“Sai che quel folle dell’architetto pensava di fare una specie di Piazza del Campo a Siena?” gli dico. “Per quello ha quello forma a ventaglio.”

“Ma dai!” ride lui “Il mio amico, qua, è di Siena.”

Cupo in volto, guardo il senese.

“Non denunciarci, per favore.” imploro. Lui si fa una risata. Mi salutano. Anche per me è giunto il tempo di andare. Qualcuno riempe un secchio d’acqua per spegnere ciò che è rimasto del fuoco, dice alla gente di spostarsi. Il fumo sale gonfio nel cielo, mentre mi allontano.

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PS: nel video sotto Federico, con documenti alla mano, vi racconta la storia di Cascina Albana.

E qui invece vi porta a fare un giretto.

Ogni tanto mi incontro

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Ogni tanto mi incontro.

Mi incontro specialmente la sera, perché io e quelli come me li vedi in giro solo la sera. Torno a casa dal lavoro e mi incontro che sto tornando a casa dal lavoro. Indosso un completo che non mi sta benissimo perché sono un po’ sovrappeso, e i capelli o me li hanno tagliati male o è ora che li ritagli. E’ evidente che cerco di assomigliare a chi incontro in ufficio tutti i giorni, ma la cosa non mi riesce appieno. Talvolta quando mi incontro per strada ho un piccolo indizio di una diversità gelosamente custodita; sono segnali minimi, magari uno zainetto sbarazzino sul completo grigio.

Mi incontro spesso anche in treno; sono seduto due posti davanti al mio e sto leggendo un fumetto, oppure guardo fuori dal finestrino. A volte ho un tablet, perché lavoro e ho diritto di spendere i soldi.

Mi incontro al Penny, quasi sempre: mi sono in fila davanti, alla cassa, e sono forse un filo più basso, ma per il resto mi somiglio moltissimo. Compro pane in cassetta da usare tutta la settimana, ed un dolcetto tedesco al cioccolato perché sono goloso. Andando a casa occhieggio le donne. Ho un rapporto complicato, con le donne, quasi sempre.

Nell’infilare la chiave nel cancello mi chiama mia madre. Mi chiama tutti i giorni, o due volte al giorno, o spesso. Mi impiccio un po’, con spesa cellulare e chiavi, ma per fortuna nel frattempo arrivo e mi apro la porta (mi ringrazio con un cenno).

A casa vivo con due co-inquilini, o con uno, o da solo. Mi stiro la camicia, anzi, NON mi stiro la camicia, ma dovrei, il giorno dopo lo farò velocemente e male.

Entro nel letto, e cerco di non pensare al lavoro. Penso che dovrei fare qualcosa con i miei pochi amici, una di queste sere. Penso che dovrei iscrivermi ad un corso che non concluderò. Per dormire prendo una pillola, e, per buona misura, mi masturbo.

E poi la mattina mi sveglio, ed una infinita, silenziosa marea di me invade le periferie di Milano, come un’invasione assonnata, come olio su una tovaglia sbagliata.
Mi incontro spesso. Non mi saluto quasi mai.

Il vecchietto tremolante – Incontro di periferia con sorpresa

Tornavo da una giornata di braciolate al Boscoincittà, dalle parti di Trenno. Ero alla fermata, aspettando un qualcosa che mi riportasse verso casa, quando è arrivato un vecchietto, camminando piano piano e appoggiandosi, quando possibile, alla banchina, o al muro. Tremava tutto, il vecchietto; forse aveva una qualche forma di parkinson. Mi sono messo a guardarlo, un filo preoccupato: dubitavo che avesse lo slancio necessario per mollare la banchina e atterrare sul pullman.

Così, quando il pullman è alla fine arrivato, l’ho praticamente issato e ce l’ho messo sopra.

Lui mi ringrazia molto della mia gentilezza. E come ricompensa mi appioppa un libro che ha scritto lui, con tanto di firma tremolante. Il vecchietto mi comunica che è un libro di poesie (“Ahia” penso io, che sono pieno di preconcetti verso chi “scrive poesie”). Mi dice anche che è un poeta conosciuto. Che usa uno stile ermetico. Che è anche pittore. Che i suoi quadri sono stati esposti alla triennale.

Ah ah, dico io.

Scendiamo vicino ad un orrendo centro commerciale. La moglie è venuta a prenderlo con la macchina, e la cosa mi rassicura.

Mi ringrazia ancora.

Lo saluto.

Nel viaggio verso casa do uno sguardo al suo libro.

E’ pubblicato Mondadori.

Ok. Ok. Forse vale la pena dargli una letta.

 

UNA FORMICA

Inutile

riaprire

cantieri,

innalzare torri,

sfidare il Dio

 

Inutile

rischiare

babeliche

implosioni

della lingua,

e l’ascesa

che muta

in caduta

 

Una formica già lo sa,

che il cielo

comincia

ad un millimetro

da terra.

“Bella!” penso. “Cazzo bella!”

Nel tragitto verso casa divoro il libro. Riguardo il nome dell’autore: nella mia abissale ignoranza, non lo conosco. Ho il cell scarico. E quindi devo aspettare che il pullman infinito mi riporti in Bovisa per accendere il computer, andare su internet, e cercare “Tonino Milite”.

 

Tonino Milite

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Tonino Milite (Tirana, 1942Milano) è un pittore e poeta italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Studiò a Milano presso l’Accademia di Brera di Milano, negli anni settanta iniziò la sua carriera come illustratore e divenne collaboratore di Bruno Munari. Nel 1997 pubblicò il suo primo libro di poesie “Dubi ti amo”[1] e nel 2001 Garzanti pubblica una sua opera sulla copertina del libro “Il Novecento” della “Storia della letteratura italiana”. Dall’anno 2000 ha esposto le sue opere pittoriche presso il Salone d’onore della Triennale di Milano, l’università Bocconi, il Mart di Rovereto, il Museo d’Arte Città di Lugano e Palazzo Sormani di Milano[1].

Le sue opere trascendono la tradizione per approdare in un mondo molto particolare, che è parzialmente legato alla realtà e parzialmente legato alla fantasia in un miscuglio di colori, sensazioni, emozioni che si completano a vicenda, rincorrendosi come le note che compongono un’armonia. [2]

Sposato con Gemma Capra, la vedova del commissario Luigi Calabresi, ha cresciuto i figli di essa, tra cui il giornalista Mario Calabresi[3], che ha intitolato uno dei suoi libri, l’autobiografico Spingendo la notte più in là, con un titolo di una poesia di Milite[4].

Ha inoltre ideato nel 1981 la bandiera arcobaleno simbolo della pace[5].

 

Insomma, altro che vecchietto suonato.

Adesso è qualche anno che il suo libro è nel nostro bagno, sulla lavatrice. Prima che mi accusiate di lesa maestà sappiate che la lavatrice è il posto d’onore dei libri, nella mia casa. E’ dove io e i miei coinquilini mettiamo e condividiamo i grandissimi, per usufruirne in modo comune, e magari incrociarci in corridoio e  dirci

“Oh fico Walt Whitman, per andare in bagno è grandioso!”.

“Vero? Dico anch’io.”

Adesso per esempio c’è Propp, c’è passato Joyce. E sì, il libro di Tonino Milite si è un filo arricciato per l’umidità, ma la dedica si legge ancora.

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Grazie a te, Tonino.

Canto e balcone

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Metti caso che è mercoledì, diciamo le 10.30. Metti caso che stai tornando a casa, che sei sovrappensiero e fumabondo. Metti caso che passi davanti alla Chiesa rossa di Via Ricotti. Allora è molto probabile che dal seminterrato, credo sempre di proprietà della Chiesa, tu senta un canto.

E non il cantare fiorito di una donna delle pulizie nottambula. E non il canto arabo del cellulare di un egiziano che inganna la sua solitudine su una panchina. Io sto parlando della possenza di un coro d’opera, della voce potente e allenata di una multitudine che intona i Carmina Burana.

Rimani ancora un poco ad ascoltare. Non ci capisci niente di musica ma sembrano bravi, sembrano proprio bravi. Sembrano professionisti.

E ti chiedi chi siano.

Te lo chiedi proprio.

 

Stacco. La storia si interrompe.

Cinque anni dopo.

 

Metti caso che sei sul balcone, al termine di una giornata lunga. Hai una birra in una mano,  una sigaretta storta in bocca e la testa piena di pensieri. La notte abbraccia Bovisa come una mamma buona, lasciando acceso qualche lampione per non farle temere il buio.

Metti caso che all’improvviso la Traviata si innalzi nella notte di Periferia, sopra i tetti dei bar cinesi.

Metti caso che sono cinque anni che questo succede ogni mercoledì che Dio manda in terra.

E allori butti la sigaretta, lasci là la Moretti da 66 (il coinquilino la ritroverà il giorno dopo, con disappunto), ti infili il primo paio di scarpe che trovi e ti fiondi in ascensore. Neanche un minuto dopo sei fuori dalla Chiesa Rossa, sei penetrato abusivamente nell’oratorio e cerchi di capire quale porta ti conduca allo scantinato. Niente, non capisci.

Ti rassegni infine ad aspettare che finiscano, seduto sugli scalini della Chiesa. Sugli stessi gradini, poco lontano da te, un magrebino parla con casa, al telefono, mentre tu usi le sigarette per ingannare le mezzore.

Metti che ti passa davanti il tuo coinquilino, con le mani nelle tasche del giacchetto.

Si ferma.

Ti guarda.

Ti chiede cosa stai facendo.

Glielo spieghi.

“Devo sapere chi sono.” concludi.

Il coinquilino ti conosce abbastanza per annuire, salutarti e proseguire per la sua strada. Contrariamente a te sta uscendo per passare un serata normale, con persone normali.

Ti infili in bocca l’undicesima sigaretta.

E la musica finisce.

Scatti in piedi come un suricato della savana. Dallo scantinato vengono prima chiacchiere, e poi persone.

“Salve” ti presenti “ho scritto un libro sulla Bovisa. Voi chi siete?”

La signora sembra bizzarramente perplessa.

“Forse deve parlare con il presidente. Lo trova sotto.”

Scendi. Scusi, chi è il presidente?

Lui, ti viene risposto.

Ti piazzi davanti al signore che ti hanno indicato. Tiri fuori il libro che hai portato come prova della tua sanità mentale.

“Scusate ma voi chi siete?”

La Corale Lirica Ambrosiana

Salta fuori che il tuo orecchio poco allenato non ti aveva tradito. La Corale Lirica Ambrosiana è un’associazione nata nel 1961, quando un gruppo di amici decise di fare qualcosa per diffondere e far conosce la musica lirica, specie quella corale. Da allora si sono esibiti nei teatri più imporranti e più volte al Conservatorio di Milano, alla Casa di Riposo Verdi, alla Palazzina Liberty ed al Castello Sforzesco. E sono oltre quarant’anni che cantano il concerto di capodanno a palazzo Marino, per il comune di Milano.

Metti caso che dopo cinque anni la tua curiosità sia stata finalmente placata.

“E’ sufficiente?” ti chiede il presidente con un sorriso.

Ti trattieni dall’abbracciarlo.


 

PS: Ho poi scoperto che Elena dei Dinosauri, che abita proprio a fianco della Chiesa Rossa, non sembra apprezza le prove del mercoledì, i cori, i banchi dell’oratotorio spostati per far posto ai lirici. Ma si sa come sono fatti i dinosauri…

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(il disegno è suo, naturalmente)