Torta e cervelli

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Lavoro con la musica, quasi sempre. Passo gran parte della mia giornata con la cravatta al collo e gli auricolari negli orecchie.  Lavoro meglio, con la musica; mi aiuta a concentrarmi, e le persone mi interrompono meno, specialmente se faccio finta di non sentirli anche quando li sento eccome.

Comunque.

Almeno un anno fa, stavo lavorando al pc ed ascoltando la radio, e ho sentito l’intervista di una ragazza. Questa ragazza fa parte di un gruppo di volontari che, ogni martedì, si ritrovano in centro a Milano e vanno a parlare con i senzatetto di Duomo e San Babila. Sì, portano anche qualcosina, ma è il focus è quello della socialità, della chiacchiera, della battuta.

Fico, penso. Penso che la solitudine può essere tanto brutta quanto la fame e il freddo. Penso che sono almeno 6 anni che blatero di periferie, e che le periferie non sono solo Corvetto e Barona, sono anche questi solitari satelliti della razza umana che, anche se parcheggiati nel bel mezzo della nostra città, rimangono saldamente ai margini della nostra visione.

E poi la pianto di far vagare il cervello e mi rimetto a lavorare.

Un anno dopo, e in maniera assolutamente casuale, incontro Daniele, uno dei quei ragazzi di cui avevo sentito alla radio, che mi invita a venire il sabato mattina alla comunità di Sant’Egidio: tutti i sabati, infatti, condividono una rilassata colazione con i senzatetto che vogliono venire.

Così questa mattina, invece di essere bene accartocciato nel piumone, ero nello metro gialla con il mio ultimo esperimento: torta al cioccolata con glassa all’arancia e una spolverata di cacao amaro. Speravo fortemente che fosse venuta bene, anche perché nella mia cucina sembrava fosse esploso un secchio di cioccolata calda e zucchero, e per pulire ci sarebbero volute almeno due ore e mezza dozzina di bestemmie.

La comunità di Sant’Egidio è vicino Sant’Ambrogio, e, visto che la mia casa è praticamente sotto il cartello “Milano” sbarrato, un po’ ci metto. Fortunatamente il mio giaccone ha delle belle tasche capienti, ed estraggo il saggio sul cervello che sto leggendo di questo periodo.  Sono arrivato al punto in cui l’autore, un neuro-scienziato inglese, descrive un esperimento: collegano tre persone ad un encefalogramma e li fanno giocare a palla tra di loro. Ad un certo punto due cominciano a non passare più la palla al terzo. L’encefalogramma del giocatore escluso mostra che nel suo cervello si sono attivate le aree predisposte all’esperienza del dolore. Essere esclusi fa male, letteralmente.

Il libro è interessante e quindi sbaglio un paio di fermate. Neanche a dirlo, mi presento in ritardo: la tavola imbandita è stata per lo più spazzolata, e molti stanno andando via. Domincio comunque ad affettare ed a distribuire la mia torta: non esiste che la riporti a casa, penso, e mi trattengo a stento dallo svegliare un signore un po’ anziano che sta dormendo seduto. Arriva un ragazzo, che prima indaga se c’è rimasto un po’ di caffè, e poi chiede se putacaso ci sono delle scarpe 45. Scambio due parole con un ragazzo con la barba: è un volontario lì e anche in un’altra associazione che fornisce cure psicologiche.

“Sei psicologo?” chiedo.

“Macchè! Tengo l’amministrazione!”

Beh, le teste devono funzionare ma anche i conti devono tornare, dico.

Impongo una fetta di torta ad una ragazza napoletana, e chiacchieriamo un po’: lei è a Milano da una decina d’anni, un paio di mesi fa ha iniziato a fare la volontaria (“Beh volontaria è una parola grossa” mi corregge “do una mano”), e di lavoro fa l’analista finanziaria. Mi chiede se il ragazzo dietro di me è un volontario o no. Io ne so molto meno di lei, ma il suo dubbio mi sembra significativo: non c’è nessun “confine” tra volontari e ospiti. L’atmosfera è piacevole e rilassata. In un angolo due signori stanno parlando di Berlusconi e Renzi. Un ex-professore spiega la composizione della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (scoprirò che si è presentato al museo dicendo “Sono quindici anni che aspetto questa mostra ma non ho soldi. Fatemi entrare, per favore”). Un vecchietto si frappone tra me e la napoletana.

“È la mia ragazza ufficiale.” dichiara.

“Come ufficiale! E che ne hai altre?” protesta allegramente lei. Se ci fosse un bancone e un televisore, direi di essere in un pigro sabato mattina di un qualsiasi bar di paese.

Nel frattempo il ragazzo dietro di me mi chiede un pezzo di torta. Ben felice gliene do un pezzone. Mi chiede se l’ho fatta io, e gli spiego che è un periodo che ho questa strana fissa di far dolci: e sì che il forno fino a un mese fa lo usavo per tenerci le pentole (e ho contemplato di usarlo come scarpiera). Lui ha fatto il fornaio per un paio d’anni e mi scrive la sua ricetta per la pizza e mi da qualche dritta. Mi lascia persino il numero di telefono, nel caso abbia bisogno di aiuto (non devo infondere sicurezza culinaria). La ragazza napoletana ci sente, si entusiasma e non so bene come ma presto è deciso che io tra due sabati mi presenti con l’impasto della pizza per 20 persone, preparato il giorno prima, e che poi si cucini la pizza tutti insieme.

Scendo a fumare con l’ex-fornaio.

“Ma tu sei un volontario?” mi chiede.

“No” rispondo “è la prima volta che vengo ma mi sa che mi hanno già inculato.”. Lui si fa una risata.

Quando torniamo su una volontaria, una ventenne ciociara che studia Design a Bovisa, ci spiega come usare il loro forno: bisogna accendere qua, e poi premere qui e qui.

Sistemiamo, buttiamo l’immondizia, e saluto. In metro, tornando verso casa, penso che è meglio che la prossima settimana io faccia qualche tentativo di pizza, prima di avvelenare 20 persone.

Tiro fuori il libro. Ho quasi finito il capitolo sull’interazione tra più cervelli. Leggo:

“Potresti presumere che finisci alla fine della tua pelle, ma in un certo senso non c’è modo di definire dove finisci tu e dove iniziano tutti quelli intorno a te. I tuoi neuroni, e quelli di tutti sul pianeta hanno un ruolo in un gigantesco, mutevole super-organismo. Ciò che indichiamo come te è semplicemente una rete all’interno di una rete più grande. Se vogliamo un futuro luminoso per la nostra specie, dovremo continuare a ricercare come i cervelli umani interagiscono – i rischi come le opportunità. Perché non si può evitare la verità incisa nel circuito elettrico dei nostri neuroni: abbiamo bisogno l’uno dell’altro.”

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Corvetto, Zucchine e Sostitutiva

Ti manca la 90.

La casetta che hai comprato ad Affori è molto ben collegata: hai vicino la metro gialla, il passante, e sono pochi i luoghi di Milano che non riesci a raggiungere in mezzora.

Ma la 90 è come le sigarette: ti fa male alla salute, ma non puoi più farne a meno.

Comunque.

Scopri su internet che, all’estremo opposto della linea Gialla, in zona Corvetto, i ragazzi dell’associazione CondiMente (che non sai cosa sia ma bel nome) hanno organizzato una cena aperta, cioè una cena dove chiunque può andare e mangiare e conoscere persone. C’è un solo obbligo: devi portare un piatto, e questo piatto deve essere a base di patata.

Ti dici che è una bella idea, in un luogo come Milano dove l’ISTAT ci dice che maggior parte delle famiglie è famiglie di uno, e la solitudine si annida nelle case, nei divani, guarda Netflix con te.

Decidi di andare alla cena aperta.

Decidi di preparare una frittata zucchine e patate, anzi due, che non si dica che hai portato poco, tua madre non ha certo cresciuto un taccagno.

La cena inizia alle 8.30, all’altra parte dell’universo meneghino. Alle 8 e dieci le zucchine della seconda frittata bollono ancora nell’olio di semi.

Decidi di lasciare spegnere il gas, lasciare i dischi di zucchine galleggiare nell’olio, e correre con una di due frittate verso la metro. Lasci la cucina che sembra Guernica.

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16 fermate dopo, sei alla cena. Sei in ritardo cosmico, ma hai due bottiglie di vino e vieni immediatamente perdonato.

La tavola è apparecchiata in un posto chiamato “La casa della pace” (che scoprirò poi ospita i CondiMenti). Dalla vetrina scopri che là tengono corsi di italiani per stranieri, offrono supporto in caso di sfratto. Alle pareti libri, divisi per temi: “Gestione del confilitto”, “Narco-mafie”; una foto di Gandhi alla parete.

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Pensi di essere capitato in un posto di fricchettoni  e vieni subito smentito.

L’affilata napoletana, anche se laureata in archeologia medievale, è in Accenture. Il tizio davanti a te lavora per una farmaceutica, rivale di quella che ti ha messo al collo il  badge. Una delle due pugliesi presenti è stata direttore in comune. La ragazza con la maglietta di Batman, invece, ha vinto due concorsi pubblici ed ha rinunciato: non ce la faceva a lavorare lenta. Ora fa la cuoca. Alcuni sono di Corvetto, altri parecchio più lontani. Si incontrano spesso, fanno una partita a qualcosa, due chiacchiere, organizzano viaggi che poi faranno insieme.

Si parla un po’ di farmaci, si parla di Milano. Ci si scambia storie assurde e si finisce un paio di volte a ridere fino alle lacrime. A fine serata intrattieni il tipo delle industrie farmaceutiche mentre lui lava i piatti.

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L’ex dirigente comunale mi riaccompagna alla metro, discutendo del tasso di inquinamento del suolo della Bovisa (ha presieduto una commissione che ha studiato il problema).

La metro è chiusa e non rimane altro che attendere il pullman sostitutivo. Aspetti, con la Chesterfield blu appesa alle labbra.  Un tizio molto ubriaco ti chiede una sigaretta, e poi il cellulare per chiamare sua madre. Poi per buona misura chiama anche Matteo, un suo amico che ha i cazzi suoi e non ha assolutamente voglia di passarlo a prendere. Sulla sostitutiva chiacchieri con due lesbiche genovesi (una delle due è venuta a studiare danza) e con un tizia pugliese.

“I pugliesi sono la terza etnia di Milano” sentenzi “subito dopo gli arabi e i cinesi.”

Il compagno della pugliese se la ride.

Il pullman carica un’orda di spagnoli chiassosi, ed un secondo dopo è in panne; viene a raccoglierci la sostitutiva della sostitutiva, guidata da un tizio che seppur Milanese non ha la più pallida idea di dove siamo. Gli spieghi la strada e le fermate, aiutandoti con il cellulare.

“Che app stai usando?” ti chiede l’autista, colpito dalla precisione delle tue informazioni.

“…Gogle maps.” rispondi, in imbarazzo.

Il tizio ubriaco che con il tuo cellulare ha fatto 20 minuti di telefonate (al ritmo di  7 bestemmie al minuto) scende a Maciachini, non prima di avermi ripetutamente offerto un pezzo del fumo che tiene in tasca, che ha la dimensione di una pallina di ping pong e che sta inebriando tutto il pullman. Ogni tanto si passa qualcosa sul naso e non capisci se ha della cocaina libera che gli vaga nelle tasche.

Arrivato a casa, ti accolgono le zucchine della frittata mai nata, a mollo nell’olio da ore e ormai gonfie come frisbee. Metti una sedia in balcone e ti fumi l’ultima sigaretta nella notte Afforese, e pensi che sì, la 90 è la 90, ma anche la sostitutiva della metro gialla può dare emozioni.

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Sanremo di Periferia: Ortica

a cura di Massimiliano Priore 

Ascoltare le canzoni milanesi è un buon modo per imparare la toponomastica della città. Inoltre, un numero cospicuo di pezzi cita vie e quartieri della periferia.

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Ortica e divagazioni

Questo rione orientale è probabilmente quello più in vista in questo patrimonio e merita questa prima puntata anche per i murales che ha dedicato ai grandi della musica milanese. Non ha ispirato solo il celebre Palo di Jannacci (in realtà, di Walter Valdi), ma anche “Hanno ammazzato il Mario in bicicletta/gli hanno sparato dal tram che va all’Ortica/era in salita ma pedalava in fretta”. Che cos’è quella salita? Il cavalcavia Buccari (tra l’alto, una volta ci hanno rivelato che Jannacci vide lì la ragazza, il bel sogno d’amore, di “El portava i scarp del tennis ”) o la via Ripamonti? Nella stessa canzone, intitolata appunto Hanno ammazzato il Mario, si parla anche di un altro quartiere periferico meneghino, il Gallaratese, (“Fin da ragazzo correva in bicicletta/per l’Amatori di Gallaratese”).

La Rita de l’Ortiga è la traduzione di Nanni Svampa di un brano di Brassens, Pauvre Margot. A questo proposito, si deve ricordare quella de L’Assasinat, fatta anche da De André. Quello che è italiano è diventato “Non tutti nella capitale/sbocciano i fiori del male/qualche assassinio senza pretese/lo abbiamo anche noi in paese”, nel nostro dialetto è stato reso così: “Minga dommà in Piazza del Domm/gh’è i delinquent e i donn/nel noster picol a Lambrà ghe n’è che moeur mazàa.”

In uno di quei giochi dei Gufi, la Rustisciada, in cui si può ascoltare “Gh’avevi una morosa/in vers l’Ortica/che gh’aveva el morivion de testa/el passà via dutur de l’ospedal/e gh’ha ordinàa la cura del giass artificial”. E poi prosegue inneggiando alla “Macchina del giass artificial”. Lo stesso marchingegno viene nominato anche nel loro brano El sindic de Precott.

Ritornando a Jannacci, ecco “E io ho visto un uomo”, ambientata in via Lomellina.

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Sullo sfondo

Anche se non viene nominata esplicitamente, l’Ortica echeggia in altri due brani di Jannacci, che sono Sei minuti all’alba (è dedicata al padre, partigiano e militare dell’aeronautica nella caserma di piazza Novelli) e in Vincenzina e la fabbrica, colonna sonora di Romanzo Popolare, ambientato e girato in parte qui.

Periferia fa rima con zia

Lasciate che vi parli di mia zia, perché è molto periferica.

Zia è una signora dai capelli corti, dal sorriso contagioso e dallo smisurato amore per il bere e il mangiare; su suo incarico mio zio le nasconde i gianduiotti e tutte le sere gliene consegna uno, perché sennò li mangerebbe tutti subito.

Nel libro racconto che mia zia è tra le persone che hanno supportato Graziella Antoniotti e Roberto Zuccolin, che hanno preso in mano lo sfacelo che era diventata l’Armenia Film di Bovisa e  l’hanno trasformata nell’avanzatissima “Casa Ecologica”.

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Nel libro non racconto che, nonostante zia sia tutta gentilezza e simpatia, a volte addirittura una bimba di sessantanni, dentro è tosta come il ferro.

Non racconto, ad esempio, che è stata per anni preside a Quarto Oggiaro, dove ha contemplato più volte di prendere il porto d’armi, semplicemente per appenderlo dietro alla sua scrivania (per la serie: “Sappiatelo”). Non racconto che ha messo in punizione il figlio del boss locale, per poi spiegarne tranquillamente le motivazioni al padre (dopo qualche, chiamiamola così, “incomprensione” iniziale). Il boss, colpito dall’acciaio sotto i riccioli, ha poi offerto a mia zia la sua “protezione”; lei l’ha rifiutata con un sorriso e con le parole “ma io non ho bisogno di essere protetta!”.  Non racconto, nel libro, che è andata nei campi rom a chiedere agli anziani come mai i loro nipoti non andassero a scuola, e che i bambini, alla fine, si sono messi i poveri zaini in spalla.

Dopo il periodo quartoggiarese, zia è diventata la preside dell’istituto Scialoia, ad Affori, che ha circa il 60% di bambini stranieri. Qui ha ha avviato percorsi di integrazione, corsi di cinese,di arabo, e chi più ne ha più ne metta. Sono andato a trovarla sabato scorso perché, anche grazie al suo impegno e alla sua testardaggine, i volti dei suoi bambini sono stati fotografati, ingigantiti e appesi sui muri della scuola, e ora sorridono a tutto il quartiere.

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L’inaugurazione è stata preceduta da una breve cerimonia, dove mia zia, con gli occhiali scuri per il sole e la commozione, ha consegnato coppe per il miglior rendimento scolastico, o per risultati sportivi, o per l’impegno e la correttezza.

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Solo che i ragazzi, spesso dagli impronunciabili nomi cinesi o latino-americani, dovevano essere chiamati varie volte, perché persi a correre e giocare con i loro amichetti per i prati della scuola, mentre genitori oziosi si godevano qualche minuto di serenità.

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E io penso: è bellissimo. E poi penso: perché questo non è più visibile? Perché si racconta solo sempre e comunque il degrado, l’illegalità, tutte quelle cose che per carità esistono ma esiste anche questo, ed è fondamentale ricordarselo, e ricordarlo. E poi penso una cosa che non riesco ad esprimere bene, ma che fa più o meno così: la periferia non è un sasso. La periferia non è qualcosa di rigido, di finito. La periferia è una di quelle bolle calde e morbide di vetro, quelle alla fine di un lungo tubo, e noi ci soffiamo dentro. E se soffiamo con costanza, e attenzione, e amore, e se soffiamo nel modo giusto, ciò che è ora è informe potrebbe diventare bellissimo.

Quindi rimbocchiamoci i polmoni.


Galleria fotografica di Repubblica sull’evento.

Affori Noir – Milano, fa paura la 90

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Francesco è magro, ed ha la barba un po’ lunga e puntuta alla Ascanio Celestini. Vive ad Affori, e pensa che Affori abbia due anime, una un po’ più “borghese” e l’altra un po’ più popolare. Pensa anche che Affori sia stata un po’ trascurata, considerato il posto nella storia che occupa. I soldati napoleonici si sono accampati qui vicino, mi dice ad esempio.

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Francesco lavora al mercato, ogni giorno in un via diversa di Milano e qui raccoglie le storie che gli servono.

Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Andrea ha gli occhiali, ed ha un orecchino a spirale. Mentre parla con me tiene in braccio una bambina, che mi porge una piccola giraffa. Vive in via Padova e lavora a Corvetto, in un circolo anziani; quando vuole sapere qual era l’atmosfera di una via negli anni 70 gli basta puntare un anziano che ci abitava e raccoglie fin troppe informazioni.

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Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Riccardo arriva più tardi, e lo inseguo un po’ senza successo. Però una volta finita la presentazione raduna gli altri e ci mettiamo di fuori. Loro gentili mi guardano fumare. Ogni tanto arriva qualcuno a chiedergli qualcosa, c’è un giornalista televisivo che vuole intervistarli ma sono arrivato io per primo, baby.

Riccardo lavora alla RAI, si occupa di pubblicità.

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Io sono qui per intervistarli, tutti e tre.

“Qui” è l’Osteria del Biliardo, che potrebbe facilmente diventare il mio posto preferito ad Affori. La gente assalta la pasta e le bruschette con un approccio da Caritas. Birre vengono spillate. Salami vengono tagliati. Un gruppo suona le loro canzoni.

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“Loro” sono Francesco Gallone, Andrea Ferrari e Riccardo Besola, gli autori di “Operazione Madonnina”, “Il Colosso di Corso Lodi”, “Operazione Rischiatutto”, e molti altri “noir sociali,” come li chiamano loro.

Di questi, l’ultimo nato è “Milano – Fa paura la 90”.

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Libro che, quando ho chiesto l’intervista, non avevo ancora letto.

Scandaloso, lo so. Ma io sono uno che scrive di periferia, potevo non intervistare dei tizi che hanno scritto un romanzo con la 90 nel titolo e in copertina?

Morale della favola, me lo sono letto in un pomeriggio. Il che dice qualcosa del libro, credo.

Ma torniamo all’Osteria del Biliardo, in questa serata calda, torniamo a fumare in faccia a Francesco e Andrea e Riccardo.

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A proposito, ma come fate a scrivere in tre?

“Litighiamo.” mi risponde Andrea.

Non solo: si riuniscono due ore a settimana, mi dicono, in un bar per lavorare. Mi colpisce la precisione della tecnica: oltre a discutere delle idee e del tema del libro, creano dei cartelloni dei personaggi, così chiunque dovrà farli muovere e parlare saprà tutto di loro. Perché tutti scrivono,  e prima di prendere la penna in mano discutono, parecchio. Discutono, ad esempio, se far iniziare un capitolo in media res, a campo lungo, a campo stretto.

Capisco allora l’impressione che mi aveva dato il loro romanzo: quello di essere un libro serio, solido.  Come guardare un palazzo e pensare “Qui l’ingegnere sapeva il fatto suo”. Ammirato, offro di dargli dieci euro per la lezione di scrittura creativa.
“Facciamo 9” ride Francesco “così dividiamo per tre.”

Ma come vi siete trovati, chiedo?

Scrivevano ciascuno per conto suo, mi rispondono, pur conoscendosi e lavorando per la stessa casa editrice. Scrivono gialli, o meglio “noir sociali”: il morto ammazzato di turno è solo una scusa per esplorare un mondo.

E il mondo che esplorano è quella degli anni 70, ispirato a film poliziotteschi come “Milano odia: la polizia non può sparare” e “Milano calibro 9”; mondo che ricreano , oltre che parlando con chi c’era, con un certosino lavoro di ricerca di articoli, documentari, foto, persino con i vecchi topolino, per capire il linguaggio, i temi dell’epoca.

Poi un giorno il famoso giallista Luca Crovi gli ha chiesto: scusate, ma perché non provate, tutti e tre insieme, a rubare la Madonnina del Duomo?

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Faccio appena in tempo ad accenderemi un’altra sigaretta che arriva una signora a cercali: c’è il giornalista televisivo che vorrebbe parlare con loro, dice. Li invito a raggiungerlo ma loro son troppo cortesi.

“Non ti preoccupare, Venditti.” mi dicono. Venditti è uno dei loro personaggi, un ladro di borgata finito a fare il poliziotto a Milano; dicono che parlo come lui. Mi viene in mente che Venditti, in una parte del libro, dice che non lo ammetterebbe mai, ma Milano gli sta entrando dentro, si sta insinuando in lui, lo sta cambiando.

E Milano, chiedo allora. Che rapporto avete con Milano? E con la sua periferia?

Andrea mi dice che ama ferocemente Milano, ed odia ferocemente Milano, ed ama ferocemente Milano, e la odia, ricambiato.

Andrea mi dice che Milano non è una metropoli. E’ un aggregato di quartieri che si guardano in cagnesco, tenuti insieme dalla metropolitana e dalla circonvallazione. Che sono anni che Milano cerca di fare l’esame da Metropoli e viene bocciata, e spera che continuerà ad esserlo. Che non è New York e lui, Andrea, non vuole che lo diventi, perché se vuole New York va a New York, e lui invece odia e ama Milano, e da Milano è amato e odiato.

Francesco aggiunge che persino New York non è un New York, che persino New York ha un supereroe per quartiere, e che quindi anche New York è un grappolo di quartieri, e  chissà che forse anche New York non sia un po’ Milano.

Poi se parliamo del centro, aggiunge Francesco,  certo al centro Milano ha il suo giro di affari, di moda e di criminalità da vera metropoli; ma appena esci è diverso.

Riccardo quando gli dici di parlare della periferia ti risponde che la periferia è Milano. Che questo è il posto vivo, il centro è finzione. E’ un gioco di maschere in continuo e vorticoso cambiamento.

Il giornalista arriva e li saluta, deve andare. Rimarranno in contatto. Il giorno dopo devono andare in Feltrinelli. Io stringo le loro brave mani scriventi, ci ringraziamo a vicenda, e passo il resto della serata a bere birra e a giocare a Dixit con Elena dei Dinosauri, fotografa e guardia del corpo, e Minocci, rapper di corte.

E penso che è stato un giorno buono.

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PS: tutte le foto tranne l’ultima sono di Elena dei Dinosauri.

Breve intervista dal quartiere delle meraviglie

Racconti da Bovisa, il quartiere delle meraviglie.

Francesco Facchini è un pionere del mobile journalism (#mojo, ho scoperto che si chiama) e blogger, ed è stato così cortese da realizzare questa breve intervista.

Andate a dare uno sguardo al suo blog, tratta di varie cose, tra cui anche il tema spinoso dei padri separati, anche loro spesso abitanti delle nostre periferie.

http://www.francescofacchini.it/

 

Piedi e cinema

C’è un piede, a lato della mia testa.

Il piede è avvolto in un calzino. Non ne conosco il proprietario, o meglio l’ho conosciuto stasera, eppure il piede è disteso molto vicino al mio orecchio sinistro con assoluta rilassatezza.

Sono seduto su una specie di divano a tre piani, in una stanza buia. La parte bassa del divano è un materasso buttato per terra; la parte centrale, su cui siedo, è un letto; il terzo piano, da cui viene il piede, è una specie di soppalco in legno. La stanza è molto piena, tutti i livelli del tri-divano sono occupati; anche un ulteriore letto, posto contro una parete laterale, ha i suoi bravi inquilini. Mi offrono birra e patatine. Non conosco nessuno di loro.

C’è un elemento fondamentale cui non ho ancora accennato: c’è un proiettore acceso. Questo proiettore è collegato ad un portatile. Questo proiettore sta proiettando “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere”, e sulla parete bianca (ma ora oscura nella stanza scura) si alternano Woody Allen, che vestito da buffone medievale cerca di farsi la regina, e Gene Wilder (Frankenstein Junior, avete presente?), dottore newyorkese innamorato della pecora di un pastore armeno.

« – È sporco il sesso?
– Certo, ma solo se è fatto bene. »

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Ridiamo. Facciamo battute. Qualcuno suggerisce di convertirsi al pecorismo. Non esageriamo con le battute, ci godiamo il film. Si fuma, parecchio. Una finestra viene aperta. Al primo piano del tri-divano le ragazze hanno freddo: le finestra viene chiusa.

Come sono finito qua? Onestamente, non ricordo bene. Sì, ho visto un qualcosa su Facebook, ma dove?

Questa cosa qui ha un nome, si chiama CineTorum. Che è un modo per dire che quattro coinquilini trentenni del quartiere  Maggiolina coinquilidevano una casa grande, con uno scantinato e una bella parete bianca; e si son detti “Perché non compriamo un proiettore? E perché tutti i lunedì non proiettiamo un film, e invitiamo chiunque voglia venire?”

E così è successo. Sono mesi che va avanti. Il lunedì alle nove basta presentarsi fuori dal giardino di questa bella casa con qualche birra e suonare. Verrà aperto. Sarete accolti. Io questa sera invernale mi sono presentato con una busta di birre, non sapevo quante portarne, non c’è un galateo per per casi così.

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“Ma tu sei amico di qualcuno?” mi chiedono nel patio dove le birre sono a raffreddare, all’aria gelida.

“No.” rispondo.

“Grande!” mi fanno.

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Finita la proiezione, si rimane ancora un poco, ma non molto che la metro chiude, e il lunedì sta già scivolando nel giorno dopo. Ho però il tempo di fare qualche domanda a Federica, una delle padrone di casa.

“Tu che fai?”

“Lavoro in un laboratorio, mi occupo di neuroscienze.”

“E lei?”

“E’ insegnante.”

“E vi conoscete tutti?”

“Ora sì. Loro due sono state portate da lui, lui era collega con loro, e loro erano amici suoi.”

Sento accenti napoletani, sardi, persino milanesi. Una ragazza ha fatto l’università a Viterbo, come me. La sua amica è toscana. E tutto questo mi sembra geniale e splendido. E anche un modo, naturale e umano, per ricreare quella rete umana che Milano a volte assottiglia fino a strappare.

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Ora i più puntigliosi di voi mi diranno:

“Ma se questo “Cinetorum” è alla Maggiolina, non è in periferia. Tu non volevi raccontare la periferia?”

E’ vero, il CineTorum non è in periferia.

Ma non vedo perché non può esserlo.

Quarto Orto

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Dalle parti della stazione, dell’Esselunga, in fondo ad una strada chiusa. Davanti ad un palazzone abbandonato, lontano dalla vivacità organizzativa di Piazzetta Capuana. Nascosto da mura prefabbricate in cemento.

Ma c’è.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Strappato alla dimenticanza. Difeso da chi ancora lancia dentro immondizia da oltre il muro. Innaffiato a forza di taniche, in attesa dell’allacciamento che potrebbe non arrivare.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto, ed  è un orto condiviso.

E’ per chi vuole: per i pensionati che ci passano la giornata; per i ragazzi del doposcuola; per chi ha una mobilità ridotta (una parte è rialzata).

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A seconda della stagione si piantano cavoli neri, finocchi,  zucchine,  pomodori. C’è uno spazio comune dedicato alle spezie. Le mani infilano semi nella terra. I semi sono concimati e protetti secondo natura.

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I singoli appezzamenti sono assegnati alla cura del singolo, con una idea di dare un occhio al condiviso, e ad esso contribuire, e goderne insieme.

E mi sembra una buona lezione.

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Si ringrazia i ragazzi di SUPER – il festival delle periferie per avermi fatto scoprire questa realtà, e quelli di QuOrto che la tengono in vita.

 

Teatro e Notte

Domenica

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sera

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sono

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andato

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a

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vedere

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uno

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spettacolo

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teatrale

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a

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Villa

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Litta.

Come? Come avete detto? Com’era lo spettacolo?

Ma scusate, non ve l’ho appena mostrato?

Ah, non vi basta?

….

E allorawhatsapp-image-2017-01-29-at-22-52-04-1

allora dovete chiudere Netflix

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e Sky, e il computer, e il televisore, e l’ipad

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e nella notte Afforese venire qui

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guardare lo spettacolo, ridere, commuovervi ricordare e pensare,

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(“Patricia nella città di Zero”, si chiama lo spettacolo)

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e poi, una volta finito,

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applaudire.

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E magari, a spettacolo concluso, camminare nel parco buio, dove gli alberi sembrano disegnati con l’inchiostro nero contro il cielo luminoso della notte di Milano. E camminare, mentre il suono di una fontana vi accompagna, ed un treno passa in lontananza.

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Fino a riscoprire cosa è la notte.

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