Quarto Orto

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Dalle parti della stazione, dell’Esselunga, in fondo ad una strada chiusa. Davanti ad un palazzone abbandonato, lontano dalla vivacità organizzativa di Piazzetta Capuana. Nascosto da mura prefabbricate in cemento.

Ma c’è.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto.

Strappato alla dimenticanza. Difeso da chi ancora lancia dentro immondizia da oltre il muro. Innaffiato a forza di taniche, in attesa dell’allacciamento che potrebbe non arrivare.

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A Quarto Oggiaro c’è un orto, ed  è un orto condiviso.

E’ per chi vuole: per i pensionati che ci passano la giornata; per i ragazzi del doposcuola; per chi ha una mobilità ridotta (una parte è rialzata).

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A seconda della stagione si piantano cavoli neri, finocchi,  zucchine,  pomodori. C’è uno spazio comune dedicato alle spezie. Le mani infilano semi nella terra. I semi sono concimati e protetti secondo natura.

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I singoli appezzamenti sono assegnati alla cura del singolo, con una idea di dare un occhio al condiviso, e ad esso contribuire, e goderne insieme.

E mi sembra una buona lezione.

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Si ringrazia i ragazzi di SUPER – il festival delle periferie per avermi fatto scoprire questa realtà, e quelli di QuOrto che la tengono in vita.

 

Sabato pomeriggio

Quando mi hanno proposto di andare ad un incontro di due ore e mezza dal titolo “Quartieri al Centro” ho avuto difficoltà ad immaginare una rottura di cazzo più grande, un mondo più pessimo di investire il mio sabato pomeriggio.

E allora, perché quando arrivo la sala è piena, e c’è gente in piedi?

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Ritardatario cronico, rimango in piedi vicini ad una mamma con delle bambine quasi adolescenti. Quando arrivo il microfono è già in mano alle persone. Il condominio compartecipato con il comune, si dice, è gestito male. E il marciapiede? Si rischia l’incidente tutti i giorni.  E gli amministratori truffaldini?

Per forza che la sala è piena, penso: chi vuole farsi sfuggire la volontà di potersi lamentare (anche a ragione, per carità)? Ho sentito che nelle navi genovesi i marinai rinunciavano ad una paga più alta per il permesso al “mugugno”, al lamento. Lamentarsi non è solo gratis, è inestimabile.

Ma è veramente lamento, quello che sento?  Quello di chi gestisce l’Orto degli Aromi nel meraviglioso giardino-bosco del vecchio Ospedale Paolo Pini, dove trovano  supporto persone con disabilità mentale? Di chi ha bisogno di spazi pubblici per insegnare l’arabo ai bambini egiziani, il sabato e la domenica? E, soprattutto di chi ha dormito per anni per strada, e che con onesta prolissità e ignoranza fa piovere il suo dolore nella sala, e se ne va tra le lacrime?

Prende la parola l’Assessore alla Casa e Lavori Pubblici. Non è morbido, non accoglie, non sorride, non è “politico”. L’amministratore è oggettivamente truffaldino? Va denunciato, dice. La cooperativa sociale ha perso il bando? E io, ribatte, credete che io abbia piacere quando il regolamento regionale mi costringe a non dare una casa ad un nucleo familiare perché il numero di figli non è proporzionale all’esatta dimensione dell’appartamento? E’ spiacevole ma sono le regole da seguire, dice.

Forse lo dipingo più duro di quanto sia stato, ma ha un atteggiamento del tipo “Non vi dirò cazzate per imbonirvi” che mi piace. Alcune regole non le possono cambiare, dice; nel limite di questo rimbocchiamoci le maniche.

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La parola ritorna al pubblico. Torna il dolore in ballo. Il pubblico accetta la sfida. Ok, l’appartamento è troppo piccolo per il nucleo familiare. Ma allora perché vengono ristrutturati e assegnati appartamenti solo appartamenti piccoli? Perché non vengono ristrutturati appartamenti più grandi? Così non dovrei vedere una donna strappata via dalla propria casa dai tizi della MM, dice una signora.

Si alza una sciura con i capelli corti e gli occhiali, e uno sciallo colorato sul petto. Parla di gruppi “eterogenei” che vivono nel parchetto davanti alla sua finestra, che usano le panchine come servizi igienici. Di notte il parco diventa luogo di prostituzione, e musica e rumori fino alle 4 di mattina, per non parlare di quando si mettono a giocare a calcetto. Capisce che non abbiano dove andare, comprende che non abbiano altro spazio per stendere i panni, è stata immigrata e terrona a Milano. Hanno chiamato i vigili ma rispondono che non hanno persone. L’altra volta sono scesi degli inquilini con mazze e spranghe, hanno cercato di far da pacieri lei e suo marito; stavolta ci sono riusciti.

Mi si rizzano i peli. Le mie periferie sono alla soglia della guerriglia urbana?

Un signore si alza e e tocca il tema delle occupazioni abusive. Dietro ho due ragazze con il velo sui capelli, e una di loro grida “Io sono abusiva! Chiedimi perché!”. Una ha una figlia invalida. Come ogni volta che si toccano questi temi, si finisce in modalità riunione condominiale.

La parola spetta infine al Delegato dal Sindaco sulle Periferie, che parla in emiliano, e prende il tema degli sgomberi. La sala rumoreggia. Il Delegato parla di mettere insieme il piano sulle periferie. Vuole che il piano sia partecipato.  Spera che nel prossimo incontro passeremo dal “noi contro voi” al “noi”.

Sento parlare di interventi di riqualificazione, che è una parola che continua a non piacermi. Forse perché così trattiamo i nostri quartieri come bambini scemi, che bisogna aiutare ma senza speranza, che tanto scemi rimangono.  Sono un po’ stanco di questo atteggiamento da “sono un comandante dei marine inviato a Baghdad.”.

Vorrei sentir parlare della forza delle periferie, delle energie. Mi piacerebbe che qualcuno si sedesse di fronte alla mia periferia, e le dicesse: “Ok, Periferia, certo che hai dei problemi, ma partiamo da ciò che hai di splendido, e di risorse non utilizzate, e partiamo da lì per risolvere quello che non va, per farti brillare.”

Vorrei che qualcuno guardasse questo luogo, dove vivono milioni di persone, con fiducia.

Teatro e Notte

Domenica

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sera

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sono

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spettacolo

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Villa

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Litta.

Come? Come avete detto? Com’era lo spettacolo?

Ma scusate, non ve l’ho appena mostrato?

Ah, non vi basta?

….

E allorawhatsapp-image-2017-01-29-at-22-52-04-1

allora dovete chiudere Netflix

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e Sky, e il computer, e il televisore, e l’ipad

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e nella notte Afforese venire qui

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guardare lo spettacolo, ridere, commuovervi ricordare e pensare,

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(“Patricia nella città di Zero”, si chiama lo spettacolo)

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e poi, una volta finito,

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applaudire.

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E magari, a spettacolo concluso, camminare nel parco buio, dove gli alberi sembrano disegnati con l’inchiostro nero contro il cielo luminoso della notte di Milano. E camminare, mentre il suono di una fontana vi accompagna, ed un treno passa in lontananza.

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Fino a riscoprire cosa è la notte.

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Falò

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Federico Rizzo ce l’ha con me. Ce l’ha con me perché nel libro che ho scritto su Bovisa non ho mai parlato di Cascina Albana, la vecchia cascina che si erge lungo la desolazione di via Bovisasca, tra le capanne di lamiera e il parcheggio dei camper.

Federico è occhialuto e appassionato. Un mattino ci diamo appuntamento al Mamusca, e lui arriva carico di libri e di storie e documenti che ha trovato in archivi e catasti, e che sparge per tutti i tavoli colorati.

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Mi mostra una riproduzione di un’antica mappa di Milano, la mappa di Clarici del 1580, dove Milano è solo il suo centro, e gli altri quartieri sono borghi agricoli collegati dalle strade che ci sono ancora. Ci sono tutti: Quarto, Barona, “Buisa”.

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“Lo sai che lungo via Bovisasca correva una roggia, una specie di naviglio?” mi dice. “Poi è stata interrata, ma se metti l’orecchio al tombino in via Ricotti davanti alla Chiesa ma puoi ancora sentirlo.”

Gli chiedo di Cascina Albana, dove vive, e dove è stato uno degli organizzatori di feste e orti. Si gratta la testa.

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“E’ un posto strano.” mi dice infine. “Un mix sociale. Abbiamo un po’ di tutto: immigrati, artisti, anziani, professionisti. E’ antichissima, la trovi già nel catasto teresiano del 1722, ma potrebbe anche essere più antica. Hanno messo il gas nel 35 e l’acqua potabile nelle case nel 50.”

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E subito mi gira il link a due o tre siti dove posso trovare maggiori informazioni. Ma Federico è inarrestabile,  ciclonico. Ha già cambiato argomento, e mi parla della festa di quartiere di Dergano, “Via Dolce Via“, e mi dice che devo assolutamente partecipare, e le chiacchiere sulla Cascina Albana finiscono lì.

Così, quando scopro che si sta organizzando un falò della merla nei suoi  orti decido di andarci. Invito tutti, ne parlo a lavoro. Organizzano un falò della merla, secondo la vecchia tradizione milanese. Ci sarà da bere, e gente, e roba da mangiare.

Naturalmente arrivo tardi, ed in solitaria. Non trovo subito gli orti, e faccio un giro per il cortile della Cascina.

Se state pensando a posti pettinati come Cascina Cuccagna, siete distanti anni luce. E se la state accomunando a posti di contro-cultura tipo la Torchiera, con le sue conversazioni sul te’ al peyote, ancora acqua. Avrebbe bisogno di qualche imbiancata, ma è un posto vivo, dove la gente del popolo ha iniziato a vivere centinaia di anni fa, e ci vive ancora. Non ci sono più le stalle, e alle sue spalle hanno costruito dei palazzoni colorati che sembrano degli enormi lego, ma il lavatoio c’è ancora, e questo è un pezzo di Milano che è sopravvissuto a due guerre e al boom economico. Un pezzo di storia, non turistico ma vero.

Alla fine trovo il falò in un bel parco alla sinistra della cascina, proprio vicino alla ferrovia. Al mio paese c’è un proverbio per quando si arriva a festa finita, ed è “arrivare dopo i fuochi”, nel senso d’artificio.  Io stavolta sono arrivato dopo il fuoco.

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Ormai è rimasta solo brace, e mi viene immediatamente voglia di metterci sopra un po’ di pane e farmi una bruschetta. Invece è sopravvissuto solo qualche frammento di frappa (chiacchiera, bugie, come le chiamate) e un bicchiere di vino, ma stanno già per smontare tutto. Eppure c’è ancora gente attorno al quasi fuoco. Una bambina dai capelli ricci fruga il parco per trovare bastoncini da bruciare, e soffia sulla braci per ravvivarle. Due ragazzi percuotono i  bonghi, e un gruppo di ragazze su quel ritmo alterna canti brasiliani e milanesi; una soffia in un flauto.

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Scrocco una sigaretta ad un ragazzo grosso e pelato, e scopro che vive a Cascina Albana, e non vorrebbe vivere da nessuna altra parte  al mondo. Parliamo della Bovisa, di quanto sia un bel posto. Parliamo di come Piazza Schiavone sia forse la piazza brutta più brutta al mondo.

“Sai che quel folle dell’architetto pensava di fare una specie di Piazza del Campo a Siena?” gli dico. “Per quello ha quello forma a ventaglio.”

“Ma dai!” ride lui “Il mio amico, qua, è di Siena.”

Cupo in volto, guardo il senese.

“Non denunciarci, per favore.” imploro. Lui si fa una risata. Mi salutano. Anche per me è giunto il tempo di andare. Qualcuno riempe un secchio d’acqua per spegnere ciò che è rimasto del fuoco, dice alla gente di spostarsi. Il fumo sale gonfio nel cielo, mentre mi allontano.

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PS: nel video sotto Federico, con documenti alla mano, vi racconta la storia di Cascina Albana.

E qui invece vi porta a fare un giretto.

Off Topic – Il giorno dopo il giorno della memoria

Il 27 gennaio è il giorno della memoria. A Milano, è luogo simbolo il binario 21 della stazione centrale, da cui partirono i treni per i campi di concentramento. Oggi è il 28 gennaio: cosa rimane del giorno della memoria, il giorno dopo?

Ci aggiriamo per la stazione. Al binario 21 ci sono dei cartelloni e delle scritte, ma sono di protesta, non di commemorazione. Avevamo delle informazioni vaghe che anche oggi ci sarebbero state delle celebrazioni, ma non si sono rivelate veritiere. Il treno del binario 21 è diretto a La Spezia. Il tutto è pieno di una straordinaria assenza.

Chiediamo a un addetto delle FS, un ragazzo, se sa se quel giorno o il giorno precedente ci sono state delle manifestazioni. Storce la bocca, che è un modo economico di alzare le spalle. Non lo sa, e ci manda all’assistenza clienti. “Loro sono qui sempre.” Poi si occupa di una signora diretta a La Spezia. All’assistenza clienti c’è davanti a noi una signora che chiede in inglese dove comprare il biglietto; viene spedita due piani sotto (follie della Stazione Centrale).
La festa della memoria? Sì, ieri dovrebbe esserci stato qualcosa, dovete scendere, sulla sinistra, verso dove sono i pullman per Malpensa, e poi continuare ad andare dritto, fino ad una bandiera dell’Italia.

Prima di uscire torniamo caparbi ad aggirarci per il binario 21, forse attratti da tanta assenza. Claudia fotografa l’apertura da cui uscirono i binari carichi di “ebrei”, come emergendo dal ventre della stazione. Claudia era a conoscenza di una targa commemorativa, dopo essere passati avanti e indietro un paio di volte forse la troviamo. Si conclude con la frase di Primo Levi:

“Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra”.

Usciamo. Il cielo è appropriato. Grigio, poco luminoso, con una pioggerellina leggera e fastidiosa. Spero che abbia fatto lo stesso tempo anche il giorno della memoria, sarebbe stata una cornice adeguata.

Chiediamo a un autista del pullman per Malpensa se sa se ci sarà o se c’è stata una qualche manifestazione sulla Shoah. No, oggi no. Ieri hanno fatto qualcosa lì, dove c’è la bandiera dell’Italia. La shoah sono gli ebrei, no?

Sì.

Sotto la bandiera, c’è l’incompleto Memoriale della Shoah, binario 21. Dentro ci sono, essenzialmente, delle pareti vuote. Ci dividono una gabbia e un’enorme porta a vetri, ma il vetro scorre e si apre quando ci passi davanti, si sono dimenticati di chiuderlo. Dico a Claudia di fare delle foto. Lei mi risponde che non c’è molto da fotografare. Claudia fotografa il non molto.

Ritorniamo verso la stazione, e fermiamo delle persone a caso. Sapete se ci sono delle manifestazioni sulla festa della memoria, o se ci sono state? Le stiamo cercando anche noi, ci risponde una coppia, ma mi sa che ci sono state ieri. Chiediamo: ma voi siete usciti apposta per cercare qualcosa sulla Shoah? Mah, ci rispondono, abitiamo in zona. Li indirizziamo verso la bandiera dell’Italia. Decidiamo di interrompere le ricerche, io e Claudia, di riprendere la 90 che ci porterà a casa, ma rimaniamo ancora un po’ lì, sotto la pioggia fastidiosa. Che cosa rimane il giorno dopo il giorno della memoria?

Il cielo è sempre adeguato.

Natale, o il ritorno dei terroni

Oggi vi scrivo da una periferia particolare: il paese.

Ohhh, già vi vedo, voi cresciuti all’ombra della Madonnina. Ma cosa ce ne frega del paese? Ohh, già vi sento, voi che avete tirato i primi calci nei campi di calcio di Bovisa, voi avete bruciato soldi nei bar della Comasina, ma cosa ci frega, dite, del paese da dove vieni tu? Non sei mica dell’alto Lazio, dove le colline sfociano nella toscana? Che ce ne frega, a noi, del tuo paesuculo sorto sul tufo rosso?

“Ho sentito i risultati dell’ISTAT” mi dice mio padre, nel lungo buio viaggio in macchina che porta da stazione termini al mio paese, dove passo le feste “l’ISTAT dice che la maggioranza delle famiglie di Milano sono composte da una sola persona.”

Perché vi svelo un segreto: Milano siamo noi. Da un punto di vista statistico, tolti i cinesi e i magrebini che vi radono il kebab alle 3 di notte, Milano siamo noi. Noi sfollati dal Lazio, dalla Puglia, dalla Toscana. Noi emigrati dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Sardegna. Noi che per trovare lavoro o una vita meno stretta o diosolosacosa abbiamo mollato i nostri paesini nelle periferie dell’Italia e siamo venuti a riempire le periferie di Milano. Noi che la mattina ci allacciamo la cravatta al collo, ci stringiamo il grembiule sui fianchi, e facciamo di Milan una gran Milan, e delle periferie delle grandi periferie.

Che poi le periferie, le migliori, quelle belle, sono dei gran paesi. O lo erano. E se lo erano ancora il paese si vede, se ne guardi attentamente la filigrana, in controluce.

E poi Milano, vi svelo un segreto, è due cose, almeno.

La prima.

Milano è un parco giochi. Un immenso parco giochi che offre il meglio che questo sterile paese può offrire. Vuoi vedere uno degli Smiths che fa il dj? A Milano puoi. Vuoi perderti nei fraseggi del jazz? A Milano puoi. Vuoi andare in un locale dove tutti ascoltano dark, e ballano oscillando il corpo magro? A Milano puoi. È un immenso parco giochi pensato soprattutto per noi, famiglie di una persona sola, scappati da un destino dove saremmo stati tutte le sere nello stesso identico bar di paese calabrese, sempre con la stessa gente, sempre con la stesse facce.

Che non è poi brutto, solo non faceva per noi.

La seconda.

La seconda cosa che è Milano è un frullatore. È quella, la sua forza più grande. Prende persone da ogni singolo angolo di Italia e anche del mondo e li porta qui. Gli spiriti inquieti qua finiscono, e qua producono e creano, e qua regalano a tutti, anche a chi Milano non ama.

Periferie. Paese. Non così lontane.

Sono nel pub del mio paese ora. E’ Natale. Intorno a me ci sono quelli che sono rimasti, e hanno creato vite qua. Intorno a me ci sono quelli che sono andati, e che ora sono Product Manager a Milano, o poliziotti in Sardegna. Entra qualcuno che era assente da tempo e si alzano grida di sorpresa e benvenuto, e bicchieri pieni di birra.

Che fine hai fatto? gli chiediamo.

Mi occupo di robotica in Polonia, risponde.

Pago le birre e i whisky e mi dirigo verso casa, sotto un cielo pieno di luci fredde. Attraverso il giardino della casa che un tempo era dei miei nonni, ora dei miei genitori. Qui un giorno è arrivato un ulivo, dalla puglia. Chissà forse voleva venire a Milano a fare il product manager, e invece a finito a Bassano Romano provincia di Viterbo, si chiama Romano perché Viterbo ci sta un po’ sul cazzo.

Comunque.

Torno a casa dal pub del paese. L’ulivo è arrivato due tre anni fa nel giardino, arrivato con le fronde tagliate, una tristezza, un tronco che la vita la conservava stretta e nascosta nel suo guscio.

Ed ora è pieno di rami, e di foglie.

E penso che la vita è tornata, ed è esplosa, ed ha vinto.

Che c’è voluta molta cura, molto lavoro.

E che la bellezza può esplodere anche dove sembrava perduta.

Chissà, anche a Milano, anche nelle periferie.

Finché rimane un minimo di vita, con tanto lavoro e tanta cura, possiamo tornare a risplendere, ad allargare i nostri rami, a rivestirci di verdi foglie.

E torno a casa, pieno di speranza.

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Cina Parma e l’Osteria del Biliardo

A Paolo Nori.

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Che di recente ho comprato questa banda che si chiama Mi-Fit, che è tipo un braccialetto, che tu la ordini te la mandano dalla Cina, ti arriva in un pacco tu lo apri ha le istruzioni in cinese, tu allora chiedi alla collega che ti ha convinto a comprarlo, dalla Cina, la stessa collega a cui l’hai visto al polso e gli hai detto che cos’è, gli hai detto, alla tua collega.

E che lei ti ha detto come non lo sai, è un contapassi.

Un contapassi? dico io.

Un contapassi, dice lei.

Che poi non ti conta solo i passi te ti fissi un target giornaliero, tipo ad esempio 8.000 passi, e se ce la fai la banda vibra e ti dice bravo, e ti motiva, e così dimagrisci.

Davvero?, dico io.

Davvero, dice lei.

Che poi non è mica solo un contapassi, ti monitora il sonno, lui capisce dai movimenti piccolissimi o grandi o nessuno se te stai dormendo, e se stai nel sonno leggero che non riposi niente o nel sonno profondo che ristora, e il giorno dopo lo guardi e sai quanto e come hai dormito, così tu pianifichi ti rendi conto vai a letto prima non ti metti a perdere tempo davanti al computer.

Dormi meglio? dico io.

Dormi meglio, dice lei.

E io ho pensato beh grasso son grasso, sarò circa cento chili, in parte giustificati perché ho smesso di fumare, in parte non giustificati perchè pesavo cento chili anche prima, mi potrebbe far comodo, un braccialetto che ti fa camminare, e ti dice bravo.

E poi ho pensato che io dormo sempre pochissimo, da sempre, che sono sempre andato a letto tardi, da sempre, che una volta quando ero piccolo avrò avuto tre anni mia madre mi ha lasciato un attimo solo in cucina, sarà stata l’una ero ancora in piedi, pensa te. Che poi quella è la volta che mia madre si è allontanata un attimo la tv accesa su Maurizio Costanzo è tornata in tv non c’era più Maurizio Costanzo c’era Umberto Smaila, avevo girato avevo messo “Colpo Grosso”, avrò avuto tre anni, mi son girato verso mia madre e gli ho detto “Mamma”, gli ho detto”Che gulo, che gosce!”, gli ho detto, parlavo ancora male avrò avuto tre anni.

Così siccome sono grasso e vado a letto tardi mi son convinto ho comprato la banda cinese, mi son fatto spiegare come funziona dalla mia collega visto che le istruzioni erano in cinese, l’ho impostata a 8.000 passi ad un certo punto durante la giornata vibra, significa che ho fatto 8.000 passi ho raggiunto l’obiettivo e mi dico ah come sono stato bravo.

E poi la sera nella mia nuova casetta di Affori mi dico ah sono le 10 come è tardi, devo andare a letto se voglio avere un quantitativo sufficiente di sonno profondo, vado a letto, dormo, mi sveglio, guardo il cellulare che la banda è collegata al cellulare e l’App mi dice che ho dormito 8 ore, di cui due ore e 12 di sonno pesante, e mi dico ah come sono stato bravo.

Solo che ogni tanto questo porta a delle conseguenze aberranti tipo ieri, che non avevo ancora fatto tutti i passi, e così ho chiamato i miei genitori e mentre parlavamo al telefono del più e del mano io facevo avanti e indietro nella mia casa di Affori, rimbalzavo tra la cucina e il bagno facevo avanti e indietro nel corridoio, e quando la conversazione è finita non avevo ancora raggiunto l’obiettivo allora ho fatto un’altra decina di volte avanti e indietro ,tra la cucina e il bagno, ed alla fine la banda ha vibrato e io mi sono detto ah come sono stato bravo.

Oppure come oggi che stamattina pioveva e io non potevo farmi il mio giretto per Villa Litta, un parchetto che è delizioso, che se io non mi faccio il mio giretto la mattina per Villa Litta poi rimango di malumore tutto il giorno, anche perché poi non raggiungo l’obiettivo dei passi, e allora io mi son detto mi faccio un giretto per Villa Litta al tramonto che è bellissima, Villa Litta al tramonto, il sole che scende tra gli alberi, è bellissima nonostante gli ecomostri che gli stan costruendo intorno, e mentre attraverso Villa Litta mi sento un audiobook.

Che io di recente mi piace sentirmi gli audiobook, che siccome vado a lavoro in macchina non più in treno non riesco più a leggere, leggo poco, e allora mi sento un audiobook, mentre vado a lavoro, o mentre mi aggiro per Villa Litta, per Affori, mi piace, avere qualcuno che mi legge.

Che negli ultimi giorni sto sentendo un audiobook di Paolo Nori, un scrittore di Parma, letto proprio da lui, Paolo Nori, che è uno che legge con l’accento di Parma e scrive in una maniera che son tutte ripetizioni sembra parlato, e frasi lunghe senza troppe virgole tipo questa, insomma. Che son giorni che me lo sto sentendo, mi piace proprio, come scrive, Paolo Nori di Parma, che mi sento mentre attraverso Villa Litta al tramonto.

E visto che dovevo ancora fare dei passi che dovevo dimagrire ho continuato, ho attraversato il parco di Villa Litta, sono uscito dall’altra parte, ho continuato per via Cialdini e mi son trovato all’Osteria del Biliardo.

Toh, mi son detto.

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Che l’Osteria del Biliardo è un bel posto, ha solo un difetto. Che tu ci vai e dici “io ero bravo a biliardo, mandavo certe palle in buca, nel bar del mio paese, andiamo all’Osteria del Biliardo che vi faccio vedere io, a voi, come metto le palle in buca!”

Solo  poi vai all’Osteria del Biliardo e scopri  che il biliardo non ce le ha, le buche.

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Beh, ti dici, pazienza..

Un tè, ho chiesto al ragazzo alto e dietro al bancone, che aveva una barbetta corto tutta curata, un tè,  gli ho detto al ragazzo alto, che devo dimagrire. E alle pareti c’erano quadri ma mica i pagliacci e i paesaggi e le robe tristi no tutti colorati, forse fatti da artisti di strada, e anche le pareti erano colorate, proprio le pareti direttamente, ed era bello.

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Mi metto a scriverecosì, influenzato dallo stile di Paolo Nori scrittore di Parma che mi piace proprio come scrive, e mentre scrivo il posto si riempe e sì che è grande, e sì che non è venerdì nè sabato è solo martedì.

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E nel frattempo a me viene fame, e penso che se voglio finire di scrivere e non andare a letto tardi per non perdere ore di sonno profondo, quello che ristora, forse è meglio che ordini qualcosa.

E così io che avevo previsto di mangiare del pollo alla piastra ordino una lasagna, farcita di pane carasau e pomodorino saltato e pecorino e timo, e la divoro e dopo un minuto è così.

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Però da bere prendo acqua, che sono a dieta.

E non faccio in tempo a finire che anche la seconda grande sala dell’Osteria del Biliardo si riempe, arriva una lunga tavolata un tavolata mista di ragazzi con la felpa e ragazzi in giacca e cravatta e sciure cotonate,  poi arriva eun’altra tavolata con tre donne di cui una mi sa spagnola, e si vede che questo è proprio un posto di ritrovo, ad Affori.

E poi mi alzo e la mia cravatta attraversa di nuovo Villa Litta notturna, che i passi sono compiuti, la pancia è piena, sto andando a letto presto, e tutto è buono, stanotte.

Anche se i biliardi non hanno le buche.

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Affori: il Fantasma

Una nuova presenza infesta le vie e i bar e i negozi di Affori: io.

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Quando la mattina la mia camicia bianca si aggira per la quiete del parco di Villa Litta, le signore che portano a spasso il cane la  guardano, la mia camicia, inquietate dalla sua inamidata estraneità.

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Quando  la mia cravatta blu scuro si infila in vecchie banche abbandonate, ora ricoperte di graffiti e occupate da chi vuole una società migliore, i magrebini e i vecchi comunisti la guardano, la mia cravatta.

Quando, nella luce rossiccia di un locale, delle braccia tatuate porgono un bicchiere di Jack Daniels alla mia giacca, e questa, poggiatasi su un sedia trona e che domina tutto il locale, tira fuori il computer e si  mette a scrivere, il piccolo gruppo di ragazzi latinamericani la guarda, la mia giacca.

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Sono un intruso.

Infesto Affori . Mi sono fatto delle idee, su questo posto, di questo quartiere dell’estremo Milano Nord, di questo luogo che è quasi qualcos’altro; idee che saranno magari smentite da una maggiore conoscenza, o che farebbero ridere chi su questo cemento ha mosso i primi passi e ci si è rovinato le ginocchia, ma per ora le mie idee di fantasma sono queste.

Tenetele o usatele per pulire la lettiera del gatto. Poco conta

La prima idea si chiama TRANSIENZA.

Affori è un quartiere attraversato da un lunga via dritta, che si chiama Pellegrino Rossi. Senza rallentare Pellegrino Rossi cambia la pelle e diventa Via Astesani, che continua la sua corsa folle fino a trasformarsi e a diventare Comasina. Una rapida successione di macchine taglia in due Affori i come denti di una sega, e la realtà di Affori ne è irremedialmente compromessa (sempre la transienza erode la solida concretezza dei luoghi; per questo hotel aeroporti e  stazioni sono così onirici, e surreali, e sottili).

La seconda idea si chiama INEVOLUZIONE.

Affori era un comune a se stante (che comprendeva Dergano) fino al 1923. Affori nel 1923 è diventata comune di Milano. Affori questa cosa di essere Milano e non più Affori non l’ha ancora accettata.

La prova? Lo scorso fine settimana la mia camicia bianca e la mia cravatta blu scuro e la mia giacca si aggiravano per la festa del patrono di Affori (che non è Sant Ambroeus, ma Santa Giustina). La mattina la famosa Banda D’Affori ha sfilato via Astesani, ora chiusa al traffico, e tra le bancarelle passeggiavano tranquilli famiglie e vecchietti e bambini.  Signori, io sono cresciuto in paese, riconosco una festa patronale paesana dalla singola curva di una spirale di liquerizia. Affori non vuole diventare città.

Volete prove ulteriori, miei cari San Tommasi? Ma facile. Entrate in un bar, in una pizzeria, un ristorante. Alle pareti troverete cupo legno scuro, e poster ingialliti di una Milano sparita; dietro il bancone un’ottantenne vi chiederà 3 volte se avete ordinato un cappuccino, e alla fine vi farà un orzo. Nella maggior parte dei luoghi dove metterete piede troverete qualcosa che era lussuoso e moderno un tempo, e ora non lo è piiù.  Affori è Affori e non vuole essere Milano.  Che non significa che lungo Pellegrini Rossi non ci siano lavanderie automatiche e kebab, e l’Esselunga, e piccoli negozi di alimentari e liquori che pakistan cortesi tengono aperti fino a tardi; ma questi mi danno l’impressione di essere  corpi estranei su un corpo che vuole ostinatamente continuare ad essere l’Affori che era.  E che, forse, si perde l’Affori che potrebbe essere.

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La terza idea si chiama VILLA LITTA

E’ la seconda volta che la cito, vale la pena spiegarla. Villa Litta è un villa nobiliare con giardino che è diventata biblioteca con parco.

Se dici a qualcuno che a Affori non c’è niente, ti risponderà senza fallo “Ma come, c’è Villa Litta!”

“Andavo sempre a studiare alla biblioteca di Villa Litta” ti racconta la tua amica Lavinia Mendoza dei Cancelletti Dimiziani, “anche se dovevo prendere tre pullman.” La biblioteca, un palazzo con tanto di affreschi, è aperta fino alle 10 di sera, e ha tantissimi libri e fumetti e film. Ha persino gli audiolibro, così che Claudio Bisio possa leggerti Gianni Rodari. E qui organizzano corsi di teatro, e ginnastica dolce, ed eventi su Luigi Tenco.

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“Villa Litta è uno dei parchi più belli di Milano”, ti diranno colleghi insospettabili, dirigenti il cui stipendio equivale al PIL del Giappone e che pensavi mai uscissero da via Della Spiga.

E veramente è un piccolo incanto. Qui raduno i miei pensieri all’inizio di ogni giornata, già nella mia tuta da ufficio, sotto un sole ancora basso e un’aria umida, con una nonna che allontana un bambino dal castagno.

“Vedi!” dice la nonna “I pappagalli stanno facendo cadere le castagne”

Qui la mia cravatta sventola, e la camicia si espande sul petto mentre ingoio aria forse bagnata, ma pulita.

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Infesto Affori.

Baggio: riapre lo Zoe

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Baggio, Barona e Quarto Oggiaro sono forse le tre periferie con la peggiore nomina di Milano. E quindi stasera sono a Baggio.

Sono, infatti, alla riapertura dello Zoe. Con me c’è Elena dei Dinosauri e Giuliana de Sa Sartiglia, una mia amica sarda piccola piccola: praticamente Memole con l’accento di Oristano.

Elena dei Dinosauri è molto stupita che io non conosca lo Zoe. Era una specie di leggenda, lo Zoe, una discoteca dark e metal, piena di soggetti assurdi. Cinque anni fa lo hanno chiuso.

Cerchiamo di rimanere aperti almeno un mese.” ha scritto l’organizzatore della serata su Facebook.

Alle 11 siamo già fuori in fila.

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Intorno a me ho tatuaggi, capelli lunghi, pelle sulla pelle, zeppe improbabili ai piedi, e zinne ultra-compresse, e pronte a schizzare fuori da corpetti neri. Arriva una donna e saluta uno già in fila: ha lunghe calze bianche, quella di destra decorata con un motivo a cuori,  quella di sinistra a picche. Una ragazza è avvolta in un kimono nero, e una bacchetta da ristorante cinese gli regge lo chignon. L’età media è alta, più sui 40 che sui 20; Elena suppone che i primi ad accorrere siano stati i nostalgici del vecchio Zoe. I suoi Dinosauri concordano.

La fila scorre piuttosto veloce e ben presto superiamo un buttafuori (naturalmente capellone) e ci arrampichiamo per le lunghe scale dello Zoe. Io rubo qualche foto con il cellulare e Giuliana de Sa Sartiglia, che non ama essere ritratta, esprime il suo dissenso.

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Ci consegnano la consumazione su un foglietto colorato da sagra paesana e ci timbrano la mano. Non posso fare a meno di notare che il timbro riporta la bizzarra dicitura “Sport Mondo Milano”.

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Entriamo. Tre tizi sul palco con maschere da film horror suonano un pezzo che deve essere stato l’hit dell’estate nel terzo girone dell’inferno, una specie di canzone dance suonata con le motoseghe.

Ci infiliamo nella sala fumatori alla ricerca di qualcosa da bere. La sala fumatori è bella grande, ha un suo bar, un suo dj con le tettine, e la scritta “I wanna rock n roll all night” appesa al muro.  Una ragazza vasta, con i capelli biondi appiccicati ad un lato della faccia, balla sopra un divano. Appoggiamo la nostra consumazione sul bancone del bar e chiediamo tre rum e cola.

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Il barista è così lento che Giuliana de Sa Sartiglia fa in tempo a farsi abbordare. Io e Elena dei Dinosauri alziamo un sopracciglio: un classico. Il rum e cola arriva ed è cattivo. Guardo ammirato il barista: non avevo mai conosciuto qualcuno in grado di sbagliare un rum e cola. Disgustata, Elena appoggia il suo su un basso tavolino; verrà urtato, rovesciato e calpestato dai piedi vari, alcuni anche scalzi.

Elena mi indica un tizio: ha la faccia, la stempiatura e gli occhialini di un ragioniere, ma è avvolto in una rete a maglie larghe e indossa un completo intimo da donna fucsia.

“Io ce l’ho uguale.” mi dice Elena dei Dinosauri

“Non ne dubitavo.” rispondo io.

Usciamo ad incontrare un amico di Elena, e lo troviamo davanti alla Zoe. Sigarette vengono accese come stelline a capodanno. Io ho ormai l’usuale fitta: è un mese che non tocco una sigaretta, e questi monenti di condivisione tabagista è dove l’astinenza si fa più acuminata. Per distrarmi, mi guardo intorno.

Davanti allo Zoe c’è una piazzetta, ora invasa da capelli  multicolor, giacche mimetiche e creste. A primo impatto, Baggio non tiene fede alla sua fama. Ha qualcosa del paesino, e del paesino tranquillo per di più: chiese vecchie, case basse, perfino pochissime scritte sui muri. Certo, ne ho una visione parziale e per di più notturna, ma non ho la stessa sensazione di quando sono stato paracadutato a Bovisa, o di quando attraversavo la perpendicolarità delle strade di Quarto Oggiaro. Devo tornarci di giorno.

Mostriamo al buttafiori la scritta”Sport Mondo Milano” e rientriamo. La gente balla come se non avesse voglia, ondeggiando leggermente sul posto, e credo di capire che è così che si balla il dark. C’è una bella distanza tra un giubbotto di pelle e l’altro, eppure Elena dei Dinosauri mi assicura che non ha mai visto lo Zoe così pieno. Elena saluta tutti, conosce tutti; andare con lei in un locale dark è come andare a messa con il Papa.

Arriva un ragazzo ed è uguale a Marilyn Manson. Certo, ci si impegna: ha lenti a contatti bianche, lo stesso taglio di capelli e il volto truccato, ma devo dire che i lineamenti e la forma del volto sono proprio quelli. Lo raggiunge la sua ragazza, ed è identica a Marylin Manson anche lei.

Ordino una birra, ma ci deve essere un problema di comunicazione perché mi consegnano una Corona con il limone dentro, che oltre a non essere birra è anche vietata dalla Convenzione di Ginevra. Scopro poi che i fusti di birra sono finiti all’una ed è rimasta quella. La ragazza vasta nel frattempo si è seduta sul divano su cui stava ballando, si è tolta le scarpe, e passa dieci minuti ad esaminarsi il piede nudo, la pianta, gli spazi tra le dita. Qualcuno abborda Giuliana de Sa Sartiglia.

Torneremo allo Zoe, naturalmente.