Cina Parma e l’Osteria del Biliardo

A Paolo Nori.

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Che di recente ho comprato questa banda che si chiama Mi-Fit, che è tipo un braccialetto, che tu la ordini te la mandano dalla Cina, ti arriva in un pacco tu lo apri ha le istruzioni in cinese, tu allora chiedi alla collega che ti ha convinto a comprarlo, dalla Cina, la stessa collega a cui l’hai visto al polso e gli hai detto che cos’è, gli hai detto, alla tua collega.

E che lei ti ha detto come non lo sai, è un contapassi.

Un contapassi? dico io.

Un contapassi, dice lei.

Che poi non ti conta solo i passi te ti fissi un target giornaliero, tipo ad esempio 8.000 passi, e se ce la fai la banda vibra e ti dice bravo, e ti motiva, e così dimagrisci.

Davvero?, dico io.

Davvero, dice lei.

Che poi non è mica solo un contapassi, ti monitora il sonno, lui capisce dai movimenti piccolissimi o grandi o nessuno se te stai dormendo, e se stai nel sonno leggero che non riposi niente o nel sonno profondo che ristora, e il giorno dopo lo guardi e sai quanto e come hai dormito, così tu pianifichi ti rendi conto vai a letto prima non ti metti a perdere tempo davanti al computer.

Dormi meglio? dico io.

Dormi meglio, dice lei.

E io ho pensato beh grasso son grasso, sarò circa cento chili, in parte giustificati perché ho smesso di fumare, in parte non giustificati perchè pesavo cento chili anche prima, mi potrebbe far comodo, un braccialetto che ti fa camminare, e ti dice bravo.

E poi ho pensato che io dormo sempre pochissimo, da sempre, che sono sempre andato a letto tardi, da sempre, che una volta quando ero piccolo avrò avuto tre anni mia madre mi ha lasciato un attimo solo in cucina, sarà stata l’una ero ancora in piedi, pensa te. Che poi quella è la volta che mia madre si è allontanata un attimo la tv accesa su Maurizio Costanzo è tornata in tv non c’era più Maurizio Costanzo c’era Umberto Smaila, avevo girato avevo messo “Colpo Grosso”, avrò avuto tre anni, mi son girato verso mia madre e gli ho detto “Mamma”, gli ho detto”Che gulo, che gosce!”, gli ho detto, parlavo ancora male avrò avuto tre anni.

Così siccome sono grasso e vado a letto tardi mi son convinto ho comprato la banda cinese, mi son fatto spiegare come funziona dalla mia collega visto che le istruzioni erano in cinese, l’ho impostata a 8.000 passi ad un certo punto durante la giornata vibra, significa che ho fatto 8.000 passi ho raggiunto l’obiettivo e mi dico ah come sono stato bravo.

E poi la sera nella mia nuova casetta di Affori mi dico ah sono le 10 come è tardi, devo andare a letto se voglio avere un quantitativo sufficiente di sonno profondo, vado a letto, dormo, mi sveglio, guardo il cellulare che la banda è collegata al cellulare e l’App mi dice che ho dormito 8 ore, di cui due ore e 12 di sonno pesante, e mi dico ah come sono stato bravo.

Solo che ogni tanto questo porta a delle conseguenze aberranti tipo ieri, che non avevo ancora fatto tutti i passi, e così ho chiamato i miei genitori e mentre parlavamo al telefono del più e del mano io facevo avanti e indietro nella mia casa di Affori, rimbalzavo tra la cucina e il bagno facevo avanti e indietro nel corridoio, e quando la conversazione è finita non avevo ancora raggiunto l’obiettivo allora ho fatto un’altra decina di volte avanti e indietro ,tra la cucina e il bagno, ed alla fine la banda ha vibrato e io mi sono detto ah come sono stato bravo.

Oppure come oggi che stamattina pioveva e io non potevo farmi il mio giretto per Villa Litta, un parchetto che è delizioso, che se io non mi faccio il mio giretto la mattina per Villa Litta poi rimango di malumore tutto il giorno, anche perché poi non raggiungo l’obiettivo dei passi, e allora io mi son detto mi faccio un giretto per Villa Litta al tramonto che è bellissima, Villa Litta al tramonto, il sole che scende tra gli alberi, è bellissima nonostante gli ecomostri che gli stan costruendo intorno, e mentre attraverso Villa Litta mi sento un audiobook.

Che io di recente mi piace sentirmi gli audiobook, che siccome vado a lavoro in macchina non più in treno non riesco più a leggere, leggo poco, e allora mi sento un audiobook, mentre vado a lavoro, o mentre mi aggiro per Villa Litta, per Affori, mi piace, avere qualcuno che mi legge.

Che negli ultimi giorni sto sentendo un audiobook di Paolo Nori, un scrittore di Parma, letto proprio da lui, Paolo Nori, che è uno che legge con l’accento di Parma e scrive in una maniera che son tutte ripetizioni sembra parlato, e frasi lunghe senza troppe virgole tipo questa, insomma. Che son giorni che me lo sto sentendo, mi piace proprio, come scrive, Paolo Nori di Parma, che mi sento mentre attraverso Villa Litta al tramonto.

E visto che dovevo ancora fare dei passi che dovevo dimagrire ho continuato, ho attraversato il parco di Villa Litta, sono uscito dall’altra parte, ho continuato per via Cialdini e mi son trovato all’Osteria del Biliardo.

Toh, mi son detto.

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Che l’Osteria del Biliardo è un bel posto, ha solo un difetto. Che tu ci vai e dici “io ero bravo a biliardo, mandavo certe palle in buca, nel bar del mio paese, andiamo all’Osteria del Biliardo che vi faccio vedere io, a voi, come metto le palle in buca!”

Solo  poi vai all’Osteria del Biliardo e scopri  che il biliardo non ce le ha, le buche.

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Beh, ti dici, pazienza..

Un tè, ho chiesto al ragazzo alto e dietro al bancone, che aveva una barbetta corto tutta curata, un tè,  gli ho detto al ragazzo alto, che devo dimagrire. E alle pareti c’erano quadri ma mica i pagliacci e i paesaggi e le robe tristi no tutti colorati, forse fatti da artisti di strada, e anche le pareti erano colorate, proprio le pareti direttamente, ed era bello.

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Mi metto a scriverecosì, influenzato dallo stile di Paolo Nori scrittore di Parma che mi piace proprio come scrive, e mentre scrivo il posto si riempe e sì che è grande, e sì che non è venerdì nè sabato è solo martedì.

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E nel frattempo a me viene fame, e penso che se voglio finire di scrivere e non andare a letto tardi per non perdere ore di sonno profondo, quello che ristora, forse è meglio che ordini qualcosa.

E così io che avevo previsto di mangiare del pollo alla piastra ordino una lasagna, farcita di pane carasau e pomodorino saltato e pecorino e timo, e la divoro e dopo un minuto è così.

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Però da bere prendo acqua, che sono a dieta.

E non faccio in tempo a finire che anche la seconda grande sala dell’Osteria del Biliardo si riempe, arriva una lunga tavolata un tavolata mista di ragazzi con la felpa e ragazzi in giacca e cravatta e sciure cotonate,  poi arriva eun’altra tavolata con tre donne di cui una mi sa spagnola, e si vede che questo è proprio un posto di ritrovo, ad Affori.

E poi mi alzo e la mia cravatta attraversa di nuovo Villa Litta notturna, che i passi sono compiuti, la pancia è piena, sto andando a letto presto, e tutto è buono, stanotte.

Anche se i biliardi non hanno le buche.

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Il sapore non è un’immagine

Visto che sono in vacanza, rubo alla brava Wabi

Baciami, piccina

Milano, alla seconda metà d’agosto, ha il trucco sfatto dell’estate che ha dato il suo tempo migliore. Dopo la pioggia di questa mattina le colano dal viso le ultime tracce di una storia che si era dipinta addosso per convincerci ad approfittare della vita, solo come Milano può permettersi di farlo, e così adesso dai maxi cartelloni pubblicitari penzolano brandelli sbiaditi di super offerte, ormai scadute da una quindicina di giorni, e tutto sembra irrimediabilmente perduto. Ormai ho imparato ad averci a che fare, con questa Milano limbale, che non è più e non è ancora. Che gli anziani camminano in mezzo alla strada, e potrebbero anche sdraiarcisi in mezzo, alla strada, tanto di automobili non ne passano. Se proprio ci tieni a vederla, qualche automobile, allora devi andare all’autolavaggio dei cingalesi (nuova gestione), oppure alla ricicleria della Bovisasca, dove coppie di mezza età accompagnano nelle bocche dei container ciò da cui…

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Lascio Bovisa

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Sì. Lascio Bovisa. Il quartiere che mi ha accolto ormai 6 anni fa. Il quartiere che ho vissuto, amato, difeso, criticato. Il quartiere che mi ha visto condividere birre in piazza schiavone, che mi ha abbracciato alla fine di interminabili rientri notturni in 90, che io emigrato ho chiamato casa.

Lascio Bovisa, dove sono felice come non lo ero mai stato. Dove sono stato innamorato. Dove sono stato disperato.

Lascio Bovisa, dove ho fatto il mio primo tatuaggio. Lascio Bovisa, dove ho cercato di essere adulto, come un bambino che si infila le giacche del padre. Lascio Bovisa, che mi ha ricongiunto con una delle parti più primitive, ingombranti e vere del mio essere: quello di esplorare, quello di raccontare.

Lascio Bovisa, dove ho ballato in cucine troppo piccole. Dove ho passato lunghe serate in compagnia di birre del penny, serie televisive e qualche amico.

Lascio il gasometro, ancora convinto che con le luci giuste potrebbe essere più bello della Torre Eiffel.

Lascio la margherita a 3 euro e 50 di Heidi, l’hot dog a due euro di Bovisa Kebab, il bicchiere di vino alla Scighera, la pasta alla Carrettiera, il gelatino buonissimo di Mi Sciolgo.

Sto andando in centro, vi chiederete? No. Vado lontano? Niente affatto. Percorrerò ancora spesso le strade della Bovisa, che tanto mi hanno dato da raccontare? Certo.

“E allora cos’è questo piagnisteo?” dirà qualcuno.

Sto andando ad Affori, dove, da venerdì, ho una casa che per la prima volta posso chiamare mia. Non dei miei genitori, non in affitto: mia.

E sì, Affori è ad un metro da Bovisa, ma le distanze sono più nella mia vita che nei chilometri.

“Dove vivi?”

“A Bovisa” ho risposto per cinque anni, trattenendomi ogni volta dall’aggiungere “Che è un posto spettacolare, dicotomico, una borgata paesana in bilico sulla periferia, un luogo in equilibrio precario sulle possibilità molteplici di ciò che può diventare; è il posto che mi ha insegnato a vedere il meraviglioso in ciò che è sotto i nostri occhi tutti i giorni, a incontrare la bellezza in un disegno sul muro, a scoprire una storia in un foglietto lasciato per terra. Io non vivo a Bovisa, io vivo Bovisa, io adoro Bovisa, mi ha costretto a scrivere un libro su di lei, Bovisa.”

E ora sono ad Affori, affacciato sul balcone della mia casa vuota. C’è un grosso palazzo in costruzione, proprio davanti a me. Sulle sue impalcatura sono appesi striscioni che mostrano la meraviglia che potrebbe diventare, ma i lavori vanno a rilento, e per ora è mattoni rossi a vista, cemento, e gru al vento. Ho parlato con qualcuno e mi hanno accennato a soldi finiti, a muratori solitari che eseguono saltuariamente lavori da formica, ed è ora incerto se la costruzione manterrà mai la promessa di ciò che poteva diventare. A volte mi sento anche io un po’ così.

Eppure sono contento. Sono più che contento: sono ad un nuovo inizio. Come questa casa vuota, questo luogo e i giorni che ho davanti sono ricchi di possibilità. Sarà splendido, penso, essere e vivere ed scoprire questo luogo nuovo, questa vita nuova.

Dopotutto, sono uno che esplora, sono uno che racconta.

 

 

Vandali: Elis Mal e il ponte della Ghisolfa

Sotto il ponte della Ghisolfa vedo una ragazza.

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Io sono in macchina, e la vedo con la coda dell’occhio. Penso: punkabestia. Forse vagabonda tedesca, in cerca di riparo dalla pioggia perennemente incombente di questi giorni monsonici. Guardo meglio: è giovane e carina, e soprattutto un po’ troppo curata, un po’ troppa precisa per una che si è fatta baciare dai marciapiedi d’Europa.

E poi noto delle bombolette.

E una lunga asta con in cima un pennello.

Ho beccato una writer mentre sta disegnando.

Accosto, accendo una sigaretta, e mi dirigo verso di lei. Lei mi squadra, e con tono accusatorio mi chiede

“Sei tu?”

“Sono io?” rispondo.

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“Sei tu che m’hai coperto il pezzo? Scusa ma con tutte le colonne libere dovevi proprio coprire il mio?”

“Aspetta” rispondo “io non sono io.”

Spiego che non sono un writer stronzo, ma solo un tipo bizzarro che guarda e racconta. A supporto delle mie parole faccio vedere l’intervista che ho fatto alla crew dell’E-Team.

Si calma e si gira una sigaretta, guardando il muro appena imbiancato.

“No perché” mi spiega “qua avevo fatto una medusa, che era anche un saluto ad una persona che passava sempre di qua, e ieri notte mi hanno mandato un messaggio che me l’avevano coperta. Quindi son corsa, ora ho passato il bianco, e ne devo fare una sopra io per forza.”

“E scoprire dove abita, e che macchina ha, immagino” rispondo io.

Ride. “No quello no! Però non si fa. Non si copre un lavoro di un altro, fatto e finito. Senza motivazione. È uno sfregio gratuito. Ed a parer mio una mancanza di rispetto verso il lavoro di un altro.”

“Capisco. Oh dimmi se ti sto facendo perdere tempo.”

“No tranquillo, tanto il bianco si deve asciugare.”

Si gira una sigaretta. Anche io ne infilo in bocca un’altra.

“Rifarai la medusa?” chiedo.

“No.” mi risponde “Io non faccio quasi mai figurato, faccio astratto” e preso il cellulare mi mostra il suo profilo di Facebook, dove tutto è un complicato intrecciarsi di linee che deve prendere ore per essere realizzato.

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“Per me è una specie di mantra.” mi spiega “Erano gli scarabocchi che facevo sui quaderni quando mi annoiavo. E poi ho continuato a farli, solo su tela, o su muro. Più su tela in effetti, non faccio molto graffiti. Che poi per quanto riguarda i muri ho iniziato non da moltissimo, sarà un anno e mezzo.”

“E come hai cominciato?”

“Tel’ho detto con i quaderni delle medie.” mi risponde

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“In seguito ho fatto un laboratorio teatrale di integrazione sociale, per ragazzi abili e diversamente abili. E un giorno una persona, che stava trasformando in una casa il locale seminterrato di un ex rivenditore di moto, ha visto uno dei miei disegni e mi ha chiesto di affrescarglielo. Folle. Poi ho tanti amici che disegnano e ho iniziato a dargli una mano, mi facevano fare delle piccole parti, una cosa tira l’altra ed eccomi qua. Ripeto, in realtà io faccio soprattutto tela, e muri legali.”

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“Muri legali?” chiedo.

“Sì, non te l’hanno spiegato i ragazzi dell’E-Team?” si sorprende. “Pisapia ha definito e mappato i muri liberi di Milano, dove era legale disegnare. Facendo nascere un casino tra l’altro.”

“Perché? Non è meglio?”

“Sì certo.” mi risponde. “Solo che hanno cominciato a disegnare un sacco di ragazzi che non conoscevano la cultura, su muri che storicamente erano di alcune crew. Insomma ne è venuto fuori un bel casino, e pure qualche sberla.”

Guarda il muro bianco, butta la sigaretta e la schiaccia sotto il piede.

“Meglio che inizio. Sono anche senza scala, guarda che mi son dovuta inventare” e mi mostra il bastone telescopico con in cima un pennello legato con lo scotch.

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“Però non potevo fargliela passare liscia.” aggiunge.

“Ma scusa” chiedo “se è tutto questo casino, non puoi lasciare semplicemente il muro bianco? Vendetta è già compiuta, no?”

“Massì.” mi fa lei, intingendo il suo telescopico pennello nella vernice arancione.”È che voglio disegnare, dato che ci sono. Sennò potevo anche scriverci TOY sopra e basta.”

Toy?”

“Come te lo spiego? E… come un finto writer, uno che si atteggia solo a writer.”

“Senti, ma tu come ti chiami.”

Elis Mal.

“Ti posso chiedere una cosa?” domando infine “Io sto facendo una rubrica sul mio blog che si chiama Vandali, dove scopro e intervisto writer. Posso usare queste due chiacchiere per scrivere un pezzo, magari fare due foto?”

“Certo” mi fa lei,  “Ma se questo disegno viene una merda non mettere la foto, per favore!”

Voi che dite?

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Bimbi

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C’è un antidepressivo naturale, a Dergano.

Ho praticamente passato la giornata al Mamusca, uno di questi fine settimana. Il Mamusca è un colorato bar per mamme, bambini e adulti un po’ bambini. Ci sono passato in tarda mattinata, per far colazione; avevo voglia di un cappuccio, di un panotto al cioccolato,  e di fare due chiacchiere con Francesca.

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Francesca era dietro al bancone, e consigliava ad una giovane coppia di venire ad abitare a Dergano.

“Qui vivono un sacco di coppie con figli. C’è il parco, e poi tante iniziative.”

Affondo il naso nella crema del mio cappuccino e mi guardo intorno. Ci sono libri, per bambini e non, giocattoli, piatti da colorare. Vicino al bancone c’è un piccolo sgabello di legno, per consentire ai marmocchi più grandicelli di arrivare al loro succo di frutta.

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In maniera simile, nel bagno c’è un water, un water più piccolo, ed un vasino.

Fumiamo una sigaretta, io e Francesca. Parliamo un po’ di tutto: della manifestazione Via Dolce Via, nata da una sua idea e ora adottata da tutto il quartiere. Di quanto è complicato gestire un caffè, anche se divertente. Della mia nipotina e dei suoi tre figli.

“Il più grande”, mi rivela, con gli occhi sgranati dall’emozione, “tra quattro o cinque anni mi potrà aiutare al bar!”

Davanti alla vetrina, all’esterno, c’è una cassetta per il bookcrossing: se trovi un libro che ti piace, lo prendi e ne lasci un altro in cambio.

Una signora disegna.

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Sulla porta a vetri, invece, ci sono i manifesti in italiano, arabo e cinese di “Cinema di Ringhiera”, una iniziativa geniale dove film stranieri in lingua originale ma sottotitolati vengono proiettati nei vecchi cortili di Dergano; e così i neo-milanesi di origine varia si siedono fianco a fianco dei vecchi derganesi, che si sono sbucciati le ginocchia in quelle stesse corti, e questi due mondi abissalmente lontani ridono e si inteneriscono per le stesse storie.

Saluto Francesca: devo assolutamente trovare un papillon gigante (non fate domande).

Neanche un minuto dopo sono di nuovo al bancone: ho dimenticato di pagare.

E un’ora dopo sono di nuovo al colorato bancone di Francesca: avevo dimenticato anche lo zaino.

Ho fame, e già che ci sono ordino un hamburger vegetariano. Arriva un signore con delle scatole piene di libri, per il book crossing.

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Nel frattempo Paola, un’educatrice che aiuta Francesca, spiega ad una signora come funziona un gioco di carte dove lo scopo è raccontare storie.

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Io ho con me il computer aziendale, e penso “mah, proviamo a dare un occhio alla mail.”

Pessima idea.

Un camion Iveco ha nottetempo depositato nella mia posta una tonnellata di lavoro, e il mio umore vira sul temporalesco con la velocità del cielo milanese.

Fumo due sigarette per scacciare le nuvole scure, temporeggio, procrastino, contratto con me stesso, ed infine apro la prima di quindici mail.

E, proprio allora, succede.

Nell’arco di cinque minuti il tranquillo caffè è investito da un allegro tornado di bambini piccolissimi, che camminano barcollando, si spiaccicano sui divani, lasciano ditate sulla vetrina, e incastrano blocchi di legno in un tetris analogico. Una bella mamma tatuata, credo brasiliana, gioca con la sua bambina, che ha una codina proprio al centro della testa. Un bambino simpatico con le orecchie a sventola, in braccio ad una ragazza, è completamente intento a far passare anelli di legno nelle giravolte di un giocattolo.

E indovinate un po’? Mi ritrovo a sorridere. Sto verificando l’allineamento dei titoli di una presentazione, un lavoro che viene universalmente riconosciuto come solo leggermente meno palloso del dare il resto al casello; dovrei essere nero, annoiato, abbattuto del dover passare il mio sabato pomeriggio a lavorare.

Ma sorrido.

Dopo un po’ noto che i muscoli del volto mi tirano leggermente, come se stessero cercando di opporsi all’allegro incurvarsi delle mie labbra, come se il mio malumore non volesse arrendersi al fiore di risa che mi sta sbocciando in bocca. Ma poi il bambino con le orecchie a sventola molla il gioco, mi guarda, e fa un risolino.

E allora il mio malumore getta la spugna, borbotta “fanculo”, e va far piovere da qualche altra parte.

Veloce come è arrivato, il ciclone di bambini se ne va. Io nel frattempo ho finito, mettendoci molto meno tempo e fatica di quanto pensassi. Soddisfatto, fumo la sigaretta della vittoria. Guardo l’orologio: è ora di andare, è ora di annodare un giallo papillon gigante intorno al mio collo (sul serio, non chiedete). Spengo la sigaretta e ho ancora una sbavatura di sorriso, tutto intorno alla bocca.

Stavolta mi ricordo di pagare.

Ogni tanto mi incontro

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Ogni tanto mi incontro.

Mi incontro specialmente la sera, perché io e quelli come me li vedi in giro solo la sera. Torno a casa dal lavoro e mi incontro che sto tornando a casa dal lavoro. Indosso un completo che non mi sta benissimo perché sono un po’ sovrappeso, e i capelli o me li hanno tagliati male o è ora che li ritagli. E’ evidente che cerco di assomigliare a chi incontro in ufficio tutti i giorni, ma la cosa non mi riesce appieno. Talvolta quando mi incontro per strada ho un piccolo indizio di una diversità gelosamente custodita; sono segnali minimi, magari uno zainetto sbarazzino sul completo grigio.

Mi incontro spesso anche in treno; sono seduto due posti davanti al mio e sto leggendo un fumetto, oppure guardo fuori dal finestrino. A volte ho un tablet, perché lavoro e ho diritto di spendere i soldi.

Mi incontro al Penny, quasi sempre: mi sono in fila davanti, alla cassa, e sono forse un filo più basso, ma per il resto mi somiglio moltissimo. Compro pane in cassetta da usare tutta la settimana, ed un dolcetto tedesco al cioccolato perché sono goloso. Andando a casa occhieggio le donne. Ho un rapporto complicato, con le donne, quasi sempre.

Nell’infilare la chiave nel cancello mi chiama mia madre. Mi chiama tutti i giorni, o due volte al giorno, o spesso. Mi impiccio un po’, con spesa cellulare e chiavi, ma per fortuna nel frattempo arrivo e mi apro la porta (mi ringrazio con un cenno).

A casa vivo con due co-inquilini, o con uno, o da solo. Mi stiro la camicia, anzi, NON mi stiro la camicia, ma dovrei, il giorno dopo lo farò velocemente e male.

Entro nel letto, e cerco di non pensare al lavoro. Penso che dovrei fare qualcosa con i miei pochi amici, una di queste sere. Penso che dovrei iscrivermi ad un corso che non concluderò. Per dormire prendo una pillola, e, per buona misura, mi masturbo.

E poi la mattina mi sveglio, ed una infinita, silenziosa marea di me invade le periferie di Milano, come un’invasione assonnata, come olio su una tovaglia sbagliata.
Mi incontro spesso. Non mi saluto quasi mai.

Vandali: E-Team Birra e Pioggia

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Il birrificio di Lambrate meriterebbe un post per conto proprio, non fosse altro per la sua birra che ha ormai fama almeno nazionale. Per Natale ne portai alcune bottiglie al ragazzo di mia sorella, grande appassionato ed esperto (leggi: pervertito) di birra artigianale; e lui, che va a caccia di marche sconosciute nei magazzini dei grossisti, ed il cui concetto di vacanza ideale consiste in un tour dei birrifici del Belgio, rimase estasiato dal mio piccolo pensiero al luppolo.

“La bock così buona sono pochissimi in Italia a saperla fare.” mi ha rivelato.

Lo presi in parola. Amo una buona birra, ma tra “APA”e “IPA”, “Weiss” e “Blanche”, e tra “luppolato”, “retrogusti agrumati” e “sentore di coriandolo”, mi perdo.

Il birrificio di Lambrate è frequentato da gente tranquilla, rilassato; nessun fichetto, nessun cravattato (a parte me, qualche volta), molti tatuati, molti metallari. Elena dei Dinosauri riassunse una volta il concetto in “C’è fauna interessante”.

Non stupisce quindi che la mia amica preistorica abbia accettato di buon grado di accompagnarmi stasera, nonostante le braccia doloranti di pugilato ed il cielo scuro, illuminato da lampi che lasciano presagire un’inondazione da vecchio testamento.

Io però dovevo andare, avevo un appuntamento con l’E-Team.

Prima che pensiate al nero Mr T ed al telefilm anni ’80, preciso che l’E-Team è una crew di street artist, ovvero un gruppo di artisti di strada. Da qualche tempo, infatti, mentre mi aggiro per Bovisa, mi accompagna una strana curiosità. Guardo graffiti, frasi, sogni ed incubi tracciati con bombolette spray su pareti e serrande, e mi chiedo: chi sono quelli che disegnano sui muri della mia periferia? Che cosa li spinge a realizzare scritte, murales, o addirittura opere tridimensionali, come ossa di dinosauri, volti e cervelli che spuntano dalle pareti? Chi glielo fa fare di spendere tempo, soldi, di rischiare insulti e denunce? Chi sono, e quale è il loro mondo?

Inoltre un’altra domanda, più complessa e bizzarra (leggi: da pervertito) mi è inoltre affiorata nella testa di recente. Ero sul mio balcone, con un piede appoggiato sulla ringhiera ed una fedele birra al fianco, e stavo leggendo “Sciamani” di Graham Hancock, che fa notare come nei graffiti preistorici i soggetti più abbondanti non siano le famose scene di caccia, bensì ibridi metà umani metà animali: uomini con testa di toro, antilopi con gambe di uomo, eccetera. Lui li chiama”teriantropi”. Potremmo anche chiamarli mostri.

Ed ho pensato: che strano, i disegni sui muri sono spesso mostruosi, e spesso metà umani e metà animali. Va bene, certo, forse è solo un caso. Ma sono 50.000 anni che vediamo un muro e, tra tutti i soggetti possibili (un fiore, un cielo stellato, una montagna, il volto della donna che amiamo), nove volte su dieci decidiamo invece di disegnare minotauri, vermi con volto di uomo, ragni antropomorfi che depositano uova. Mostri.

Perché?

Beh, mi sono detto sul mio balcone, perché non chiederlo agli ultimi eredi dei graffiti preistorici? Perché non chiederlo ad HotInPublic , che disegna giganteschi maiali antropomorfi sui muri dello stadio di San Siro, ed alla sua allegra compagine di graffitari?

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Lo contatto quindi su facebook, ci annusiamo un po’ a vicenda, e mi da infine appuntamento ad uno dei due birrifici di Lambrate, sotto un cielo che promette tempesta. E la mantiene. Io ed Elena dei Dinosauri facciamo appena in tempo ad arrivare al Birrificio prima che il nubifragio cominci. Tre degli undici membri dell’E-Team sono già là, ad aspettarci.

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Ciao come stai? Ciao bene tu? Mi sa che abbiamo scelto un posto pienissimo. Non c’è problema. Questi sono i tuoi amici? Sì. Ti presento Elena dei Dinosauri, prendiamo una birra e poi cominciamo? Va bene.

Cominciamo.

Per prima cosa, chiedo, che vuol dire fare parte di una crew? Come siete nati?

“Ma guarda” “mi risponde LeSaboteur, che ha più il phisique dell’ingegnere che dell’artista “noi eravamo amici, avevamo una chat su what’s up su cui scrivevamo cavolate, “E” era l’iniziale di non so quale modella russa che avevamo messo come immagine della chat. E poi ci si ritrovava a disegnare insieme sempre, e alla fine è nata la crew. Ci troviamo bene, impariamo l’uno dall’altro, se dobbiamo realizzare un lavoro insieme ci fidiamo. Che poi noi abbiamo stili molto diversi, anche perché siamo abbastanza nuovi.”

“Adesso siamo riusciti almeno a metterci d’accordo sull’usare gli stessi colori.” ride Hot in Public, che è uno alto, e magro, e orecchinato “Ci sono crew che hanno uno stile condiviso molto più forte, anche se riconosci le varie mani.”

Ma per esempio che cosa disegnate?

“Difficile a dirsi.” risponde HotInPublic (da qui in poi, abbreviato in HiP). “Io mi rifaccio molto a dove disegno. Magari il muro ha già una forma particolare, e allora mi adatto a quello. Magari un passante mi dice una cosa, e quello diventa lo stimolo. Oppure voglio fare una critica sociale, o raccontare qualcosa del mio passato. Per me è una ricerca continua, anche per il mio percorso personale: ho fatto l’artistico e ho studiato a Brera, e per me l’arte di strada va vista nel contesto più ampio dell’arte in generale. Poi a me piace farlo con la bomboletta, ma è uno strumento come un altro.”

“Lui finirà a fare l’artista in qualche museo” lo sfotte AlfSour, sorridendo tra barba e capelli lunghi. Lui disegna in stile californiano, e io faccio finta di capire cosa significa.eb07ccd1-ee82-4a58-91ce-eacdcc9a5ab2

“Raccogli tutto quello che hai dentro e lo tiri fuori.” sintetizza LeSaboteur “Ci pensi sempre, ti guardi intorno, guardi i muri, e lì butti fuori tutto. Tutto quello che vivi, tutto quello che ti interessa, tutto quello che leggi. Io per esempio sto studiando occulto, simbologia, e questo mi sta influenzando. Tu c’eri quando siamo stati chiamati a disegnare a San Siro, giusto?”

Sì.

“Beh là  ad esempio ho realizzato un divinità guardiana babilonese, però con la testa a forma di moka.” ride.

Mi rimane un dubbio, e lo espongo: ma in tutta questa ricerca ed in questa complessità, come inquadrate le tag? Perché scrivere il proprio nome, o il proprio soprannome, sul muro, per quanto in modo elaborato? Dov’è l’arte, là?

LeSaboteur si gratta la testa.

“E’ un’affermazione di esistenza. Sono nate nei ghetti americani, in cui non eri veramente nessuno. Dicono io ci sono, guardami, dove ti giri mi trovi, sono dappertutto. Diventano il logo dell’artista, che se è veramente bravo riesce a farlo ogni volta diverso, ma sempre riconoscibile. Poi capisco che possano non piacere, o anche dare fastidio. Anche a me non piacciono molto. Però anche quella è violenza” è indica una stuola di manifesti elettorali gialli dall’altro lato della strada “anche quella è imposizione, così come la pubblicità che ti aggredisce ovunque ti giri.”

“Le tag sono anche appropriazione di un territorio.” aggiunge Hip, girando una sigaretta.

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“Dicono: questa è la mia zona.” continua. “Pensa che ci sono rivalità nel mondo dei writer, che magari non finiscono a coltellate ma a sberle sì, perché hai scritto sul mio muro, o perché hai coperto la mia tag. Poi a noi non è mai accaduto, e non è una cosa che condividiamo tanto.”

“Che poi ti incazzi anche perché il muro te lo curi” mi dice LeSaboteur “Gli togli le erbacce, lo imbianchi. Abes, uno della nostra crew, addirittura lo stucca, e se ha qualche problema lo ripara, anche perché fa il muratore.”

“A Napoli questa cosa del territorio è ancora più forte” aggiunge Alfsour, che come Le Saboteur è partenopeo. “Anche perché a Napoli l’arte di strada è forse più popolare, ancora più legate alle zone, ai quartieri.”

“Già” concorda HiP “a Milano invece si sono creati dei circoletti, delle elite di writer che secondo me non hanno molto senso. La street art si è adattata alle varie situazioni che ha trovato.”

Mi tolgo un’altra curiosità, e gli chiedo; ma voi, che lavoro fate? Insomma, come fate la spesa, come pagate l’affitto? Cioè nessuno ti paga per disegnare su un muro, giusto?

Sbagliato. HiP mi spiega che metà dei suoi introiti derivano da lavori su commissione. Magari sei un privato che non tollera il grigio del muro nel suo bel giardino? Chiami una crew ed una foresta spray cresce sulla tua parete, ed il tuo giardino diventa infinito. Hai un negozio di caccia e pesca? Ecco un bel pescione colorato sguazzare sulla tua serranda.

“Per l’altra metà del tempo faccio l’educatore” racconta HiP “spesso legato al disegnare, comunque. Una volta mi hanno chiamato per fare uno laboratorio di street art con dei nordafricani, che erano appena sbarcati dal gommone. Era parte di un progetto che ha coinvolto la mia associazione, Street Arts Academy. C’erano persone di tutte le età: c’erano ragazzi di 16 anni e uomini di 30. Uno di loro faceva il medico, al suo paese. Non parlavano una parola di italiano, ci capivamo in inglese o in francese. Lì li ho aiutati a mettere su carta tutto quello che volevano, i disegni li facevano loro. Spesso sceglievano qualcosa che raffigurasse il paese dove erano nati, e che avevano lasciato. E’ stato molto bello.”

Le Saboteur e Alfsour invece sono grafici, come Elena dei Dinosauri (“postproduzione” mi corregge lei, da cinque anni).

L’acqua scende sempre più intensa.

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HiP si toglie il giubbotto semizuppo, la tenda del birrificio non basta a ripararci completamente. Ci spostiamo un poco più al centro, e, nonostante lo scenario apocalittico che ci circonda, dopo un po’ ci raggiunge anche Cheris, che aveva sbagliato posto e ci aspettava qualche via più in là.

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Capelli alti al centro di una testa rasata, e piercing abbondanti sul volto, Cheris ci racconta che è una delle non molte street artist donne di Milano. E’ l’ultima ad essere entrata nella crew, ha iniziato a disegnare alle medie e aveva smesso quando, tragicamente, un loro compagno era morto fulminato dalla corrente della metropolitana, dove era andato a disegnare. Cheris era quindi passata alla musica, ancora oggi canta in un gruppo e per un periodo ha condotto un programma su Rock TV (che ha poi sede in Bovisa).

Ma il disegno era troppo forte nelle sue vene, e ora Cheris si ritrova ad essere writer, pittrice e tatuatrice di stile naturalistico, ed il suo biglietto da visita, che ci consegna, è uno stupendo ritratto di Frida Khalo in tinte di rosso e nero, che è un po’ la sua firma.

Nel frattempo ci siamo fatti due birre, il mio pacchetto è vuoto come la mia anima e ho già scroccato almeno tre sigarette. La pioggia si è fatta leggera, l’ora tarda, e urge il rientro.

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Pongo quindi il mio domandone. Perché disegnate mostri metà umani metà bestie, chiedo, come i primi uomini, come gli sciamani forse strafatti che entravano nelle grotte per comunicare con gli spiriti?

Ci pensano.

“Perché rappresentano tutto ciò che temiamo.” risponde le Saboteur, cercando di mettere da parte i suoi studi esoterici per una risposta più personale “La nostra sofferenza, le nostre ansie e le nostre paure.”

“Perché sono il nostro tentativo di trovare il nostro posto nella natura” mi dice invece HiP “Perché ci riportano a qualcosa di più istintivo. Di primordiale.”

Prendo le loro risposte opposte e le ripongo con cura su uno scaffale della mia memoria. Ho la sensazione che se ponessi la stessa domanda ad altri cento street artist avrei altre cento risposte diverse. Tutte potenzialmente vere e corrette, e che non necessariamente si escludono a vicenda, per quanto distanti.

Stringo le loro mani, saluto ringrazio. Io ed Elena dei Dinosauri corriamo verso la macchina, sotto la pioggia leggera, saltellando come due folletti.

 


Si ringrazia E-Team per l’intervista, e tutti i suoi membri (che sono, in ordine sparso: LeSaboteur, AlfSour, Mr.Quake,  HotInPublic, Des, Abes, Nigro, Wolsha, Dodo, Ysar, Cheris)

Tutti odiano i ROM

Mettiamo in chiaro una cosa: tutti odiamo i Rom.

Li guardiamo con disapprovazione quando parcheggiano i loro camper nei parcheggi delle nostre periferie, quando litigano nelle piazze e sembrano sul punto di accoltellarsi. Quando alle sette di mattina siamo nelle nostre macchine in coda sulla circonvallazione, neri perché oggi non abbiamo propria voglia di andare a lavoro, e fumiamo più dei nostri tubi di scappamento, ci coglie un sentimento misto di odio e invidia quando vediamo i rom in un prato ai lati della nostra strada, intenti a cuocere una salsiccia per colazione.

Tutti odiamo i rom. La domanda che mi pongo è: perché?

Oh lo so, abbiamo tutti delle buone ragioni.

“Rubano.” È solitamente la prima che sale alle labbra. “Mi sono entrati in casa. Rubano.”
Anche il vostro dentista ruba, quando non vi fa la fattura. E il proprietario di industria con la casa a Como che dichiara 60.000 euro all’anno di tasse sta rubando più di quanto qualsiasi ROM, vero o inventato, possa mai riuscire in una vita.

Eppure quando vi parlo del vostro dentista, o dell’imprenditore comasco, non vedo sul vostro volto quella particolare smorfia d’odio che fate quando parlate dei Rom.

Scusate. Che facciamo.

“Non vogliono lavorare.” Insistete.

Anche i falsi invalidi. In Italia si pensa che di dieci invalidi, 3 siano falsi. Anche i professori universitari che non mettono piede in università non vogliono lavorare, e vi fanno fare l’esame dall’assistente, ma non vi ho mai sentito proporre di dare fuoco alle case dei professori.

Quando espongo queste argomentazioni a qualcuno, questo è solitamente il punto in cui la faccia del mio interlocutore diventa rossa, e comincia a sciorinare un elenco del tipo “Fanno l’elemosina ma hanno i denti d’oro”, “Fanno l’elemosina ma hanno i BMW”, “mandano i bambini a rubare”, “Mi sporcano il vetro ai semafori” “ non gli ho dato l’elemosina e mi ha fatto una maledizione” eccetera eccetera. Non sto discutendo se queste affermazioni siano fondate o meno, ma anche se lo fossero, quello che mi incuriosisce è quanto la persona che le fa si accalora. Mi sembra che la somma di queste argomentazioni, vere o false che siano, non facciano il totale dell’odio che vedo. Un po’ come quando ti chiedono perché ami la tua ragazza: ti ritrovi a fare un elenco dei suoi pregi ma, in fondo, perché ami lei e non un’altra non lo sai neanche tu.

E perché odiamo i Rom, in fondo, non lo sappiamo neanche noi.

Ma chi sono, questi abitanti delle periferie così visibili e così disprezzati? Da dove vengono, che lingua parlano, in cosa credono? Ed è vero tutto quello che pensiamo e diciamo di loro? Sono veramente tutti nomadi e fannulloni? C’è un motivo dietro ai loro denti d’oro, ai BMW? Stanno veramente per accoltellarsi quando si gridano contro, o è come quando stavo telefonando nella metropolitana di Toronto, e si è girata mezza metro perché da bravo terrone stavo urlando come un pescivendolo?

Di recente, ho visto sullo scaffale di una libreria “Rom questi sconosciuti”, di Santino Spinelli. Ero ad una presentazione di un fumetto, seguita da firma e “disegnetti” dall’autore. Ho comprato “Rom questi sconosciuti” e meno male: c’erano quattrocento persone in coda, e le firme sono finite verso le due e mezza di notte. Ero circondato da scene tipo volo sospeso Ryanair: ragazzi con gli zaini che si accasciavano dove potevano, si aggiravano tra gli scaffali cercando acqua o cibo, o facevano amicizia e giochi di gruppo per passare il tempo. Io mi sono messo a leggere dopo quattro o cinque ore mi ero già fatto 200 pagine con Santino Spinelli, storico (e musicista) Rom Italiano.

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E, leggendo, ho cominciato a scoprire cose che non solo ignoravo, ma che neanche lontanamente sospettavo. Ho cominciato a scoprire che il mondo dell’emarginazione è solo uno di quello che compone quella galassia complessa e multiforme che è la cultura e popolazione Rom. Che il nomadismo che gli appioppiamo non è una scelta culturale, ma una strategia di sopravvivenza; che quando è stato possibile i Rom hanno fatto  (e fanno) parte delle nostre città, delle nostre piazze, dei nostri eserciti, dei nostri artigiani.

E siccome la fame vien mangiando, il giorno dopo contatto Santino Spinelli su Facebook, gli faccio i complimenti e gli propongo di intervistarlo.

“No no” mi fa lui “il 4 giugno sono a Milano. Facciamo una presentazione!”
Immaginerete come ci sono rimasto.

Così il 4 giugno, alle 21.30 torneremo dai nostri amici della Biofficina, e il vostro umilissimo autore di Periferia avrà una pubblica conversazione con Santino Spinelli, e cercherà d trovare la risposta ad almeno alcune delle sue domande.
Se volete capire anche voi le ragioni del nostro odio, e forse anche le ragioni di chi odiamo, fate un salto.

Se poi vi servono altre ragioni, alla Biofficina la birra è buona.

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PS che c’entra poco: alla fine il disegnetto sono riuscito a farmelo fare.

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Le vie di Dergano

Dergano è il quartiere attaccato a Bovisa. Qualcuno mi disse che in passato avevano una relazione simbiotica: Bovisa era luogo di fabbriche, Dergano di spedizionieri. A Bovisa facevano, a Dergano portavano nel resto del mondo.

Detto questo il rapporto tra Dergano e Bovisa è un po’ strano. Vicini, simili, eppur distanti. Non si capisce bene dove inizi uno e finisca l’altro, eppure sono ben distinti.

Cerco di definire il loro rapporto, e non trovo la frase giusta.

E allora raccogliamo le sigarette, e andiamo a scoprire Dergano.

Sabato scorso c’era una bella festa di quartiere chiamata “Via dolce via”, dove ho potuto vedere cose bizzarre.

Del tipo bambini che giocano a scacchi.

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Bambini che imparano la scherma.

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Bambini impegnati a creare vasetti di ceramica per l’orto di quartiere, troppi intenti nel loro lavoro per chiedere l’iphone alla madre e giocare ad Angry Bird.

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Sono lieto di affermare che nella top ten delle cose bizzarre c’era anche il sottoscritto, che, avvolto da due grossi fogli di carta, chiedeva ai passanti di scrivere sul suo corpaccione cosa pensassero della loro periferia.

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Perché rendersi ridicolo è sempre la risposta giusta.

“Salve signora, vuole scrivere come è la sua periferia?”

“Da migliorare” mi risponde, con le labbra ben strette, in una posizione che nel mio paese è chiamata “a culo di gallina”.

“Ciao, mi scrivi come è la tua periferia?” chiedo.

“E’ bellissima, ma mi sono entrati in casa.”

“E’ verde!”

“E’ grigia!”

“Rumorosa!”

“Tranquilla!”

“Tesoro” dice la mamma ad una bambina “vuoi scrivere tu come è il tuo quartiere?”

La bambina ci pensa un attimo e poi scrive “Isabella”, il suo nome, con l’egocentrismo tipico dei bambini.

“Scusa mi vuoi scrivere come è la tua periferia?” chiedo.

“Non è periferia, questo è il centro del mondo!” risponde una ragazza ridendo.

“Scusa, vuoi scrivere come è la tua periferia.”

“Sono della Brianza!”

“Abito in montagna!”

“I’m from London!”

“Ok, tell me about your bad neighboud.” rispondo.

“Posso scrivere in cinese?”

“Certo.” dico io.

La mia postazione è bella al sole, quindi quando raggiungo il punto di cottura mi infilo una sigaretta in bocca e chiedo ai ragazzi di Gallaradio, che hanno lo stand proprio davanti al mio, di dare uno sguardo ai miei libri: vado a farmi un giro.

La scuola media del quartiere espone i lavori su “Lo Hobbit” fatti dai ragazzi.

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Poco più avanti ci sono dipinti, tra cui una riproduzione de La Notte Stellata di Van Gogh.

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Tanta bravura da mani bambine mi sciocca e mi rende verde d’invidia. Ricordo ancora il mio ultimo lavoretto scolastico:  volevo fare un specie di totem. Lo intagliai nel legno e lo dipinsi di colori improbabili.  Orgoglioso, lo mostrai ai miei genitori: mi sembra ancora di sentire le loro risate. Il totem è tuttora posizionato vicino al televisore della mia casa natia, a mia eterna presa per il culo.

Incontro il prete del paese. Incontro un tipo che si occupa di progettazione sociale, qualsiasi cosa sia. Parlo con un’esponente di Mammuz, un’associazione di mamme, che ha una bella maglietta con un mammuth sopra. E’ il loro simbolo: Mamme, Mammuts, Mammuz. Chiedo se la maglietta c’è anche da uomo. Bizzarramente, non c’è.

Capito in un’azienda di coworking di webdesigner, che ha organizzato una mostra di soggetti spaziali, realizzati fotografando polvere colorata. Mi offrono una birra che accetto con gratitudine infinita.

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“Questo è un posto storico” mi raccontano “Era la sede dello Studio Azzurro. Facevano ricerca artistica tramite nuove tecnologie, tipo affreschi digitali, o interattivi. Ci dovrebbe essere una mostra, a Milano, da qualche parte.”

Ho lasciato soli i miei libri per troppo tempo. Ritorno, e mentre cammino penso che queste manifestazioni rendono visibile l’invisibile, fitta rete di realtà che si nasconde tra i palazzi delle periferie.

“Scusa, mi scrivi come è la tua periferia? Com’è Dergano?” chiedo ad una ragazza  bruna che passa.

“Di dove sei tu?” mi chiede lei.

“Bovisa.” rispondo. “Cioè immigrato, però vivo in Bovisa.”

Lei prende il pennarellone, sorride, e scrive

“Bovisa e Dergano sono due amanti attempati.  Di quelli che però, all’alba, ognuno torna a casa sua.”

Ed eccola lì, la definizione che stavi cercando, scritta sul tuo corpo in pennarello verde.

Guardo la ragazza.

“Questa me la firmi.” Le dico.

Lei sorride.

Dergano, Milano nord ovest, per qualcuno il centro del mondo.

 

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«La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto è… 42. Sì, ci ho pensato attentamente ed è questa, 42. Certo sarebbe stato più semplice se avessi conosciuto la domanda.»

«Ma era LA domanda, la domanda fondamentale di tutto quanto!»

«Questa non è una domanda! Solo quando conoscerete la domanda comprenderete la risposta.»

Guida galattica per gli autostoppisti, Douglas Adams.

Qualcuno mi ha chiesto:

“Ma perché parli di Bovisa come di una periferia? Va bene siamo fuori dalla circonvallazione, ma in sei minuti siamo in Cadorna, quando mai si è vista una periferia così vicina al centro?”

Altri hanno esclamato, con una certa insofferenza:

“E basta! Quando lo vogliamo capire che Bovisa non è periferia, ma uno dei quartieri storici di Milano?”

Come se non potesse essere l’una e l’altra cosa.

Questo scatena una domanda poco interessante, ed una MOLTO interessante.

La prima, la più scarsa, è “Dove inizia la periferia?”.

La seconda, gigantesca, è “Che cos’è una periferia?”.

La prima la ignoro; la seconda è troppo grande per me e, forse, troppo pericolosa. Le definizioni sono gabbie, dove il pensiero muore.

La terza domanda, figlia delle prime due, è quella che mi affascina stasera:

“Dove finisce una periferia?”

Ok, non siamo tutti d’accordo che Bovisa sia periferia, va bene. Quarto Oggiaro, con la sua brutta fama, con la sua piazzetta dello spaccio? Barona, con il suo passato agricolo? Sono periferia? Sì? Va bene.

Aumentiamo di una tacca la difficoltà.

Pioltello? Con il suo quartiere dal nome cosmico, “Satellite”, sede di tanta immigrante immigrazione,“Non c’è niente a Pioltello”, Pioltello, ai suoi 45 minuti di macchina da Milano, è periferia?

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“Naturalmente no” dirà qualcuno “è comune a sé. È lontano. Che c’entra con Milano?”

“Sicuramente sì” dirà qualcun altro “Non c’è niente perché orbita intorno Milano, non è un caso che il suo quartiere si chiami Satellite. E hai mai visto le magliette «Pioltello pane amore e coltello» nei negozi meneghini? Milano è egocentrica, Milano parla solo di se stessa, perché dovrebbe perdere tempo a creare magliette su posti che non la riguardino?”

Alziamo la difficoltà ancora di una tacca.

“Novate è periferia?”

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“Sicuramente no. È un comune per conto suo, e poi è un comune di gente bene. Hai visto quanto è carina Novate? Quanto costano le case a Novate? Può essere periferia!”

“Certo che sì. È a 15 minuti di treno da Cadorna. È dove vivono quelli che lavorano a Milano, che orbitano intorno a Milano. Dove è lo stacco tra Milano e Novate? Bovisasca non porta a Novate? Guardali su una mappa, guardali da un satellite: riesci veramente a dire dove finisce Novate e inizia Milano?”

Alziamo la difficoltà di una tacca ancora.

“Saronno è periferia di Milano?”

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“Spero tu stia scherzando. È provincia di Varese. Ha quasi 40.000 abitanti. Industrie,  sedi di multinazionali, un proprio centro. Cosa c’entra con Milano?”

“Sono stato un venerdì sera nel centro di Saronno. Alle 11 c’era un solo bar aperto, e stavano mettendo le sedie sui tavoli, e abbassando le luci. Non è che tutti i suoi ragazzi scappano verso Milano? I suoi figli non vanno forse a scuola a Milano? Milano, che è a 19 minuti di treno? Saronno è popolosa, e allora? Ponticelli, periferia di Napoli, fa 75.000 abitanti. Saronno è industrializzata, e allora? E ogni periferia non lo è, o non lo è stata?”

Ora.

Io vengo da un paese del Lazio che si chiama Bassano Romano.

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Nonostante il nome è provincia di Viterbo, ovvero a nord di Roma, verso la Toscana, che ci vuole un’ora di macchina per raggiungere il Caput Mundi, che ci vuole almeno il doppio di treno, contando i ritardi.

Eppure io parlo con accento romano. Romano, non bassanese. Il bassanese, il mio dialetto vero, ha bizzarre influenze di napoletano, e poi sa di terra, di valli, di nocciole. Eppure io, e con me tutta la mia generazione, parliamo un mezzo romano di borgata: magari non abbiamo niente a che vedere con Roma, neanche da lontano, eppure sembriamo tutti Christian De Sica in un cinepattone.

Perché le città sono giganteschi pianeti, sono dei Saturno, degli enormi Giove gassosi e indistinti, e noi periferie e paesini e paesoni siamo satelliti attirati dalla loro sconvolgente forza gravitazionale, e le onde della loro influenza, della loro attrazione, vanno ben oltre i confini legali e fisici stabiliti dagli uomini.

Dove finisce la periferia? Non ho la risposta. Non mi interessano le risposte. Le risposte sono pericolose, le risposte sono un punto, le risposte sono gabbie dove il pensiero muore.

Ascoltate questo terrone, al suo terzo bicchiere di grappa nel suo circolo arci periferico e locale.

Diffidate da chi ha tutte le risposte.

A volte è meglio fare una buona domanda.

….

Dove finiscono le periferie?