Torta e cervelli

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Lavoro con la musica, quasi sempre. Passo gran parte della mia giornata con la cravatta al collo e gli auricolari negli orecchie.  Lavoro meglio, con la musica; mi aiuta a concentrarmi, e le persone mi interrompono meno, specialmente se faccio finta di non sentirli anche quando li sento eccome.

Comunque.

Almeno un anno fa, stavo lavorando al pc ed ascoltando la radio, e ho sentito l’intervista di una ragazza. Questa ragazza fa parte di un gruppo di volontari che, ogni martedì, si ritrovano in centro a Milano e vanno a parlare con i senzatetto di Duomo e San Babila. Sì, portano anche qualcosina, ma è il focus è quello della socialità, della chiacchiera, della battuta.

Fico, penso. Penso che la solitudine può essere tanto brutta quanto la fame e il freddo. Penso che sono almeno 6 anni che blatero di periferie, e che le periferie non sono solo Corvetto e Barona, sono anche questi solitari satelliti della razza umana che, anche se parcheggiati nel bel mezzo della nostra città, rimangono saldamente ai margini della nostra visione.

E poi la pianto di far vagare il cervello e mi rimetto a lavorare.

Un anno dopo, e in maniera assolutamente casuale, incontro Daniele, uno dei quei ragazzi di cui avevo sentito alla radio, che mi invita a venire il sabato mattina alla comunità di Sant’Egidio: tutti i sabati, infatti, condividono una rilassata colazione con i senzatetto che vogliono venire.

Così questa mattina, invece di essere bene accartocciato nel piumone, ero nello metro gialla con il mio ultimo esperimento: torta al cioccolata con glassa all’arancia e una spolverata di cacao amaro. Speravo fortemente che fosse venuta bene, anche perché nella mia cucina sembrava fosse esploso un secchio di cioccolata calda e zucchero, e per pulire ci sarebbero volute almeno due ore e mezza dozzina di bestemmie.

La comunità di Sant’Egidio è vicino Sant’Ambrogio, e, visto che la mia casa è praticamente sotto il cartello “Milano” sbarrato, un po’ ci metto. Fortunatamente il mio giaccone ha delle belle tasche capienti, ed estraggo il saggio sul cervello che sto leggendo di questo periodo.  Sono arrivato al punto in cui l’autore, un neuro-scienziato inglese, descrive un esperimento: collegano tre persone ad un encefalogramma e li fanno giocare a palla tra di loro. Ad un certo punto due cominciano a non passare più la palla al terzo. L’encefalogramma del giocatore escluso mostra che nel suo cervello si sono attivate le aree predisposte all’esperienza del dolore. Essere esclusi fa male, letteralmente.

Il libro è interessante e quindi sbaglio un paio di fermate. Neanche a dirlo, mi presento in ritardo: la tavola imbandita è stata per lo più spazzolata, e molti stanno andando via. Domincio comunque ad affettare ed a distribuire la mia torta: non esiste che la riporti a casa, penso, e mi trattengo a stento dallo svegliare un signore un po’ anziano che sta dormendo seduto. Arriva un ragazzo, che prima indaga se c’è rimasto un po’ di caffè, e poi chiede se putacaso ci sono delle scarpe 45. Scambio due parole con un ragazzo con la barba: è un volontario lì e anche in un’altra associazione che fornisce cure psicologiche.

“Sei psicologo?” chiedo.

“Macchè! Tengo l’amministrazione!”

Beh, le teste devono funzionare ma anche i conti devono tornare, dico.

Impongo una fetta di torta ad una ragazza napoletana, e chiacchieriamo un po’: lei è a Milano da una decina d’anni, un paio di mesi fa ha iniziato a fare la volontaria (“Beh volontaria è una parola grossa” mi corregge “do una mano”), e di lavoro fa l’analista finanziaria. Mi chiede se il ragazzo dietro di me è un volontario o no. Io ne so molto meno di lei, ma il suo dubbio mi sembra significativo: non c’è nessun “confine” tra volontari e ospiti. L’atmosfera è piacevole e rilassata. In un angolo due signori stanno parlando di Berlusconi e Renzi. Un ex-professore spiega la composizione della Madonna dei Pellegrini di Caravaggio (scoprirò che si è presentato al museo dicendo “Sono quindici anni che aspetto questa mostra ma non ho soldi. Fatemi entrare, per favore”). Un vecchietto si frappone tra me e la napoletana.

“È la mia ragazza ufficiale.” dichiara.

“Come ufficiale! E che ne hai altre?” protesta allegramente lei. Se ci fosse un bancone e un televisore, direi di essere in un pigro sabato mattina di un qualsiasi bar di paese.

Nel frattempo il ragazzo dietro di me mi chiede un pezzo di torta. Ben felice gliene do un pezzone. Mi chiede se l’ho fatta io, e gli spiego che è un periodo che ho questa strana fissa di far dolci: e sì che il forno fino a un mese fa lo usavo per tenerci le pentole (e ho contemplato di usarlo come scarpiera). Lui ha fatto il fornaio per un paio d’anni e mi scrive la sua ricetta per la pizza e mi da qualche dritta. Mi lascia persino il numero di telefono, nel caso abbia bisogno di aiuto (non devo infondere sicurezza culinaria). La ragazza napoletana ci sente, si entusiasma e non so bene come ma presto è deciso che io tra due sabati mi presenti con l’impasto della pizza per 20 persone, preparato il giorno prima, e che poi si cucini la pizza tutti insieme.

Scendo a fumare con l’ex-fornaio.

“Ma tu sei un volontario?” mi chiede.

“No” rispondo “è la prima volta che vengo ma mi sa che mi hanno già inculato.”. Lui si fa una risata.

Quando torniamo su una volontaria, una ventenne ciociara che studia Design a Bovisa, ci spiega come usare il loro forno: bisogna accendere qua, e poi premere qui e qui.

Sistemiamo, buttiamo l’immondizia, e saluto. In metro, tornando verso casa, penso che è meglio che la prossima settimana io faccia qualche tentativo di pizza, prima di avvelenare 20 persone.

Tiro fuori il libro. Ho quasi finito il capitolo sull’interazione tra più cervelli. Leggo:

“Potresti presumere che finisci alla fine della tua pelle, ma in un certo senso non c’è modo di definire dove finisci tu e dove iniziano tutti quelli intorno a te. I tuoi neuroni, e quelli di tutti sul pianeta hanno un ruolo in un gigantesco, mutevole super-organismo. Ciò che indichiamo come te è semplicemente una rete all’interno di una rete più grande. Se vogliamo un futuro luminoso per la nostra specie, dovremo continuare a ricercare come i cervelli umani interagiscono – i rischi come le opportunità. Perché non si può evitare la verità incisa nel circuito elettrico dei nostri neuroni: abbiamo bisogno l’uno dell’altro.”

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Sanremo di Periferia: Bovisa e Affori (e Maciachini)

di Massimiliano Priore

Affori e Bovisa

Il sei è un numero speciale e, visto che sono ospite di un sito che ha un occhio di riguardo per Affori e per la Bovisa, voglio dedicare la sesta puntata a questi due quartieri.

Affori

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Il Tamburo principale della Banda d’Affori è una canzoncina apparentemente spensierata, ma nasconde una satira politica anti-fascista. Infatti, nel brano si parla di uno che comanda “cinquecentocinquanta pifferi.” Cinquecentocinquanta era il numero dei membri della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. E poi, in milanese piffero indica l’organo genitale maschile. Insomma, non proprio un termine lusinghiero. La cultura milanese o comunque lombarda non era nuova a questi camuffamenti. La bella Gigogin recita: “Per non mangiar polenta / bisogna, bisogna aver pazienza.” Ecco, la polenta rappresenta il giallo della bandiera asburgica e il ritornello “Daghela avanti un passo, delizia del mio cuore” è un invito all’esercito piemontese a entrare in Lombardia per liberarla da Vienna. Senza dimenticare che ne I promessi sposi gli spagnoli rappresentano anche gli austriaci.

Bovisa

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Un altro testo risorgimentale ci conduce fino in Bovisa. Si tratta de La moglie di Cecco Beppe. Chi è questo Cecco Beppe? L’Imperatore Francesco Giuseppe. Piccola divagazione: da Cecco Beppe deriverebbe il termine cecchino. La Bovisa compare anche in “Milan l’è un gran Milan”, in cui D’Anzi dice, ironicamente: “Porta Cicca e Bovisa / che dintorni propri san”. Porta Cicca è il nome dialettale di Porta Ticinese. Esiste una versione in cui compare Pero, che non ho menzionato parlando dei luoghi fuori Milano città. Riparo ora e faccio un cenno anche su Rho. Non proprio su Rho, ma sull’Expo. Sono state scritte diverse canzoni sull’esposizione universale. Qui ce ne interessa solo una: Exposong della blogger Onalim alias Isabella Musacchia.

Maciachini

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Partendo dalla Bovisa, si può fare una passeggiata fino a Dergano e da lì giù fino a piazzale Maciachini (ma c’è anche la metro gialla, volendo) e canticchiare La ballata di Piazzale Maciachini di Folco Orselli, in cui una ragazza viene invitata a fare un giro in questa piazza con questa motivazione: “Son tutti buoni a portarti a passeggiare sui Navigli”.

 

 

Sanremo di Periferia: ancora fuori porta

di Massimiliano Priore

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Una sera sono andato a Morimondo all’evento Birra in Abbazia. A un certo punto, mi sono ritrovato sulla Statale 526 e mi è venuta in mente la canzone degli 883 Un giorno così. Morimondo fa parte della Città Metropolitana di Milano e quindi questo post è un po’ la continuazione della puntata precedente, dedicata in parte a luoghi fuori porta, in cui non sono stato del tutto esauriente.

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L’Idroscalo, già incontrato nel pezzo d’esordio sull’Ortica, viene citato in La Strana Famiglia, ma probabilmente più per questioni di rime e di assonanze (“Il Ginetto dell’Idroscalo/quando la moglie lo lascia solo/piange in diretta con Sandra Milo”). Vicino all’Idroscalo, c’è l’Aeroporto di Linate. Ufficialmente si chiama Aeroporto Forlanini. Jannacci lo nomina in El portava i scarp del tennis.

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Da un aeroporto all’altro, da Linate a Malpensa. E, infatti, L’aeroporto di Malpensa è un pezzo di Cochi e Renato, nel cui repertorio è presente anche una cosa che fa “mamma, parto stasera/vado a Voghera”.

Ritornando a Max Pezzali, alcuni elementi della sua discografia, come le “strade che sembrano sentieri” di Rotta per casa di Dio potrebbero riferirsi a dei luoghi che ci sono ci sono qui in Lombardia, oltre a rimandare a una provincia astratta. E’ invece certo che Max Collini si ispirò a Offlaga (Bs) per il nome del suo complesso.

Statale 526

Sanremo di Periferia: Loreto e gita fuori porta

di Massimiliano Priore

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Loreto e gita fuori porta

“Era Arcore l’epidemia/era l’idiota l’ideologia/era vino che diventa aceto/era ancora piazzale Loreto”. Si entra subito in medias res con questa strofa dei Gang, presa da La corte dei miracoli, che riassume il tema di questa puntata: Piazzale Loreto, la provincia e la Brianza. Del resto, Piazzale Loreto era chiamata la Piazza Duomo dei brianzoli. Anzi, ci si inoltrerà oltre, anche fuori regione.

Da Sesto a Loreto

Riprendendo il discorso dai Gang, il gruppo di Filottrano ha scritto una canzone intitolata Sesto San Giovanni. Vista la loro forte connotazione politica, che si sarà intuita dalla frase sopra, è superfluo scrivere che si tratta della Sesto operaia. Ricordiamo anche che l’incipit della celeberrima Andava a Rogoredo” è: “Quel che che sunt drè a cuntav l’è ona storia vera/de vun che l’era mai stàa bon de dì de no/ E s’eren conussu visin alla Breda/ le l’era de Rogored e lu el su no”.

Da Sesto si può andare verso Milano, incontrando Turro, Gorla e arrivando, appunto, a Loreto. Gorla è citata in un brano di Giovanni D’Anzi, “El Biscella”. L’autore di O mia bela Madunina ha fatto un pezzo molto gustoso, El Tu mi ami (si trova anche Tumiami) de Luret(t). E’ la storia di un bullo che va in ristorante di lusso e si rifiuta di pagare, ma le cose non vanno come aveva previsto.

Venendo a epoche più vicine a noi, come dimenticare quell’”Io abito tra Loreto e Turro” pronunciato da Faso in Alfieri?

Da Loreto si potrebbe proseguire verso Corso Buenos Aires e menzionare l’omonima canzone di Dalla, ma vedere Corso Buenos Aires come periferia è un po’ arduo.

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Da Sesto si può andare a Cologno Monzese. Ora, mi sembra che Fatti un giro sia ambientata nel quartiere Stella, dove, abitavano i fratelli Aleotti, alias Articolo 31. Non riesco a trovare prove a suffragio, sono ricordi che affiorano, cose sentite dire, sicché non citate questo articolo come fonte Lol. Però Cologno Beach di Luca Aleotti, detto anche Grido, c’è veramente.

J-Ax, ovvero Alessandro Aleotti, ha collaborato con Emis Killa nel brano A cena dai tuoi in cui si nomina Vimercate, dove è nato Emis. Nel video compare Carlo Cracco.

Da Sesto si può andare a Cinisello per ascoltare Ciny di Sfera Ebbasta.

Da Como a Corfù

Andando un po’ più fuori, Como è presente in due brani di Jannacci: Prete Litprando e il giudizio di Dio (insieme a Biandrate) e Per Un Basin. In realtà, Per un Basin è stata scritta per Milva ed è presente nell’lp La rossa, insieme a Soldato Nencini, “semianalfabeta e per giunta terrone, messo a Alessandria perché c’è più nebbia”. La d eufonica è assente nel testo.

Alessandria, Como e Biandrate facevano parte del Ducato di Milano.

Sanremo di Periferia: San Siro

di Massimiliano Priore

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Lasciato il carcere di San Vittore, in cui abbiamo dimenticato il Gino Cerutti del Giambellino, questa volta parleremo di un luogo più ameno: San Siro e il suo stadio (ma il quartiere non è facilissimo). La prima canzone che viene in mente è, naturalmente, Luci a San Siro di Vecchioni. Soprattutto un verso fa capire l’importanza di questo posto per Milano: “Luci a San Siro di quella sera, che c’è di strano? Siamo stati tutti là”. Un altro brano ambientato alla Scala del calcio è Eravamo in 100.000 di Adriano Celentano, che parla di un amore nato durante un derby “da una porta all’altra”. E’ interessante che entrambi abbiano nel proprio repertorio anche un brano che si svolge in zona Stazione Centrale: Il ragazzo della Via Gluck e Io non devo andare in via Ferrante Aporti. Divagazione nella divagazione: Giorgio Gaber scrisse una canzone intitolata La risposta al Ragazzo della via Gluck. Gaber e Jannacci facevano parte dei Rock Boys, il gruppo del molleggiato.

San Siro o Reggio Emilia?

Gli Offlaga Disco Pax raramente hanno parlato di luoghi diversi da Reggio Emilia o dai Paesi dell’ex Area Sovietica, eppure uno dei loro brani si svolge da queste parti. E’ Ventrale, dedicato all’impresa compiuta da Vladimir Yashchenko al Palazzetto dello Sport di Milano. Invece, il monologo Teste Quadre Ossa Rotte @ Prodezze Fuori Area cita un tunnel di Simutetenkov ai danni di Franco Baresi con conseguente gol. In realtà, il fatto avvenne a Reggio, però un gol a San Siro al Milan Simutenkov lo segnò davvero.

 

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Paolo Rossi fece una cover di Tanco del Murazzo di Vinicio Capossela, cambiando le parole in chiave anti-milanista e anti-berlusconiana. Era in una cassetta allegata a Cuore. S’intitola Tango dei furiosi. Da un interista (anzi, a parte gli Odp, granata, e Vinicio, disinteressato, erano tutti nerazzurri quelli nominati finora) a un milanista, il grande Enzo Jannacci, di cui vogliamo ricordare il pezzo sanremese Se me lo dicevi prima, in cui canta “E allora sarà ancora bello quando t’innamori, quando vince il Milan, quando guardi fuori” e le parole “Quelli che quando perde l’Inter o il Milan dicono che in fondo e’ una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli, oh yeah!” (Quelli che).

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La stazione di San Siro è stata aperta nel 2015, ma Giovanni D’Anzi già nel 1964 aveva previsto: “Metropolì, Metropolà, da San Siro fino a Sesto te traverset la città” (Metropolì Metropolà).

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Segrate, comune italiano di 35 131 abitanti della città metropolitana di Milano in Lombardia.

Sono in un baretto con rumeni e anziani.

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Il baretto è gestito da una ovale signore cinese, con gli occhiali e i capelli altrettanto ovali. Ci sono conchiglie appese al soffitto (sicuramente lascito della precedente gestione) un numero di slot machine quasi ingiustificato e  per andare in bagno devi attraversare una sala buia piena di vigorosi mobili e in legno e sedie al contrario su tavoli polverosi. C’è un rumeno solitario ad un tavolo con quattro birre vuote davanti a sé, ed una mezza piena; alterna conversazioni al cellulare  Facebook e sigarette.

Mi piace qui. È l’esperienza definitiva  della periferia.

Un’anziana ha portato le ciliegie e l’ha regalate alla barista. Al tavolo degli anziani si siede per un po’ il figlio cinese della barista cinese, mentre la figlia cinese della barista cinese svolacchia verso il tavolo di un gruppo di rumeni che è nel frattempo arrivato. Chiacchiera soprattutto con una ragazza, mentre passa la mano sulla capelli corti del  suo ragazzo magro. Il ragazzo neanche si gira, deve essere una cosa abituale. Il rumeno solitario rimane al suo tavolo solitario, unica compagnia quattro Moretti defunte  ed una morente.

Il figlio cinese della barista cinese nel frattempo si rimpinza di ciliegie; poi afferra la mano di un anziano dalla polo verde e ce ne mette sopra una bella rossa.

“Grazie amore” risponde lui.

Il bambino dice all’anziano dalla polo verde, e lo ripete più volte, che vuole andare alla fine dell’arcobaleno. L’anziano spiega che l’arcobaleno è lontano. Il bambino gira e batte i piedi per il bar, corre dietro al bancone, ne vien fuori, ma sempre torna a toccare la polo verde, a chiedere, a saltare. Non so se l’anziano lombardo ha dei nipoti biologici, ma è ovvio che il bambino cinese è suo nipote.

Una coppia rumena del tavolo rumeno si alza. La bionda e abbondante moglie rumena raccoglie il pargolo dal passeggino e si mette sotto la televisione, proprio vicino alla prima di sei slot machine. Il marito scatta una foto a suo figlio in braccio alla moglie sorridente a fianco del gioco d’azzardo legalizzato. Dopodiché, proprio a quella macchinetta tenta la fortuna.

Va male. Si risiede.

Il bevitore solitario se ne è andato.

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Esco, vado a fumare una sigaretta.

Fuori c’è un rumeno bello come un attore di Hollywood. Ha la mascella giustamente quadrata e gli occhi azzurri sotto i capelli cortissimi. Mi scruta mentre fumo,  forse chiedendosi se sono un carabiniere. In fondo ne ho la pancia e il pizzetto.

Arriva un sessantenne con Ray Ban e borsello a comprare le sigarette al distributore fuori il bar. Sul marciapiede davanti al bar sfila una ragazza troppo giovane per i suoi micropantalonicini e microtop nero (con la scritta “Paris”). Cammina veloce. L’uomo col borsello gli guarda lungamente il culo che si allontana, prima di andarsene a sia volta. Rientro.

I rumeni vanno via, e anche gli anziani. Un tipo col cappello e borsello (non lo stesso borsello né lo stesso tipo di prima) tenta la fortuna alle macchinette. Il bambino cinese si aggira per il bar starnutendo. La bambina dice di essere “Elsi” ( Elsa di Frozen) e di avere il potere del ghiaccio. La barista mangia una mela.

Io mi alzo e vado a casa.

Segrate, comune italiano di 35 131 abitanti della città metropolitana di Milano in Lombardia.

E un bar dove i bambini cinesi hanno nonni lombardi e zii rumeni.

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Sabato pomeriggio

Quando mi hanno proposto di andare ad un incontro di due ore e mezza dal titolo “Quartieri al Centro” ho avuto difficoltà ad immaginare una rottura di cazzo più grande, un mondo più pessimo di investire il mio sabato pomeriggio.

E allora, perché quando arrivo la sala è piena, e c’è gente in piedi?

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Ritardatario cronico, rimango in piedi vicini ad una mamma con delle bambine quasi adolescenti. Quando arrivo il microfono è già in mano alle persone. Il condominio compartecipato con il comune, si dice, è gestito male. E il marciapiede? Si rischia l’incidente tutti i giorni.  E gli amministratori truffaldini?

Per forza che la sala è piena, penso: chi vuole farsi sfuggire la volontà di potersi lamentare (anche a ragione, per carità)? Ho sentito che nelle navi genovesi i marinai rinunciavano ad una paga più alta per il permesso al “mugugno”, al lamento. Lamentarsi non è solo gratis, è inestimabile.

Ma è veramente lamento, quello che sento?  Quello di chi gestisce l’Orto degli Aromi nel meraviglioso giardino-bosco del vecchio Ospedale Paolo Pini, dove trovano  supporto persone con disabilità mentale? Di chi ha bisogno di spazi pubblici per insegnare l’arabo ai bambini egiziani, il sabato e la domenica? E, soprattutto di chi ha dormito per anni per strada, e che con onesta prolissità e ignoranza fa piovere il suo dolore nella sala, e se ne va tra le lacrime?

Prende la parola l’Assessore alla Casa e Lavori Pubblici. Non è morbido, non accoglie, non sorride, non è “politico”. L’amministratore è oggettivamente truffaldino? Va denunciato, dice. La cooperativa sociale ha perso il bando? E io, ribatte, credete che io abbia piacere quando il regolamento regionale mi costringe a non dare una casa ad un nucleo familiare perché il numero di figli non è proporzionale all’esatta dimensione dell’appartamento? E’ spiacevole ma sono le regole da seguire, dice.

Forse lo dipingo più duro di quanto sia stato, ma ha un atteggiamento del tipo “Non vi dirò cazzate per imbonirvi” che mi piace. Alcune regole non le possono cambiare, dice; nel limite di questo rimbocchiamoci le maniche.

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La parola ritorna al pubblico. Torna il dolore in ballo. Il pubblico accetta la sfida. Ok, l’appartamento è troppo piccolo per il nucleo familiare. Ma allora perché vengono ristrutturati e assegnati appartamenti solo appartamenti piccoli? Perché non vengono ristrutturati appartamenti più grandi? Così non dovrei vedere una donna strappata via dalla propria casa dai tizi della MM, dice una signora.

Si alza una sciura con i capelli corti e gli occhiali, e uno sciallo colorato sul petto. Parla di gruppi “eterogenei” che vivono nel parchetto davanti alla sua finestra, che usano le panchine come servizi igienici. Di notte il parco diventa luogo di prostituzione, e musica e rumori fino alle 4 di mattina, per non parlare di quando si mettono a giocare a calcetto. Capisce che non abbiano dove andare, comprende che non abbiano altro spazio per stendere i panni, è stata immigrata e terrona a Milano. Hanno chiamato i vigili ma rispondono che non hanno persone. L’altra volta sono scesi degli inquilini con mazze e spranghe, hanno cercato di far da pacieri lei e suo marito; stavolta ci sono riusciti.

Mi si rizzano i peli. Le mie periferie sono alla soglia della guerriglia urbana?

Un signore si alza e e tocca il tema delle occupazioni abusive. Dietro ho due ragazze con il velo sui capelli, e una di loro grida “Io sono abusiva! Chiedimi perché!”. Una ha una figlia invalida. Come ogni volta che si toccano questi temi, si finisce in modalità riunione condominiale.

La parola spetta infine al Delegato dal Sindaco sulle Periferie, che parla in emiliano, e prende il tema degli sgomberi. La sala rumoreggia. Il Delegato parla di mettere insieme il piano sulle periferie. Vuole che il piano sia partecipato.  Spera che nel prossimo incontro passeremo dal “noi contro voi” al “noi”.

Sento parlare di interventi di riqualificazione, che è una parola che continua a non piacermi. Forse perché così trattiamo i nostri quartieri come bambini scemi, che bisogna aiutare ma senza speranza, che tanto scemi rimangono.  Sono un po’ stanco di questo atteggiamento da “sono un comandante dei marine inviato a Baghdad.”.

Vorrei sentir parlare della forza delle periferie, delle energie. Mi piacerebbe che qualcuno si sedesse di fronte alla mia periferia, e le dicesse: “Ok, Periferia, certo che hai dei problemi, ma partiamo da ciò che hai di splendido, e di risorse non utilizzate, e partiamo da lì per risolvere quello che non va, per farti brillare.”

Vorrei che qualcuno guardasse questo luogo, dove vivono milioni di persone, con fiducia.

Off Topic – Il giorno dopo il giorno della memoria

Il 27 gennaio è il giorno della memoria. A Milano, è luogo simbolo il binario 21 della stazione centrale, da cui partirono i treni per i campi di concentramento. Oggi è il 28 gennaio: cosa rimane del giorno della memoria, il giorno dopo?

Ci aggiriamo per la stazione. Al binario 21 ci sono dei cartelloni e delle scritte, ma sono di protesta, non di commemorazione. Avevamo delle informazioni vaghe che anche oggi ci sarebbero state delle celebrazioni, ma non si sono rivelate veritiere. Il treno del binario 21 è diretto a La Spezia. Il tutto è pieno di una straordinaria assenza.

Chiediamo a un addetto delle FS, un ragazzo, se sa se quel giorno o il giorno precedente ci sono state delle manifestazioni. Storce la bocca, che è un modo economico di alzare le spalle. Non lo sa, e ci manda all’assistenza clienti. “Loro sono qui sempre.” Poi si occupa di una signora diretta a La Spezia. All’assistenza clienti c’è davanti a noi una signora che chiede in inglese dove comprare il biglietto; viene spedita due piani sotto (follie della Stazione Centrale).
La festa della memoria? Sì, ieri dovrebbe esserci stato qualcosa, dovete scendere, sulla sinistra, verso dove sono i pullman per Malpensa, e poi continuare ad andare dritto, fino ad una bandiera dell’Italia.

Prima di uscire torniamo caparbi ad aggirarci per il binario 21, forse attratti da tanta assenza. Claudia fotografa l’apertura da cui uscirono i binari carichi di “ebrei”, come emergendo dal ventre della stazione. Claudia era a conoscenza di una targa commemorativa, dopo essere passati avanti e indietro un paio di volte forse la troviamo. Si conclude con la frase di Primo Levi:

“Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra”.

Usciamo. Il cielo è appropriato. Grigio, poco luminoso, con una pioggerellina leggera e fastidiosa. Spero che abbia fatto lo stesso tempo anche il giorno della memoria, sarebbe stata una cornice adeguata.

Chiediamo a un autista del pullman per Malpensa se sa se ci sarà o se c’è stata una qualche manifestazione sulla Shoah. No, oggi no. Ieri hanno fatto qualcosa lì, dove c’è la bandiera dell’Italia. La shoah sono gli ebrei, no?

Sì.

Sotto la bandiera, c’è l’incompleto Memoriale della Shoah, binario 21. Dentro ci sono, essenzialmente, delle pareti vuote. Ci dividono una gabbia e un’enorme porta a vetri, ma il vetro scorre e si apre quando ci passi davanti, si sono dimenticati di chiuderlo. Dico a Claudia di fare delle foto. Lei mi risponde che non c’è molto da fotografare. Claudia fotografa il non molto.

Ritorniamo verso la stazione, e fermiamo delle persone a caso. Sapete se ci sono delle manifestazioni sulla festa della memoria, o se ci sono state? Le stiamo cercando anche noi, ci risponde una coppia, ma mi sa che ci sono state ieri. Chiediamo: ma voi siete usciti apposta per cercare qualcosa sulla Shoah? Mah, ci rispondono, abitiamo in zona. Li indirizziamo verso la bandiera dell’Italia. Decidiamo di interrompere le ricerche, io e Claudia, di riprendere la 90 che ci porterà a casa, ma rimaniamo ancora un po’ lì, sotto la pioggia fastidiosa. Che cosa rimane il giorno dopo il giorno della memoria?

Il cielo è sempre adeguato.

Natale, o il ritorno dei terroni

Oggi vi scrivo da una periferia particolare: il paese.

Ohhh, già vi vedo, voi cresciuti all’ombra della Madonnina. Ma cosa ce ne frega del paese? Ohh, già vi sento, voi che avete tirato i primi calci nei campi di calcio di Bovisa, voi avete bruciato soldi nei bar della Comasina, ma cosa ci frega, dite, del paese da dove vieni tu? Non sei mica dell’alto Lazio, dove le colline sfociano nella toscana? Che ce ne frega, a noi, del tuo paesuculo sorto sul tufo rosso?

“Ho sentito i risultati dell’ISTAT” mi dice mio padre, nel lungo buio viaggio in macchina che porta da stazione termini al mio paese, dove passo le feste “l’ISTAT dice che la maggioranza delle famiglie di Milano sono composte da una sola persona.”

Perché vi svelo un segreto: Milano siamo noi. Da un punto di vista statistico, tolti i cinesi e i magrebini che vi radono il kebab alle 3 di notte, Milano siamo noi. Noi sfollati dal Lazio, dalla Puglia, dalla Toscana. Noi emigrati dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Sardegna. Noi che per trovare lavoro o una vita meno stretta o diosolosacosa abbiamo mollato i nostri paesini nelle periferie dell’Italia e siamo venuti a riempire le periferie di Milano. Noi che la mattina ci allacciamo la cravatta al collo, ci stringiamo il grembiule sui fianchi, e facciamo di Milan una gran Milan, e delle periferie delle grandi periferie.

Che poi le periferie, le migliori, quelle belle, sono dei gran paesi. O lo erano. E se lo erano ancora il paese si vede, se ne guardi attentamente la filigrana, in controluce.

E poi Milano, vi svelo un segreto, è due cose, almeno.

La prima.

Milano è un parco giochi. Un immenso parco giochi che offre il meglio che questo sterile paese può offrire. Vuoi vedere uno degli Smiths che fa il dj? A Milano puoi. Vuoi perderti nei fraseggi del jazz? A Milano puoi. Vuoi andare in un locale dove tutti ascoltano dark, e ballano oscillando il corpo magro? A Milano puoi. È un immenso parco giochi pensato soprattutto per noi, famiglie di una persona sola, scappati da un destino dove saremmo stati tutte le sere nello stesso identico bar di paese calabrese, sempre con la stessa gente, sempre con la stesse facce.

Che non è poi brutto, solo non faceva per noi.

La seconda.

La seconda cosa che è Milano è un frullatore. È quella, la sua forza più grande. Prende persone da ogni singolo angolo di Italia e anche del mondo e li porta qui. Gli spiriti inquieti qua finiscono, e qua producono e creano, e qua regalano a tutti, anche a chi Milano non ama.

Periferie. Paese. Non così lontane.

Sono nel pub del mio paese ora. E’ Natale. Intorno a me ci sono quelli che sono rimasti, e hanno creato vite qua. Intorno a me ci sono quelli che sono andati, e che ora sono Product Manager a Milano, o poliziotti in Sardegna. Entra qualcuno che era assente da tempo e si alzano grida di sorpresa e benvenuto, e bicchieri pieni di birra.

Che fine hai fatto? gli chiediamo.

Mi occupo di robotica in Polonia, risponde.

Pago le birre e i whisky e mi dirigo verso casa, sotto un cielo pieno di luci fredde. Attraverso il giardino della casa che un tempo era dei miei nonni, ora dei miei genitori. Qui un giorno è arrivato un ulivo, dalla puglia. Chissà forse voleva venire a Milano a fare il product manager, e invece a finito a Bassano Romano provincia di Viterbo, si chiama Romano perché Viterbo ci sta un po’ sul cazzo.

Comunque.

Torno a casa dal pub del paese. L’ulivo è arrivato due tre anni fa nel giardino, arrivato con le fronde tagliate, una tristezza, un tronco che la vita la conservava stretta e nascosta nel suo guscio.

Ed ora è pieno di rami, e di foglie.

E penso che la vita è tornata, ed è esplosa, ed ha vinto.

Che c’è voluta molta cura, molto lavoro.

E che la bellezza può esplodere anche dove sembrava perduta.

Chissà, anche a Milano, anche nelle periferie.

Finché rimane un minimo di vita, con tanto lavoro e tanta cura, possiamo tornare a risplendere, ad allargare i nostri rami, a rivestirci di verdi foglie.

E torno a casa, pieno di speranza.

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