Vandali: Elis Mal e il ponte della Ghisolfa

Sotto il ponte della Ghisolfa vedo una ragazza.

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Io sono in macchina, e la vedo con la coda dell’occhio. Penso: punkabestia. Forse vagabonda tedesca, in cerca di riparo dalla pioggia perennemente incombente di questi giorni monsonici. Guardo meglio: è giovane e carina, e soprattutto un po’ troppo curata, un po’ troppa precisa per una che si è fatta baciare dai marciapiedi d’Europa.

E poi noto delle bombolette.

E una lunga asta con in cima un pennello.

Ho beccato una writer mentre sta disegnando.

Accosto, accendo una sigaretta, e mi dirigo verso di lei. Lei mi squadra, e con tono accusatorio mi chiede

“Sei tu?”

“Sono io?” rispondo.

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“Sei tu che m’hai coperto il pezzo? Scusa ma con tutte le colonne libere dovevi proprio coprire il mio?”

“Aspetta” rispondo “io non sono io.”

Spiego che non sono un writer stronzo, ma solo un tipo bizzarro che guarda e racconta. A supporto delle mie parole faccio vedere l’intervista che ho fatto alla crew dell’E-Team.

Si calma e si gira una sigaretta, guardando il muro appena imbiancato.

“No perché” mi spiega “qua avevo fatto una medusa, che era anche un saluto ad una persona che passava sempre di qua, e ieri notte mi hanno mandato un messaggio che me l’avevano coperta. Quindi son corsa, ora ho passato il bianco, e ne devo fare una sopra io per forza.”

“E scoprire dove abita, e che macchina ha, immagino” rispondo io.

Ride. “No quello no! Però non si fa. Non si copre un lavoro di un altro, fatto e finito. Senza motivazione. È uno sfregio gratuito. Ed a parer mio una mancanza di rispetto verso il lavoro di un altro.”

“Capisco. Oh dimmi se ti sto facendo perdere tempo.”

“No tranquillo, tanto il bianco si deve asciugare.”

Si gira una sigaretta. Anche io ne infilo in bocca un’altra.

“Rifarai la medusa?” chiedo.

“No.” mi risponde “Io non faccio quasi mai figurato, faccio astratto” e preso il cellulare mi mostra il suo profilo di Facebook, dove tutto è un complicato intrecciarsi di linee che deve prendere ore per essere realizzato.

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“Per me è una specie di mantra.” mi spiega “Erano gli scarabocchi che facevo sui quaderni quando mi annoiavo. E poi ho continuato a farli, solo su tela, o su muro. Più su tela in effetti, non faccio molto graffiti. Che poi per quanto riguarda i muri ho iniziato non da moltissimo, sarà un anno e mezzo.”

“E come hai cominciato?”

“Tel’ho detto con i quaderni delle medie.” mi risponde

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“In seguito ho fatto un laboratorio teatrale di integrazione sociale, per ragazzi abili e diversamente abili. E un giorno una persona, che stava trasformando in una casa il locale seminterrato di un ex rivenditore di moto, ha visto uno dei miei disegni e mi ha chiesto di affrescarglielo. Folle. Poi ho tanti amici che disegnano e ho iniziato a dargli una mano, mi facevano fare delle piccole parti, una cosa tira l’altra ed eccomi qua. Ripeto, in realtà io faccio soprattutto tela, e muri legali.”

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“Muri legali?” chiedo.

“Sì, non te l’hanno spiegato i ragazzi dell’E-Team?” si sorprende. “Pisapia ha definito e mappato i muri liberi di Milano, dove era legale disegnare. Facendo nascere un casino tra l’altro.”

“Perché? Non è meglio?”

“Sì certo.” mi risponde. “Solo che hanno cominciato a disegnare un sacco di ragazzi che non conoscevano la cultura, su muri che storicamente erano di alcune crew. Insomma ne è venuto fuori un bel casino, e pure qualche sberla.”

Guarda il muro bianco, butta la sigaretta e la schiaccia sotto il piede.

“Meglio che inizio. Sono anche senza scala, guarda che mi son dovuta inventare” e mi mostra il bastone telescopico con in cima un pennello legato con lo scotch.

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“Però non potevo fargliela passare liscia.” aggiunge.

“Ma scusa” chiedo “se è tutto questo casino, non puoi lasciare semplicemente il muro bianco? Vendetta è già compiuta, no?”

“Massì.” mi fa lei, intingendo il suo telescopico pennello nella vernice arancione.”È che voglio disegnare, dato che ci sono. Sennò potevo anche scriverci TOY sopra e basta.”

Toy?”

“Come te lo spiego? E… come un finto writer, uno che si atteggia solo a writer.”

“Senti, ma tu come ti chiami.”

Elis Mal.

“Ti posso chiedere una cosa?” domando infine “Io sto facendo una rubrica sul mio blog che si chiama Vandali, dove scopro e intervisto writer. Posso usare queste due chiacchiere per scrivere un pezzo, magari fare due foto?”

“Certo” mi fa lei,  “Ma se questo disegno viene una merda non mettere la foto, per favore!”

Voi che dite?

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Vandali: E-Team Birra e Pioggia

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Il birrificio di Lambrate meriterebbe un post per conto proprio, non fosse altro per la sua birra che ha ormai fama almeno nazionale. Per Natale ne portai alcune bottiglie al ragazzo di mia sorella, grande appassionato ed esperto (leggi: pervertito) di birra artigianale; e lui, che va a caccia di marche sconosciute nei magazzini dei grossisti, ed il cui concetto di vacanza ideale consiste in un tour dei birrifici del Belgio, rimase estasiato dal mio piccolo pensiero al luppolo.

“La bock così buona sono pochissimi in Italia a saperla fare.” mi ha rivelato.

Lo presi in parola. Amo una buona birra, ma tra “APA”e “IPA”, “Weiss” e “Blanche”, e tra “luppolato”, “retrogusti agrumati” e “sentore di coriandolo”, mi perdo.

Il birrificio di Lambrate è frequentato da gente tranquilla, rilassato; nessun fichetto, nessun cravattato (a parte me, qualche volta), molti tatuati, molti metallari. Elena dei Dinosauri riassunse una volta il concetto in “C’è fauna interessante”.

Non stupisce quindi che la mia amica preistorica abbia accettato di buon grado di accompagnarmi stasera, nonostante le braccia doloranti di pugilato ed il cielo scuro, illuminato da lampi che lasciano presagire un’inondazione da vecchio testamento.

Io però dovevo andare, avevo un appuntamento con l’E-Team.

Prima che pensiate al nero Mr T ed al telefilm anni ’80, preciso che l’E-Team è una crew di street artist, ovvero un gruppo di artisti di strada. Da qualche tempo, infatti, mentre mi aggiro per Bovisa, mi accompagna una strana curiosità. Guardo graffiti, frasi, sogni ed incubi tracciati con bombolette spray su pareti e serrande, e mi chiedo: chi sono quelli che disegnano sui muri della mia periferia? Che cosa li spinge a realizzare scritte, murales, o addirittura opere tridimensionali, come ossa di dinosauri, volti e cervelli che spuntano dalle pareti? Chi glielo fa fare di spendere tempo, soldi, di rischiare insulti e denunce? Chi sono, e quale è il loro mondo?

Inoltre un’altra domanda, più complessa e bizzarra (leggi: da pervertito) mi è inoltre affiorata nella testa di recente. Ero sul mio balcone, con un piede appoggiato sulla ringhiera ed una fedele birra al fianco, e stavo leggendo “Sciamani” di Graham Hancock, che fa notare come nei graffiti preistorici i soggetti più abbondanti non siano le famose scene di caccia, bensì ibridi metà umani metà animali: uomini con testa di toro, antilopi con gambe di uomo, eccetera. Lui li chiama”teriantropi”. Potremmo anche chiamarli mostri.

Ed ho pensato: che strano, i disegni sui muri sono spesso mostruosi, e spesso metà umani e metà animali. Va bene, certo, forse è solo un caso. Ma sono 50.000 anni che vediamo un muro e, tra tutti i soggetti possibili (un fiore, un cielo stellato, una montagna, il volto della donna che amiamo), nove volte su dieci decidiamo invece di disegnare minotauri, vermi con volto di uomo, ragni antropomorfi che depositano uova. Mostri.

Perché?

Beh, mi sono detto sul mio balcone, perché non chiederlo agli ultimi eredi dei graffiti preistorici? Perché non chiederlo ad HotInPublic , che disegna giganteschi maiali antropomorfi sui muri dello stadio di San Siro, ed alla sua allegra compagine di graffitari?

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Lo contatto quindi su facebook, ci annusiamo un po’ a vicenda, e mi da infine appuntamento ad uno dei due birrifici di Lambrate, sotto un cielo che promette tempesta. E la mantiene. Io ed Elena dei Dinosauri facciamo appena in tempo ad arrivare al Birrificio prima che il nubifragio cominci. Tre degli undici membri dell’E-Team sono già là, ad aspettarci.

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Ciao come stai? Ciao bene tu? Mi sa che abbiamo scelto un posto pienissimo. Non c’è problema. Questi sono i tuoi amici? Sì. Ti presento Elena dei Dinosauri, prendiamo una birra e poi cominciamo? Va bene.

Cominciamo.

Per prima cosa, chiedo, che vuol dire fare parte di una crew? Come siete nati?

“Ma guarda” “mi risponde LeSaboteur, che ha più il phisique dell’ingegnere che dell’artista “noi eravamo amici, avevamo una chat su what’s up su cui scrivevamo cavolate, “E” era l’iniziale di non so quale modella russa che avevamo messo come immagine della chat. E poi ci si ritrovava a disegnare insieme sempre, e alla fine è nata la crew. Ci troviamo bene, impariamo l’uno dall’altro, se dobbiamo realizzare un lavoro insieme ci fidiamo. Che poi noi abbiamo stili molto diversi, anche perché siamo abbastanza nuovi.”

“Adesso siamo riusciti almeno a metterci d’accordo sull’usare gli stessi colori.” ride Hot in Public, che è uno alto, e magro, e orecchinato “Ci sono crew che hanno uno stile condiviso molto più forte, anche se riconosci le varie mani.”

Ma per esempio che cosa disegnate?

“Difficile a dirsi.” risponde HotInPublic (da qui in poi, abbreviato in HiP). “Io mi rifaccio molto a dove disegno. Magari il muro ha già una forma particolare, e allora mi adatto a quello. Magari un passante mi dice una cosa, e quello diventa lo stimolo. Oppure voglio fare una critica sociale, o raccontare qualcosa del mio passato. Per me è una ricerca continua, anche per il mio percorso personale: ho fatto l’artistico e ho studiato a Brera, e per me l’arte di strada va vista nel contesto più ampio dell’arte in generale. Poi a me piace farlo con la bomboletta, ma è uno strumento come un altro.”

“Lui finirà a fare l’artista in qualche museo” lo sfotte AlfSour, sorridendo tra barba e capelli lunghi. Lui disegna in stile californiano, e io faccio finta di capire cosa significa.eb07ccd1-ee82-4a58-91ce-eacdcc9a5ab2

“Raccogli tutto quello che hai dentro e lo tiri fuori.” sintetizza LeSaboteur “Ci pensi sempre, ti guardi intorno, guardi i muri, e lì butti fuori tutto. Tutto quello che vivi, tutto quello che ti interessa, tutto quello che leggi. Io per esempio sto studiando occulto, simbologia, e questo mi sta influenzando. Tu c’eri quando siamo stati chiamati a disegnare a San Siro, giusto?”

Sì.

“Beh là  ad esempio ho realizzato un divinità guardiana babilonese, però con la testa a forma di moka.” ride.

Mi rimane un dubbio, e lo espongo: ma in tutta questa ricerca ed in questa complessità, come inquadrate le tag? Perché scrivere il proprio nome, o il proprio soprannome, sul muro, per quanto in modo elaborato? Dov’è l’arte, là?

LeSaboteur si gratta la testa.

“E’ un’affermazione di esistenza. Sono nate nei ghetti americani, in cui non eri veramente nessuno. Dicono io ci sono, guardami, dove ti giri mi trovi, sono dappertutto. Diventano il logo dell’artista, che se è veramente bravo riesce a farlo ogni volta diverso, ma sempre riconoscibile. Poi capisco che possano non piacere, o anche dare fastidio. Anche a me non piacciono molto. Però anche quella è violenza” è indica una stuola di manifesti elettorali gialli dall’altro lato della strada “anche quella è imposizione, così come la pubblicità che ti aggredisce ovunque ti giri.”

“Le tag sono anche appropriazione di un territorio.” aggiunge Hip, girando una sigaretta.

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“Dicono: questa è la mia zona.” continua. “Pensa che ci sono rivalità nel mondo dei writer, che magari non finiscono a coltellate ma a sberle sì, perché hai scritto sul mio muro, o perché hai coperto la mia tag. Poi a noi non è mai accaduto, e non è una cosa che condividiamo tanto.”

“Che poi ti incazzi anche perché il muro te lo curi” mi dice LeSaboteur “Gli togli le erbacce, lo imbianchi. Abes, uno della nostra crew, addirittura lo stucca, e se ha qualche problema lo ripara, anche perché fa il muratore.”

“A Napoli questa cosa del territorio è ancora più forte” aggiunge Alfsour, che come Le Saboteur è partenopeo. “Anche perché a Napoli l’arte di strada è forse più popolare, ancora più legate alle zone, ai quartieri.”

“Già” concorda HiP “a Milano invece si sono creati dei circoletti, delle elite di writer che secondo me non hanno molto senso. La street art si è adattata alle varie situazioni che ha trovato.”

Mi tolgo un’altra curiosità, e gli chiedo; ma voi, che lavoro fate? Insomma, come fate la spesa, come pagate l’affitto? Cioè nessuno ti paga per disegnare su un muro, giusto?

Sbagliato. HiP mi spiega che metà dei suoi introiti derivano da lavori su commissione. Magari sei un privato che non tollera il grigio del muro nel suo bel giardino? Chiami una crew ed una foresta spray cresce sulla tua parete, ed il tuo giardino diventa infinito. Hai un negozio di caccia e pesca? Ecco un bel pescione colorato sguazzare sulla tua serranda.

“Per l’altra metà del tempo faccio l’educatore” racconta HiP “spesso legato al disegnare, comunque. Una volta mi hanno chiamato per fare uno laboratorio di street art con dei nordafricani, che erano appena sbarcati dal gommone. Era parte di un progetto che ha coinvolto la mia associazione, Street Arts Academy. C’erano persone di tutte le età: c’erano ragazzi di 16 anni e uomini di 30. Uno di loro faceva il medico, al suo paese. Non parlavano una parola di italiano, ci capivamo in inglese o in francese. Lì li ho aiutati a mettere su carta tutto quello che volevano, i disegni li facevano loro. Spesso sceglievano qualcosa che raffigurasse il paese dove erano nati, e che avevano lasciato. E’ stato molto bello.”

Le Saboteur e Alfsour invece sono grafici, come Elena dei Dinosauri (“postproduzione” mi corregge lei, da cinque anni).

L’acqua scende sempre più intensa.

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HiP si toglie il giubbotto semizuppo, la tenda del birrificio non basta a ripararci completamente. Ci spostiamo un poco più al centro, e, nonostante lo scenario apocalittico che ci circonda, dopo un po’ ci raggiunge anche Cheris, che aveva sbagliato posto e ci aspettava qualche via più in là.

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Capelli alti al centro di una testa rasata, e piercing abbondanti sul volto, Cheris ci racconta che è una delle non molte street artist donne di Milano. E’ l’ultima ad essere entrata nella crew, ha iniziato a disegnare alle medie e aveva smesso quando, tragicamente, un loro compagno era morto fulminato dalla corrente della metropolitana, dove era andato a disegnare. Cheris era quindi passata alla musica, ancora oggi canta in un gruppo e per un periodo ha condotto un programma su Rock TV (che ha poi sede in Bovisa).

Ma il disegno era troppo forte nelle sue vene, e ora Cheris si ritrova ad essere writer, pittrice e tatuatrice di stile naturalistico, ed il suo biglietto da visita, che ci consegna, è uno stupendo ritratto di Frida Khalo in tinte di rosso e nero, che è un po’ la sua firma.

Nel frattempo ci siamo fatti due birre, il mio pacchetto è vuoto come la mia anima e ho già scroccato almeno tre sigarette. La pioggia si è fatta leggera, l’ora tarda, e urge il rientro.

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Pongo quindi il mio domandone. Perché disegnate mostri metà umani metà bestie, chiedo, come i primi uomini, come gli sciamani forse strafatti che entravano nelle grotte per comunicare con gli spiriti?

Ci pensano.

“Perché rappresentano tutto ciò che temiamo.” risponde le Saboteur, cercando di mettere da parte i suoi studi esoterici per una risposta più personale “La nostra sofferenza, le nostre ansie e le nostre paure.”

“Perché sono il nostro tentativo di trovare il nostro posto nella natura” mi dice invece HiP “Perché ci riportano a qualcosa di più istintivo. Di primordiale.”

Prendo le loro risposte opposte e le ripongo con cura su uno scaffale della mia memoria. Ho la sensazione che se ponessi la stessa domanda ad altri cento street artist avrei altre cento risposte diverse. Tutte potenzialmente vere e corrette, e che non necessariamente si escludono a vicenda, per quanto distanti.

Stringo le loro mani, saluto ringrazio. Io ed Elena dei Dinosauri corriamo verso la macchina, sotto la pioggia leggera, saltellando come due folletti.

 


Si ringrazia E-Team per l’intervista, e tutti i suoi membri (che sono, in ordine sparso: LeSaboteur, AlfSour, Mr.Quake,  HotInPublic, Des, Abes, Nigro, Wolsha, Dodo, Ysar, Cheris)

Un giro e un Quarto

Né io né Elena dei Dinosauri siamo particolarmente in forma, che la notte precedente è stata un po’ troppo lunga, e decisamente troppo etilica.

Ma nonostante questo raccogliamo fotocamera e taccuino e andiamo a Quarto Oggiaro.

Perché? Perché se questo blog vuole raccontare la periferia deve uscire da Bovisa, andare a vedere cosa c’è là fuori. Con umiltà: non si può pensare di comprendere un luogo con una passeggiata domenicale. Si può però cominciare a guardare, a fare domande, a assorbire l’atmosfera e gli umori. E’ un po’ poco, lo so, ma siate clementi.

Stiamo appena iniziando.

Ora, se metti Quarto Oggiaro sul Google Maps, e lo segui stolidamente, ti porta qua.

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Io e Elena dei Dinosauri ci guardiamo perplessi.

Continuiamo. Non c’è una meta precisa, ma c’è una mezza idea di arrivare a Quarto Posto, il circolo Arci del quartiere. Parcheggiamo un po’ prima, vicino ad un pugile gigantesco.

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Un parco, ed ancora di più i disegni e le scritte sul suo muro esterno, ci fanno deviare dal nostro itinerario.

Una scritta mi accusa, personalmente.

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“A Quarto dobbiamo andarci tutti. Ma non oggi o fra una settimana a fare i turisti dell’orrore. Dobbiamo andarci numerosi il mese prossimo e quello dopo ancora. Non per l’ennesimo albero criminale che cade, ma per la foresta di legalità che cresce rigogliosa”.

“Ma io non sono venuto a cercare orrori, sono venuto a cercare la bellezza.” cerco di difendermi.

La trovo. Il parco della Villa Scheibler è uno dei più meravigliosi che abbia visto a Milano. E’ un gioiello, è un sogno di pace e riposo. Elena dei Dinosauri, che ha la macchina fotografica nuova, continua a fotografare particolari vegetali ripetendo quasi autisticamente “Questa macchina le macro le fa proprio bene.”

 

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Usciamo. E cominciamo a camminare tra le case. Ci sono delle forti contraddizioni: molto verde, nel cortile di alcune case vedo dei giardini che ucciderei per avere davanti alla mia finestra, ma c’è anche incuria, divani abbandonati, e ho contato almeno quattro carrelli della spesa a pascolare per le strade, allo stato brado. Abbondano le piste ciclabili, quando a Milano è costume costruirne una di duecento metri in mezzo a due incroci, e poi più niente per chilometri; abbondano però anche balconi coperti, alcuni interamente, da teloni e tende da doccia, e non capiamo perché.

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Arriviamo alla piazzetta di Quarto Posto.

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Una birra veloce e ripartiamo. Attraversiamo un reticolo di strade perpendicolari. Non mi sembra di vedere altre piazze. Vedo però un altro parco, Parco Franco Verga.

Che si rivela però non all’altezza del primo.

E non solo per gli incomprensibili stradoni di cemento, o i canali, o i capolavori dell’edilizia contemporanea che lo circondano: come tutto il quartiere, il parco è stretto tra Ferrovia e Autostrada.

Il che non aiuta.

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Continuiamo. Vediamo uno splendido murales dedicato a Falcone. Vediamo la sede dell’Associazione “Quarto Oggiaro vivibile”. Vediamo segni di una volontà di contraddizione, di caparbietà civile. Ripenso alla piazza di Quarto Posto, a cosa c’era scritto sopra ai murales.

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Alla fine Villa Scheibler ci riattira inevitabilmente. Elena dei Dinosauri sostiene di accusare leggermente la somma della birra della notte precedente e di quella appena presa.

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Ho una mezza idea di infilarla in un’ambulanza parcheggiata là vicino.

Passano cani, famiglie, bambini. Un vecchietto sdentato passa vicino a due ottantenni sedute e gli grida “Ciao, ragazze!”

Le ottantenni si sciolgono in risolini.

Elena dei Dinosauri sostiene si star meglio, si tira su, e dichiara immediatamente che forse stava meglio sdraiata.

Diario di bordo del capitano Mezzatesta: sotto un impietoso cielo grigio, la prima spedizione a Quarto Oggiaro è conclusa.

Vandali: Rouge

Ve lo devo dire: sulle scritte sui muri io e voi abbiamo opinioni diverse.

Ok, le tag sui muri, tipo questa, per intendersi

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non le capisco tanto; o meglio, le comprendo razionalmente, sono appropriazione di un territorio (almeno nella mia testa malata), ma non le amo.

Così come tendenzialmente non stravedo per le scritte pure e semplici, modello “io e te cucciolotta per sempre”; anche se naturalmente, come in molte altre cose, in Bovisa abbiamo delle eccellenze. Ditemi un altro posto dove i vandali scrivono in latino.

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Primavera di Periferia

A volta succede qualcosa di strano.
A volte succede che una sera, da solo
Finisci fuori Milano
Lontano
Succede che finisci addirittura a Sesto
Mentre torni
Vedi questo

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E dopo cavalcavia e tram
Arrivi alla fermata del 91
E siccome tu sei uno
Che ha sempre un libro tra le mani
Lo apri, ed è Gianni Rodari
Che ti legge questo
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Teste fiorite
Se invece dei capelli sulla testa
Ci spuntassero i fiori, sai che festa?
Si potrebbe capire a prima vista
Chi ha il cuore buono, chi la mente trista.
Il tale ha in fronte un bel ciuffo di rose:
Non può certo pensare a brutte cose.
Quest’altro, poveraccio, è d’umore nero:
Gli crescono le viole del pensiero.
E quello con le ortiche spettinate?
Deve avere le idee disordinate
E invano ogni mattina
Spreca un vasetto o due di brillantina.
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A volte succede qualcosa di strano
Tornando a casa
La sera
A Milano