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Segrate, comune italiano di 35 131 abitanti della città metropolitana di Milano in Lombardia.

Sono in un baretto con rumeni e anziani.

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Il baretto è gestito da una ovale signore cinese, con gli occhiali e i capelli altrettanto ovali. Ci sono conchiglie appese al soffitto (sicuramente lascito della precedente gestione) un numero di slot machine quasi ingiustificato e  per andare in bagno devi attraversare una sala buia piena di vigorosi mobili e in legno e sedie al contrario su tavoli polverosi. C’è un rumeno solitario ad un tavolo con quattro birre vuote davanti a sé, ed una mezza piena; alterna conversazioni al cellulare  Facebook e sigarette.

Mi piace qui. È l’esperienza definitiva  della periferia.

Un’anziana ha portato le ciliegie e l’ha regalate alla barista. Al tavolo degli anziani si siede per un po’ il figlio cinese della barista cinese, mentre la figlia cinese della barista cinese svolacchia verso il tavolo di un gruppo di rumeni che è nel frattempo arrivato. Chiacchiera soprattutto con una ragazza, mentre passa la mano sulla capelli corti del  suo ragazzo magro. Il ragazzo neanche si gira, deve essere una cosa abituale. Il rumeno solitario rimane al suo tavolo solitario, unica compagnia quattro Moretti defunte  ed una morente.

Il figlio cinese della barista cinese nel frattempo si rimpinza di ciliegie; poi afferra la mano di un anziano dalla polo verde e ce ne mette sopra una bella rossa.

“Grazie amore” risponde lui.

Il bambino dice all’anziano dalla polo verde, e lo ripete più volte, che vuole andare alla fine dell’arcobaleno. L’anziano spiega che l’arcobaleno è lontano. Il bambino gira e batte i piedi per il bar, corre dietro al bancone, ne vien fuori, ma sempre torna a toccare la polo verde, a chiedere, a saltare. Non so se l’anziano lombardo ha dei nipoti biologici, ma è ovvio che il bambino cinese è suo nipote.

Una coppia rumena del tavolo rumeno si alza. La bionda e abbondante moglie rumena raccoglie il pargolo dal passeggino e si mette sotto la televisione, proprio vicino alla prima di sei slot machine. Il marito scatta una foto a suo figlio in braccio alla moglie sorridente a fianco del gioco d’azzardo legalizzato. Dopodiché, proprio a quella macchinetta tenta la fortuna.

Va male. Si risiede.

Il bevitore solitario se ne è andato.

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Esco, vado a fumare una sigaretta.

Fuori c’è un rumeno bello come un attore di Hollywood. Ha la mascella giustamente quadrata e gli occhi azzurri sotto i capelli cortissimi. Mi scruta mentre fumo,  forse chiedendosi se sono un carabiniere. In fondo ne ho la pancia e il pizzetto.

Arriva un sessantenne con Ray Ban e borsello a comprare le sigarette al distributore fuori il bar. Sul marciapiede davanti al bar sfila una ragazza troppo giovane per i suoi micropantalonicini e microtop nero (con la scritta “Paris”). Cammina veloce. L’uomo col borsello gli guarda lungamente il culo che si allontana, prima di andarsene a sia volta. Rientro.

I rumeni vanno via, e anche gli anziani. Un tipo col cappello e borsello (non lo stesso borsello né lo stesso tipo di prima) tenta la fortuna alle macchinette. Il bambino cinese si aggira per il bar starnutendo. La bambina dice di essere “Elsi” ( Elsa di Frozen) e di avere il potere del ghiaccio. La barista mangia una mela.

Io mi alzo e vado a casa.

Segrate, comune italiano di 35 131 abitanti della città metropolitana di Milano in Lombardia.

E un bar dove i bambini cinesi hanno nonni lombardi e zii rumeni.

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Affori Noir – Milano, fa paura la 90

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Francesco è magro, ed ha la barba un po’ lunga e puntuta alla Ascanio Celestini. Vive ad Affori, e pensa che Affori abbia due anime, una un po’ più “borghese” e l’altra un po’ più popolare. Pensa anche che Affori sia stata un po’ trascurata, considerato il posto nella storia che occupa. I soldati napoleonici si sono accampati qui vicino, mi dice ad esempio.

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Francesco lavora al mercato, ogni giorno in un via diversa di Milano e qui raccoglie le storie che gli servono.

Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Andrea ha gli occhiali, ed ha un orecchino a spirale. Mentre parla con me tiene in braccio una bambina, che mi porge una piccola giraffa. Vive in via Padova e lavora a Corvetto, in un circolo anziani; quando vuole sapere qual era l’atmosfera di una via negli anni 70 gli basta puntare un anziano che ci abitava e raccoglie fin troppe informazioni.

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Io sono qui per intervistarlo, ma non solo lui.

Riccardo arriva più tardi, e lo inseguo un po’ senza successo. Però una volta finita la presentazione raduna gli altri e ci mettiamo di fuori. Loro gentili mi guardano fumare. Ogni tanto arriva qualcuno a chiedergli qualcosa, c’è un giornalista televisivo che vuole intervistarli ma sono arrivato io per primo, baby.

Riccardo lavora alla RAI, si occupa di pubblicità.

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Io sono qui per intervistarli, tutti e tre.

“Qui” è l’Osteria del Biliardo, che potrebbe facilmente diventare il mio posto preferito ad Affori. La gente assalta la pasta e le bruschette con un approccio da Caritas. Birre vengono spillate. Salami vengono tagliati. Un gruppo suona le loro canzoni.

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“Loro” sono Francesco Gallone, Andrea Ferrari e Riccardo Besola, gli autori di “Operazione Madonnina”, “Il Colosso di Corso Lodi”, “Operazione Rischiatutto”, e molti altri “noir sociali,” come li chiamano loro.

Di questi, l’ultimo nato è “Milano – Fa paura la 90”.

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Libro che, quando ho chiesto l’intervista, non avevo ancora letto.

Scandaloso, lo so. Ma io sono uno che scrive di periferia, potevo non intervistare dei tizi che hanno scritto un romanzo con la 90 nel titolo e in copertina?

Morale della favola, me lo sono letto in un pomeriggio. Il che dice qualcosa del libro, credo.

Ma torniamo all’Osteria del Biliardo, in questa serata calda, torniamo a fumare in faccia a Francesco e Andrea e Riccardo.

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A proposito, ma come fate a scrivere in tre?

“Litighiamo.” mi risponde Andrea.

Non solo: si riuniscono due ore a settimana, mi dicono, in un bar per lavorare. Mi colpisce la precisione della tecnica: oltre a discutere delle idee e del tema del libro, creano dei cartelloni dei personaggi, così chiunque dovrà farli muovere e parlare saprà tutto di loro. Perché tutti scrivono,  e prima di prendere la penna in mano discutono, parecchio. Discutono, ad esempio, se far iniziare un capitolo in media res, a campo lungo, a campo stretto.

Capisco allora l’impressione che mi aveva dato il loro romanzo: quello di essere un libro serio, solido.  Come guardare un palazzo e pensare “Qui l’ingegnere sapeva il fatto suo”. Ammirato, offro di dargli dieci euro per la lezione di scrittura creativa.
“Facciamo 9” ride Francesco “così dividiamo per tre.”

Ma come vi siete trovati, chiedo?

Scrivevano ciascuno per conto suo, mi rispondono, pur conoscendosi e lavorando per la stessa casa editrice. Scrivono gialli, o meglio “noir sociali”: il morto ammazzato di turno è solo una scusa per esplorare un mondo.

E il mondo che esplorano è quella degli anni 70, ispirato a film poliziotteschi come “Milano odia: la polizia non può sparare” e “Milano calibro 9”; mondo che ricreano , oltre che parlando con chi c’era, con un certosino lavoro di ricerca di articoli, documentari, foto, persino con i vecchi topolino, per capire il linguaggio, i temi dell’epoca.

Poi un giorno il famoso giallista Luca Crovi gli ha chiesto: scusate, ma perché non provate, tutti e tre insieme, a rubare la Madonnina del Duomo?

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Faccio appena in tempo ad accenderemi un’altra sigaretta che arriva una signora a cercali: c’è il giornalista televisivo che vorrebbe parlare con loro, dice. Li invito a raggiungerlo ma loro son troppo cortesi.

“Non ti preoccupare, Venditti.” mi dicono. Venditti è uno dei loro personaggi, un ladro di borgata finito a fare il poliziotto a Milano; dicono che parlo come lui. Mi viene in mente che Venditti, in una parte del libro, dice che non lo ammetterebbe mai, ma Milano gli sta entrando dentro, si sta insinuando in lui, lo sta cambiando.

E Milano, chiedo allora. Che rapporto avete con Milano? E con la sua periferia?

Andrea mi dice che ama ferocemente Milano, ed odia ferocemente Milano, ed ama ferocemente Milano, e la odia, ricambiato.

Andrea mi dice che Milano non è una metropoli. E’ un aggregato di quartieri che si guardano in cagnesco, tenuti insieme dalla metropolitana e dalla circonvallazione. Che sono anni che Milano cerca di fare l’esame da Metropoli e viene bocciata, e spera che continuerà ad esserlo. Che non è New York e lui, Andrea, non vuole che lo diventi, perché se vuole New York va a New York, e lui invece odia e ama Milano, e da Milano è amato e odiato.

Francesco aggiunge che persino New York non è un New York, che persino New York ha un supereroe per quartiere, e che quindi anche New York è un grappolo di quartieri, e  chissà che forse anche New York non sia un po’ Milano.

Poi se parliamo del centro, aggiunge Francesco,  certo al centro Milano ha il suo giro di affari, di moda e di criminalità da vera metropoli; ma appena esci è diverso.

Riccardo quando gli dici di parlare della periferia ti risponde che la periferia è Milano. Che questo è il posto vivo, il centro è finzione. E’ un gioco di maschere in continuo e vorticoso cambiamento.

Il giornalista arriva e li saluta, deve andare. Rimarranno in contatto. Il giorno dopo devono andare in Feltrinelli. Io stringo le loro brave mani scriventi, ci ringraziamo a vicenda, e passo il resto della serata a bere birra e a giocare a Dixit con Elena dei Dinosauri, fotografa e guardia del corpo, e Minocci, rapper di corte.

E penso che è stato un giorno buono.

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PS: tutte le foto tranne l’ultima sono di Elena dei Dinosauri.

Breve intervista dal quartiere delle meraviglie

Racconti da Bovisa, il quartiere delle meraviglie.

Francesco Facchini è un pionere del mobile journalism (#mojo, ho scoperto che si chiama) e blogger, ed è stato così cortese da realizzare questa breve intervista.

Andate a dare uno sguardo al suo blog, tratta di varie cose, tra cui anche il tema spinoso dei padri separati, anche loro spesso abitanti delle nostre periferie.

http://www.francescofacchini.it/

 

Piedi e cinema

C’è un piede, a lato della mia testa.

Il piede è avvolto in un calzino. Non ne conosco il proprietario, o meglio l’ho conosciuto stasera, eppure il piede è disteso molto vicino al mio orecchio sinistro con assoluta rilassatezza.

Sono seduto su una specie di divano a tre piani, in una stanza buia. La parte bassa del divano è un materasso buttato per terra; la parte centrale, su cui siedo, è un letto; il terzo piano, da cui viene il piede, è una specie di soppalco in legno. La stanza è molto piena, tutti i livelli del tri-divano sono occupati; anche un ulteriore letto, posto contro una parete laterale, ha i suoi bravi inquilini. Mi offrono birra e patatine. Non conosco nessuno di loro.

C’è un elemento fondamentale cui non ho ancora accennato: c’è un proiettore acceso. Questo proiettore è collegato ad un portatile. Questo proiettore sta proiettando “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere”, e sulla parete bianca (ma ora oscura nella stanza scura) si alternano Woody Allen, che vestito da buffone medievale cerca di farsi la regina, e Gene Wilder (Frankenstein Junior, avete presente?), dottore newyorkese innamorato della pecora di un pastore armeno.

« – È sporco il sesso?
– Certo, ma solo se è fatto bene. »

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Ridiamo. Facciamo battute. Qualcuno suggerisce di convertirsi al pecorismo. Non esageriamo con le battute, ci godiamo il film. Si fuma, parecchio. Una finestra viene aperta. Al primo piano del tri-divano le ragazze hanno freddo: le finestra viene chiusa.

Come sono finito qua? Onestamente, non ricordo bene. Sì, ho visto un qualcosa su Facebook, ma dove?

Questa cosa qui ha un nome, si chiama CineTorum. Che è un modo per dire che quattro coinquilini trentenni del quartiere  Maggiolina coinquilidevano una casa grande, con uno scantinato e una bella parete bianca; e si son detti “Perché non compriamo un proiettore? E perché tutti i lunedì non proiettiamo un film, e invitiamo chiunque voglia venire?”

E così è successo. Sono mesi che va avanti. Il lunedì alle nove basta presentarsi fuori dal giardino di questa bella casa con qualche birra e suonare. Verrà aperto. Sarete accolti. Io questa sera invernale mi sono presentato con una busta di birre, non sapevo quante portarne, non c’è un galateo per per casi così.

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“Ma tu sei amico di qualcuno?” mi chiedono nel patio dove le birre sono a raffreddare, all’aria gelida.

“No.” rispondo.

“Grande!” mi fanno.

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Finita la proiezione, si rimane ancora un poco, ma non molto che la metro chiude, e il lunedì sta già scivolando nel giorno dopo. Ho però il tempo di fare qualche domanda a Federica, una delle padrone di casa.

“Tu che fai?”

“Lavoro in un laboratorio, mi occupo di neuroscienze.”

“E lei?”

“E’ insegnante.”

“E vi conoscete tutti?”

“Ora sì. Loro due sono state portate da lui, lui era collega con loro, e loro erano amici suoi.”

Sento accenti napoletani, sardi, persino milanesi. Una ragazza ha fatto l’università a Viterbo, come me. La sua amica è toscana. E tutto questo mi sembra geniale e splendido. E anche un modo, naturale e umano, per ricreare quella rete umana che Milano a volte assottiglia fino a strappare.

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Ora i più puntigliosi di voi mi diranno:

“Ma se questo “Cinetorum” è alla Maggiolina, non è in periferia. Tu non volevi raccontare la periferia?”

E’ vero, il CineTorum non è in periferia.

Ma non vedo perché non può esserlo.

Quarto Orto

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Dalle parti della stazione, dell’Esselunga, in fondo ad una strada chiusa. Davanti ad un palazzone abbandonato, lontano dalla vivacità organizzativa di Piazzetta Capuana. Nascosto da mura prefabbricate in cemento.

Ma c’è.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Strappato alla dimenticanza. Difeso da chi ancora lancia dentro immondizia da oltre il muro. Innaffiato a forza di taniche, in attesa dell’allacciamento che potrebbe non arrivare.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto, ed  è un orto condiviso.

E’ per chi vuole: per i pensionati che ci passano la giornata; per i ragazzi del doposcuola; per chi ha una mobilità ridotta (una parte è rialzata).

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A seconda della stagione si piantano cavoli neri, finocchi,  zucchine,  pomodori. C’è uno spazio comune dedicato alle spezie. Le mani infilano semi nella terra. I semi sono concimati e protetti secondo natura.

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I singoli appezzamenti sono assegnati alla cura del singolo, con una idea di dare un occhio al condiviso, e ad esso contribuire, e goderne insieme.

E mi sembra una buona lezione.

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Si ringrazia i ragazzi di SUPER – il festival delle periferie per avermi fatto scoprire questa realtà, e quelli di QuOrto che la tengono in vita.

 

Sabato pomeriggio

Quando mi hanno proposto di andare ad un incontro di due ore e mezza dal titolo “Quartieri al Centro” ho avuto difficoltà ad immaginare una rottura di cazzo più grande, un mondo più pessimo di investire il mio sabato pomeriggio.

E allora, perché quando arrivo la sala è piena, e c’è gente in piedi?

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Ritardatario cronico, rimango in piedi vicini ad una mamma con delle bambine quasi adolescenti. Quando arrivo il microfono è già in mano alle persone. Il condominio compartecipato con il comune, si dice, è gestito male. E il marciapiede? Si rischia l’incidente tutti i giorni.  E gli amministratori truffaldini?

Per forza che la sala è piena, penso: chi vuole farsi sfuggire la volontà di potersi lamentare (anche a ragione, per carità)? Ho sentito che nelle navi genovesi i marinai rinunciavano ad una paga più alta per il permesso al “mugugno”, al lamento. Lamentarsi non è solo gratis, è inestimabile.

Ma è veramente lamento, quello che sento?  Quello di chi gestisce l’Orto degli Aromi nel meraviglioso giardino-bosco del vecchio Ospedale Paolo Pini, dove trovano  supporto persone con disabilità mentale? Di chi ha bisogno di spazi pubblici per insegnare l’arabo ai bambini egiziani, il sabato e la domenica? E, soprattutto di chi ha dormito per anni per strada, e che con onesta prolissità e ignoranza fa piovere il suo dolore nella sala, e se ne va tra le lacrime?

Prende la parola l’Assessore alla Casa e Lavori Pubblici. Non è morbido, non accoglie, non sorride, non è “politico”. L’amministratore è oggettivamente truffaldino? Va denunciato, dice. La cooperativa sociale ha perso il bando? E io, ribatte, credete che io abbia piacere quando il regolamento regionale mi costringe a non dare una casa ad un nucleo familiare perché il numero di figli non è proporzionale all’esatta dimensione dell’appartamento? E’ spiacevole ma sono le regole da seguire, dice.

Forse lo dipingo più duro di quanto sia stato, ma ha un atteggiamento del tipo “Non vi dirò cazzate per imbonirvi” che mi piace. Alcune regole non le possono cambiare, dice; nel limite di questo rimbocchiamoci le maniche.

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La parola ritorna al pubblico. Torna il dolore in ballo. Il pubblico accetta la sfida. Ok, l’appartamento è troppo piccolo per il nucleo familiare. Ma allora perché vengono ristrutturati e assegnati appartamenti solo appartamenti piccoli? Perché non vengono ristrutturati appartamenti più grandi? Così non dovrei vedere una donna strappata via dalla propria casa dai tizi della MM, dice una signora.

Si alza una sciura con i capelli corti e gli occhiali, e uno sciallo colorato sul petto. Parla di gruppi “eterogenei” che vivono nel parchetto davanti alla sua finestra, che usano le panchine come servizi igienici. Di notte il parco diventa luogo di prostituzione, e musica e rumori fino alle 4 di mattina, per non parlare di quando si mettono a giocare a calcetto. Capisce che non abbiano dove andare, comprende che non abbiano altro spazio per stendere i panni, è stata immigrata e terrona a Milano. Hanno chiamato i vigili ma rispondono che non hanno persone. L’altra volta sono scesi degli inquilini con mazze e spranghe, hanno cercato di far da pacieri lei e suo marito; stavolta ci sono riusciti.

Mi si rizzano i peli. Le mie periferie sono alla soglia della guerriglia urbana?

Un signore si alza e e tocca il tema delle occupazioni abusive. Dietro ho due ragazze con il velo sui capelli, e una di loro grida “Io sono abusiva! Chiedimi perché!”. Una ha una figlia invalida. Come ogni volta che si toccano questi temi, si finisce in modalità riunione condominiale.

La parola spetta infine al Delegato dal Sindaco sulle Periferie, che parla in emiliano, e prende il tema degli sgomberi. La sala rumoreggia. Il Delegato parla di mettere insieme il piano sulle periferie. Vuole che il piano sia partecipato.  Spera che nel prossimo incontro passeremo dal “noi contro voi” al “noi”.

Sento parlare di interventi di riqualificazione, che è una parola che continua a non piacermi. Forse perché così trattiamo i nostri quartieri come bambini scemi, che bisogna aiutare ma senza speranza, che tanto scemi rimangono.  Sono un po’ stanco di questo atteggiamento da “sono un comandante dei marine inviato a Baghdad.”.

Vorrei sentir parlare della forza delle periferie, delle energie. Mi piacerebbe che qualcuno si sedesse di fronte alla mia periferia, e le dicesse: “Ok, Periferia, certo che hai dei problemi, ma partiamo da ciò che hai di splendido, e di risorse non utilizzate, e partiamo da lì per risolvere quello che non va, per farti brillare.”

Vorrei che qualcuno guardasse questo luogo, dove vivono milioni di persone, con fiducia.

Teatro e Notte

Domenica

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sera

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sono

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andato

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a

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uno

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spettacolo

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teatrale

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Villa

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Litta.

Come? Come avete detto? Com’era lo spettacolo?

Ma scusate, non ve l’ho appena mostrato?

Ah, non vi basta?

….

E allorawhatsapp-image-2017-01-29-at-22-52-04-1

allora dovete chiudere Netflix

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e Sky, e il computer, e il televisore, e l’ipad

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e nella notte Afforese venire qui

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guardare lo spettacolo, ridere, commuovervi ricordare e pensare,

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(“Patricia nella città di Zero”, si chiama lo spettacolo)

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e poi, una volta finito,

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applaudire.

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E magari, a spettacolo concluso, camminare nel parco buio, dove gli alberi sembrano disegnati con l’inchiostro nero contro il cielo luminoso della notte di Milano. E camminare, mentre il suono di una fontana vi accompagna, ed un treno passa in lontananza.

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Fino a riscoprire cosa è la notte.

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Falò

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Federico Rizzo ce l’ha con me. Ce l’ha con me perché nel libro che ho scritto su Bovisa non ho mai parlato di Cascina Albana, la vecchia cascina che si erge lungo la desolazione di via Bovisasca, tra le capanne di lamiera e il parcheggio dei camper.

Federico è occhialuto e appassionato. Un mattino ci diamo appuntamento al Mamusca, e lui arriva carico di libri e di storie e documenti che ha trovato in archivi e catasti, e che sparge per tutti i tavoli colorati.

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Mi mostra una riproduzione di un’antica mappa di Milano, la mappa di Clarici del 1580, dove Milano è solo il suo centro, e gli altri quartieri sono borghi agricoli collegati dalle strade che ci sono ancora. Ci sono tutti: Quarto, Barona, “Buisa”.

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“Lo sai che lungo via Bovisasca correva una roggia, una specie di naviglio?” mi dice. “Poi è stata interrata, ma se metti l’orecchio al tombino in via Ricotti davanti alla Chiesa ma puoi ancora sentirlo.”

Gli chiedo di Cascina Albana, dove vive, e dove è stato uno degli organizzatori di feste e orti. Si gratta la testa.

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“E’ un posto strano.” mi dice infine. “Un mix sociale. Abbiamo un po’ di tutto: immigrati, artisti, anziani, professionisti. E’ antichissima, la trovi già nel catasto teresiano del 1722, ma potrebbe anche essere più antica. Hanno messo il gas nel 35 e l’acqua potabile nelle case nel 50.”

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E subito mi gira il link a due o tre siti dove posso trovare maggiori informazioni. Ma Federico è inarrestabile,  ciclonico. Ha già cambiato argomento, e mi parla della festa di quartiere di Dergano, “Via Dolce Via“, e mi dice che devo assolutamente partecipare, e le chiacchiere sulla Cascina Albana finiscono lì.

Così, quando scopro che si sta organizzando un falò della merla nei suoi  orti decido di andarci. Invito tutti, ne parlo a lavoro. Organizzano un falò della merla, secondo la vecchia tradizione milanese. Ci sarà da bere, e gente, e roba da mangiare.

Naturalmente arrivo tardi, ed in solitaria. Non trovo subito gli orti, e faccio un giro per il cortile della Cascina.

Se state pensando a posti pettinati come Cascina Cuccagna, siete distanti anni luce. E se la state accomunando a posti di contro-cultura tipo la Torchiera, con le sue conversazioni sul te’ al peyote, ancora acqua. Avrebbe bisogno di qualche imbiancata, ma è un posto vivo, dove la gente del popolo ha iniziato a vivere centinaia di anni fa, e ci vive ancora. Non ci sono più le stalle, e alle sue spalle hanno costruito dei palazzoni colorati che sembrano degli enormi lego, ma il lavatoio c’è ancora, e questo è un pezzo di Milano che è sopravvissuto a due guerre e al boom economico. Un pezzo di storia, non turistico ma vero.

Alla fine trovo il falò in un bel parco alla sinistra della cascina, proprio vicino alla ferrovia. Al mio paese c’è un proverbio per quando si arriva a festa finita, ed è “arrivare dopo i fuochi”, nel senso d’artificio.  Io stavolta sono arrivato dopo il fuoco.

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Ormai è rimasta solo brace, e mi viene immediatamente voglia di metterci sopra un po’ di pane e farmi una bruschetta. Invece è sopravvissuto solo qualche frammento di frappa (chiacchiera, bugie, come le chiamate) e un bicchiere di vino, ma stanno già per smontare tutto. Eppure c’è ancora gente attorno al quasi fuoco. Una bambina dai capelli ricci fruga il parco per trovare bastoncini da bruciare, e soffia sulla braci per ravvivarle. Due ragazzi percuotono i  bonghi, e un gruppo di ragazze su quel ritmo alterna canti brasiliani e milanesi; una soffia in un flauto.

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Scrocco una sigaretta ad un ragazzo grosso e pelato, e scopro che vive a Cascina Albana, e non vorrebbe vivere da nessuna altra parte  al mondo. Parliamo della Bovisa, di quanto sia un bel posto. Parliamo di come Piazza Schiavone sia forse la piazza brutta più brutta al mondo.

“Sai che quel folle dell’architetto pensava di fare una specie di Piazza del Campo a Siena?” gli dico. “Per quello ha quello forma a ventaglio.”

“Ma dai!” ride lui “Il mio amico, qua, è di Siena.”

Cupo in volto, guardo il senese.

“Non denunciarci, per favore.” imploro. Lui si fa una risata. Mi salutano. Anche per me è giunto il tempo di andare. Qualcuno riempe un secchio d’acqua per spegnere ciò che è rimasto del fuoco, dice alla gente di spostarsi. Il fumo sale gonfio nel cielo, mentre mi allontano.

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PS: nel video sotto Federico, con documenti alla mano, vi racconta la storia di Cascina Albana.

E qui invece vi porta a fare un giretto.