Quarto by night

E’ sera. Vado a Quarto Oggiaro da solo, che Elena dei Dinosauri a boxe ha rimediato un occhio gonfio, e mi apre la porta tenendosi il ghiaccio sulla faccia.

Sotto trovate un suo autoritratto.

dino copia

Vado a Quarto Oggiaro di sera, da solo, con il cellulare quasi scarico e solo due sigarette nel pacchetto.

Parcheggio la macchina. Mi chiedo: la ritroverò?

Una persona saggia una volta mi disse:

“Siamo tutti razzisti. Bisogna esserne consapevoli, per saperlo tenere a bada.”

Ci sono tanti modi di essere razzista, penso. Eccomi qua. Ho scritto un libro sulle periferie di Milano, vado in giro a sproloquiare sulla loro bellezza, vivibilità, sicurezza, e controllo tre volte volte se ho chiuso la macchina.

Scendo in strada, e mi avvicino a Quarto Posto, che mi hanno detto che il giovedì sera diventa ritrovo giovane e vivo. Mi avvicino alla piazzetta di Quarto Oggiaro. La famigerata piazzetta di Quarto Oggiaro. Quella di “Fame chimica”. La “piazzetta dello spaccio”.

Mi avvicino e sento urla. Un uomo e una donna che inveiscono l’uno contro l’altra. Lite domestica, penso. Disagio. Degrado.

Poi arrivo a Quarto Posto, e scopro che è uno spettacolo teatrale.

IMG_20160421_222331.jpg

Ci sono ragazzi, seduti intorno ai tavoli di Quarto Posto, con le loro tovaglie a scacchi rossi da osteria. C’è una coppia anziana. Vedo molti disabili. Una signora down emette gridolini divertiti: lo spettacolo le piace. Si urla.

“CI VORREBBE LA PENA DI MORTE!” grida l’attore.

“BISOGNA FARE LA RIVOLUZIONE!” rinforza l’attrice.

“INCENDIAMO I CAMPI ROM!” propone l’attore.

Perché è questo, che mette in scena lo spettacolo. Il nostro razzismo, i nostri pregiudizi, il nostro qualunquismo facile.

Insomma, Quarto mi accusa, direttamente.

Chiedo qualcosa da bere e da mangiare. Qualsiasi cosa, ho saltato la cena. Sono un uccellaccio scappato dall’ufficio, ho due ali di giacca spennata che mi escono dai lati del giacchetto, e i pantaloni che mi calano dalla pancia vuota.

“GIUSTIZIA DA SOLI! GIUSTIZIA DA SOLI!” gridano gli attori brandendo una bandiera italiana.

Poco dopo ho davanti a me una Tuborg colorata ed un piatto di qualcosa di buonissimo che non distinguo, ma si sa che non sono un sommelier. Lo divoro.

“MI HANNO CHIESTO L’ASSICURAZIONE! IO NON CE L’HO L’ASSICURAZIONE! E LORO ARRIVANO E GLI DANNO TUTTO! COMANDANO A CASA NOSTRA!”

I ragazzi rollano sigarette. I disabili cominciano a farsi pernacchie con la bocca e ridacchiare, ma senza disturbare troppo. Io mi guardo intorno e trovo un vecchio amico.

IMG_1468

“FACCIAMO SCHIFO!” urla l’attore in preda ad improvvisa consapevolezza “FACCIAMO SCHIFO!”

“Ma abbiamo detto solo quello che pensano tutti” cerca di difendersi l’attrice “Anche Barbara d’Urso.”

“FACCIAMO SCHIFO!” ribadisce l’attore.

“Ma abbiamo solo parlato.”

“TAGLIANO IL CUORE LE PAROLE! LE PAROLE TAGLIANO I DIRITTI! LE PAROLE DIVENTANO QUELLO CHE FACCIAMO AGLI ALTRI. TI RICORDI QUANDO I NOSTRI NONNI PARTIVANO? TI RICORDI COME LI CHIAMAVANO? HANNO FATTO IL TRATTATO SULLE RAZZE! C’ERAVAMO ANCHE NOI NEL TRATTATO SULLE RAZZE!”

“Noi siamo italiani…” replica l’attrice confusa.

“NOI SIAMO ITALIANI! SIAMO ITALIANI SIAMO ITALIANI!” grida l’attore.

E poi si volta verso il pubblico, e, con infinita delicatezza, dice

“Grazie.”

Parte l’applauso. Birra in mano e ultima sigaretta in bocca, vado a parlare con gli attori.

“Ma come è nato lo spettacolo?” chiedo.

“Ascoltando.” mi risponde la ragazza. “Tutto quello che abbiamo detto lo abbiamo sentito in giro. Non so ero in fila al CUP, e cominciavano questi discorsi. Io allora cercavo di prendere appunti, ma se tiri fuori un foglio ti guardano male.”

“Lavoriamo di memoria” aggiunge il ragazzo.

“Ma come vi chiamate” chiedo.

Ultimo teatro.

Esco a fumarmi l’ultima sigaretta. Scambio due parole con Pietro. Scopro che i ragazzi disabili sono l’associazione di catering sociale da cui si riforniscono. Che la coppia anziana sono il presidente dell’ANPI locale e sua moglie. Che la prossima settimana ci sarà una cena con i carcerati, in collaborazione con l’Associazione 21:  ad ogni porzione un carcerato racconterà un episodio della sua vita, una storia che non ha niente a che vedere con il motivo per cui è in galera. Gli invitati possono fare domande e parlare.

Vedere l’uomo dietro il carcerato. Vedere la persona dietro lo stereotipo. I pregiudizi.

Quarto ci tiene a rigirare il dito nella piaga, stasera.

Pietro mi racconta delle serate musicali, della riconquista gioiosa del ponte su cui Casa Pound aveva messo il suo marchio. Della Festa di Primavera di zona 8 della scorsa settimana, dove ognuno portava qualcosa, e loro facevano serigrafia, e c’era chi portava i giochi per i bambini. E quelli che hanno aperto un’associazione di falegnameria popolare? E qua mi snocciola un elenco di associazioni in cui mi perdo.

“Sai che abbiamo fatto anche una serata di incontro e confronto con Milano 2?” mi dice “E’ venuto fuori che loro avevano associazioni ma più sportive, calcistiche, insomma, da gente più ricca. Ma stranamente sembrava quasi che si vivesse meglio qua. Che ci fosse più rete. Vedi questa piazza? A Milano 2 ce n’è una simile, ma c’è in mezzo un lago. Non ci va nessuno. Qui invece c’è sempre gente. Ci siamo noi. C’è l’ANPI. Qua davanti c’è Agorà, offre servizi gratuiti e iniziative per i bambini. Negli stessi spazi c’è Save the Children. A fianco stanno aprendo un posto che offre servizi medici.”

Pietro è così gentile da scroccare una sigaretta per me che sono in astinenza. Lascio i ragazzi di Quarto Posto a chiacchierare sui divani che hanno portato fuori, in piazza; me ne vado a malincuore ma oggi è giovedì e domani mi rimetto il badge al collo.

Torno alla macchina. Con grande umiliazione, vedo che c’è ancora.

 

 

Canto e balcone

Bovisa47

Metti caso che è mercoledì, diciamo le 10.30. Metti caso che stai tornando a casa, che sei sovrappensiero e fumabondo. Metti caso che passi davanti alla Chiesa rossa di Via Ricotti. Allora è molto probabile che dal seminterrato, credo sempre di proprietà della Chiesa, tu senta un canto.

E non il cantare fiorito di una donna delle pulizie nottambula. E non il canto arabo del cellulare di un egiziano che inganna la sua solitudine su una panchina. Io sto parlando della possenza di un coro d’opera, della voce potente e allenata di una multitudine che intona i Carmina Burana.

Rimani ancora un poco ad ascoltare. Non ci capisci niente di musica ma sembrano bravi, sembrano proprio bravi. Sembrano professionisti.

E ti chiedi chi siano.

Te lo chiedi proprio.

 

Stacco. La storia si interrompe.

Cinque anni dopo.

 

Metti caso che sei sul balcone, al termine di una giornata lunga. Hai una birra in una mano,  una sigaretta storta in bocca e la testa piena di pensieri. La notte abbraccia Bovisa come una mamma buona, lasciando acceso qualche lampione per non farle temere il buio.

Metti caso che all’improvviso la Traviata si innalzi nella notte di Periferia, sopra i tetti dei bar cinesi.

Metti caso che sono cinque anni che questo succede ogni mercoledì che Dio manda in terra.

E allori butti la sigaretta, lasci là la Moretti da 66 (il coinquilino la ritroverà il giorno dopo, con disappunto), ti infili il primo paio di scarpe che trovi e ti fiondi in ascensore. Neanche un minuto dopo sei fuori dalla Chiesa Rossa, sei penetrato abusivamente nell’oratorio e cerchi di capire quale porta ti conduca allo scantinato. Niente, non capisci.

Ti rassegni infine ad aspettare che finiscano, seduto sugli scalini della Chiesa. Sugli stessi gradini, poco lontano da te, un magrebino parla con casa, al telefono, mentre tu usi le sigarette per ingannare le mezzore.

Metti che ti passa davanti il tuo coinquilino, con le mani nelle tasche del giacchetto.

Si ferma.

Ti guarda.

Ti chiede cosa stai facendo.

Glielo spieghi.

“Devo sapere chi sono.” concludi.

Il coinquilino ti conosce abbastanza per annuire, salutarti e proseguire per la sua strada. Contrariamente a te sta uscendo per passare un serata normale, con persone normali.

Ti infili in bocca l’undicesima sigaretta.

E la musica finisce.

Scatti in piedi come un suricato della savana. Dallo scantinato vengono prima chiacchiere, e poi persone.

“Salve” ti presenti “ho scritto un libro sulla Bovisa. Voi chi siete?”

La signora sembra bizzarramente perplessa.

“Forse deve parlare con il presidente. Lo trova sotto.”

Scendi. Scusi, chi è il presidente?

Lui, ti viene risposto.

Ti piazzi davanti al signore che ti hanno indicato. Tiri fuori il libro che hai portato come prova della tua sanità mentale.

“Scusate ma voi chi siete?”

La Corale Lirica Ambrosiana

Salta fuori che il tuo orecchio poco allenato non ti aveva tradito. La Corale Lirica Ambrosiana è un’associazione nata nel 1961, quando un gruppo di amici decise di fare qualcosa per diffondere e far conosce la musica lirica, specie quella corale. Da allora si sono esibiti nei teatri più imporranti e più volte al Conservatorio di Milano, alla Casa di Riposo Verdi, alla Palazzina Liberty ed al Castello Sforzesco. E sono oltre quarant’anni che cantano il concerto di capodanno a palazzo Marino, per il comune di Milano.

Metti caso che dopo cinque anni la tua curiosità sia stata finalmente placata.

“E’ sufficiente?” ti chiede il presidente con un sorriso.

Ti trattieni dall’abbracciarlo.


 

PS: Ho poi scoperto che Elena dei Dinosauri, che abita proprio a fianco della Chiesa Rossa, non sembra apprezza le prove del mercoledì, i cori, i banchi dell’oratotorio spostati per far posto ai lirici. Ma si sa come sono fatti i dinosauri…

13112670_10209526559939991_1807735120_o

 

(il disegno è suo, naturalmente)