Sanremo di Periferia: ultimo giro

di Massimiliano Priore

Sette, si sa, è la misura massima di tutte le cose. Che puntata è questa? La settima. Ergo, è l’ultima di questa rubrica sulle canzoni che parlano della periferia milanese. A differenza delle altre sei, incentrate su luoghi, la voglio fare su un artista che ha fatto sì delle canzoni su Milano, ma che non potevo citare troppo spesso, passim, perché non appartiene alla tradizione meneghina in senso stretto. Sto parlando di Vinicio Capossela.

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Capossela

Avrei potuto parlare di lui fin dalla prima puntata. Infatti, ha scritto una canzone che si chiama Addio, Innocenti, laddove Innocenti è la celeberrima fabbrica che stava proprio da quelle parti. Una nota su questa canzone: l’ha eseguita solo dal vivo e in un incontro, non ricordo se alla Feltrinelli o alla Fnac, dichiarò di non volerla incidere. Un altro brano che ci interessa è La pioggia di novembre, che avrei potuto inserire nell’articolo sul carcere (“e piove stasera/anche sul chiuso della galera”), nell’articolo sui luoghi fuori Milano (“piove sulle campane/delle pievi romane”), ma anche in quello su Loreto (“la casbah di Buenos Aires”). C’è anche una strofa sulle Varesine: l’area in cui sorgevano adesso è centro, centrissimo, ma un tempo, un tempo non così lontano, lo era? Lo stesso ci si può chiedere del “Bosco di Gioia”, omaggiato dagli Eelst in Parco Sempione.

 

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Da Baggio a Gaggiano, tutto quello di cui non ho scritto

Nel corso di questa rubrica, so di aver trascurato delle cose, un po’ per dimenticanza, un po’ per ignoranza (ho voluto scrivere di quello che già sapevo, senza fare ricerche su Wikipedia e su altri siti), un po’ perché ho sempre cercato di fare un discorso organico. Anche se non riesco a contestualizzarle, vorrei comunque consigliare l’ascolto di tre brani di Jannacci. Si tratta di Prendeva il treno (quartiere: Baggio, anzi, dietro a Baggio), La forza dell’amore (Milano qua e là, ma c’è un po’ di periferia) e il Dritto (quartiere: Giambellino). Sembra che Il Dritto sia dedicata a Teocoli. Pregevole la versione in duetto con Milva.

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Non ho mai parlato dei Navigli perché non li considero periferia, comunque volendo c’è La festa dei Navigli di D’Anzi. Lo è sicuramente Ronchetto, cui si fa cenno in El Biscella, insieme a San Cristoforo. A proposito, è da lì che prendeva il treno il protagonista del brano menzionato poco sopra? In fondo, Baggio e San Cristoforo sono abbastanza vicini.

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Non ho mai parlato del brano di Leone di Lernia Tu sei di Baggio perché anche l’antisnobismo “ha un limitismo”. Comunque, nel pezzo di nominano anche: Quarto Oggiaro, Giambellino, Musocco, Pioltello, Bovisa e Gaggiano. A proposito di Gaggiano: qui è stata girata dell’uccisione di Asso. Sicario è interpretato da Gianni Magni, che faceva parte dei Gufi.

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Breve intervista dal quartiere delle meraviglie

Racconti da Bovisa, il quartiere delle meraviglie.

Francesco Facchini è un pionere del mobile journalism (#mojo, ho scoperto che si chiama) e blogger, ed è stato così cortese da realizzare questa breve intervista.

Andate a dare uno sguardo al suo blog, tratta di varie cose, tra cui anche il tema spinoso dei padri separati, anche loro spesso abitanti delle nostre periferie.

http://www.francescofacchini.it/

 

Falò

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Federico Rizzo ce l’ha con me. Ce l’ha con me perché nel libro che ho scritto su Bovisa non ho mai parlato di Cascina Albana, la vecchia cascina che si erge lungo la desolazione di via Bovisasca, tra le capanne di lamiera e il parcheggio dei camper.

Federico è occhialuto e appassionato. Un mattino ci diamo appuntamento al Mamusca, e lui arriva carico di libri e di storie e documenti che ha trovato in archivi e catasti, e che sparge per tutti i tavoli colorati.

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Mi mostra una riproduzione di un’antica mappa di Milano, la mappa di Clarici del 1580, dove Milano è solo il suo centro, e gli altri quartieri sono borghi agricoli collegati dalle strade che ci sono ancora. Ci sono tutti: Quarto, Barona, “Buisa”.

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“Lo sai che lungo via Bovisasca correva una roggia, una specie di naviglio?” mi dice. “Poi è stata interrata, ma se metti l’orecchio al tombino in via Ricotti davanti alla Chiesa ma puoi ancora sentirlo.”

Gli chiedo di Cascina Albana, dove vive, e dove è stato uno degli organizzatori di feste e orti. Si gratta la testa.

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“E’ un posto strano.” mi dice infine. “Un mix sociale. Abbiamo un po’ di tutto: immigrati, artisti, anziani, professionisti. E’ antichissima, la trovi già nel catasto teresiano del 1722, ma potrebbe anche essere più antica. Hanno messo il gas nel 35 e l’acqua potabile nelle case nel 50.”

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E subito mi gira il link a due o tre siti dove posso trovare maggiori informazioni. Ma Federico è inarrestabile,  ciclonico. Ha già cambiato argomento, e mi parla della festa di quartiere di Dergano, “Via Dolce Via“, e mi dice che devo assolutamente partecipare, e le chiacchiere sulla Cascina Albana finiscono lì.

Così, quando scopro che si sta organizzando un falò della merla nei suoi  orti decido di andarci. Invito tutti, ne parlo a lavoro. Organizzano un falò della merla, secondo la vecchia tradizione milanese. Ci sarà da bere, e gente, e roba da mangiare.

Naturalmente arrivo tardi, ed in solitaria. Non trovo subito gli orti, e faccio un giro per il cortile della Cascina.

Se state pensando a posti pettinati come Cascina Cuccagna, siete distanti anni luce. E se la state accomunando a posti di contro-cultura tipo la Torchiera, con le sue conversazioni sul te’ al peyote, ancora acqua. Avrebbe bisogno di qualche imbiancata, ma è un posto vivo, dove la gente del popolo ha iniziato a vivere centinaia di anni fa, e ci vive ancora. Non ci sono più le stalle, e alle sue spalle hanno costruito dei palazzoni colorati che sembrano degli enormi lego, ma il lavatoio c’è ancora, e questo è un pezzo di Milano che è sopravvissuto a due guerre e al boom economico. Un pezzo di storia, non turistico ma vero.

Alla fine trovo il falò in un bel parco alla sinistra della cascina, proprio vicino alla ferrovia. Al mio paese c’è un proverbio per quando si arriva a festa finita, ed è “arrivare dopo i fuochi”, nel senso d’artificio.  Io stavolta sono arrivato dopo il fuoco.

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Ormai è rimasta solo brace, e mi viene immediatamente voglia di metterci sopra un po’ di pane e farmi una bruschetta. Invece è sopravvissuto solo qualche frammento di frappa (chiacchiera, bugie, come le chiamate) e un bicchiere di vino, ma stanno già per smontare tutto. Eppure c’è ancora gente attorno al quasi fuoco. Una bambina dai capelli ricci fruga il parco per trovare bastoncini da bruciare, e soffia sulla braci per ravvivarle. Due ragazzi percuotono i  bonghi, e un gruppo di ragazze su quel ritmo alterna canti brasiliani e milanesi; una soffia in un flauto.

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Scrocco una sigaretta ad un ragazzo grosso e pelato, e scopro che vive a Cascina Albana, e non vorrebbe vivere da nessuna altra parte  al mondo. Parliamo della Bovisa, di quanto sia un bel posto. Parliamo di come Piazza Schiavone sia forse la piazza brutta più brutta al mondo.

“Sai che quel folle dell’architetto pensava di fare una specie di Piazza del Campo a Siena?” gli dico. “Per quello ha quello forma a ventaglio.”

“Ma dai!” ride lui “Il mio amico, qua, è di Siena.”

Cupo in volto, guardo il senese.

“Non denunciarci, per favore.” imploro. Lui si fa una risata. Mi salutano. Anche per me è giunto il tempo di andare. Qualcuno riempe un secchio d’acqua per spegnere ciò che è rimasto del fuoco, dice alla gente di spostarsi. Il fumo sale gonfio nel cielo, mentre mi allontano.

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PS: nel video sotto Federico, con documenti alla mano, vi racconta la storia di Cascina Albana.

E qui invece vi porta a fare un giretto.

Natale, o il ritorno dei terroni

Oggi vi scrivo da una periferia particolare: il paese.

Ohhh, già vi vedo, voi cresciuti all’ombra della Madonnina. Ma cosa ce ne frega del paese? Ohh, già vi sento, voi che avete tirato i primi calci nei campi di calcio di Bovisa, voi avete bruciato soldi nei bar della Comasina, ma cosa ci frega, dite, del paese da dove vieni tu? Non sei mica dell’alto Lazio, dove le colline sfociano nella toscana? Che ce ne frega, a noi, del tuo paesuculo sorto sul tufo rosso?

“Ho sentito i risultati dell’ISTAT” mi dice mio padre, nel lungo buio viaggio in macchina che porta da stazione termini al mio paese, dove passo le feste “l’ISTAT dice che la maggioranza delle famiglie di Milano sono composte da una sola persona.”

Perché vi svelo un segreto: Milano siamo noi. Da un punto di vista statistico, tolti i cinesi e i magrebini che vi radono il kebab alle 3 di notte, Milano siamo noi. Noi sfollati dal Lazio, dalla Puglia, dalla Toscana. Noi emigrati dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Sardegna. Noi che per trovare lavoro o una vita meno stretta o diosolosacosa abbiamo mollato i nostri paesini nelle periferie dell’Italia e siamo venuti a riempire le periferie di Milano. Noi che la mattina ci allacciamo la cravatta al collo, ci stringiamo il grembiule sui fianchi, e facciamo di Milan una gran Milan, e delle periferie delle grandi periferie.

Che poi le periferie, le migliori, quelle belle, sono dei gran paesi. O lo erano. E se lo erano ancora il paese si vede, se ne guardi attentamente la filigrana, in controluce.

E poi Milano, vi svelo un segreto, è due cose, almeno.

La prima.

Milano è un parco giochi. Un immenso parco giochi che offre il meglio che questo sterile paese può offrire. Vuoi vedere uno degli Smiths che fa il dj? A Milano puoi. Vuoi perderti nei fraseggi del jazz? A Milano puoi. Vuoi andare in un locale dove tutti ascoltano dark, e ballano oscillando il corpo magro? A Milano puoi. È un immenso parco giochi pensato soprattutto per noi, famiglie di una persona sola, scappati da un destino dove saremmo stati tutte le sere nello stesso identico bar di paese calabrese, sempre con la stessa gente, sempre con la stesse facce.

Che non è poi brutto, solo non faceva per noi.

La seconda.

La seconda cosa che è Milano è un frullatore. È quella, la sua forza più grande. Prende persone da ogni singolo angolo di Italia e anche del mondo e li porta qui. Gli spiriti inquieti qua finiscono, e qua producono e creano, e qua regalano a tutti, anche a chi Milano non ama.

Periferie. Paese. Non così lontane.

Sono nel pub del mio paese ora. E’ Natale. Intorno a me ci sono quelli che sono rimasti, e hanno creato vite qua. Intorno a me ci sono quelli che sono andati, e che ora sono Product Manager a Milano, o poliziotti in Sardegna. Entra qualcuno che era assente da tempo e si alzano grida di sorpresa e benvenuto, e bicchieri pieni di birra.

Che fine hai fatto? gli chiediamo.

Mi occupo di robotica in Polonia, risponde.

Pago le birre e i whisky e mi dirigo verso casa, sotto un cielo pieno di luci fredde. Attraverso il giardino della casa che un tempo era dei miei nonni, ora dei miei genitori. Qui un giorno è arrivato un ulivo, dalla puglia. Chissà forse voleva venire a Milano a fare il product manager, e invece a finito a Bassano Romano provincia di Viterbo, si chiama Romano perché Viterbo ci sta un po’ sul cazzo.

Comunque.

Torno a casa dal pub del paese. L’ulivo è arrivato due tre anni fa nel giardino, arrivato con le fronde tagliate, una tristezza, un tronco che la vita la conservava stretta e nascosta nel suo guscio.

Ed ora è pieno di rami, e di foglie.

E penso che la vita è tornata, ed è esplosa, ed ha vinto.

Che c’è voluta molta cura, molto lavoro.

E che la bellezza può esplodere anche dove sembrava perduta.

Chissà, anche a Milano, anche nelle periferie.

Finché rimane un minimo di vita, con tanto lavoro e tanta cura, possiamo tornare a risplendere, ad allargare i nostri rami, a rivestirci di verdi foglie.

E torno a casa, pieno di speranza.

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Affori: il Fantasma

Una nuova presenza infesta le vie e i bar e i negozi di Affori: io.

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Quando la mattina la mia camicia bianca si aggira per la quiete del parco di Villa Litta, le signore che portano a spasso il cane la  guardano, la mia camicia, inquietate dalla sua inamidata estraneità.

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Quando  la mia cravatta blu scuro si infila in vecchie banche abbandonate, ora ricoperte di graffiti e occupate da chi vuole una società migliore, i magrebini e i vecchi comunisti la guardano, la mia cravatta.

Quando, nella luce rossiccia di un locale, delle braccia tatuate porgono un bicchiere di Jack Daniels alla mia giacca, e questa, poggiatasi su un sedia trona e che domina tutto il locale, tira fuori il computer e si  mette a scrivere, il piccolo gruppo di ragazzi latinamericani la guarda, la mia giacca.

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Sono un intruso.

Infesto Affori . Mi sono fatto delle idee, su questo posto, di questo quartiere dell’estremo Milano Nord, di questo luogo che è quasi qualcos’altro; idee che saranno magari smentite da una maggiore conoscenza, o che farebbero ridere chi su questo cemento ha mosso i primi passi e ci si è rovinato le ginocchia, ma per ora le mie idee di fantasma sono queste.

Tenetele o usatele per pulire la lettiera del gatto. Poco conta

La prima idea si chiama TRANSIENZA.

Affori è un quartiere attraversato da un lunga via dritta, che si chiama Pellegrino Rossi. Senza rallentare Pellegrino Rossi cambia la pelle e diventa Via Astesani, che continua la sua corsa folle fino a trasformarsi e a diventare Comasina. Una rapida successione di macchine taglia in due Affori i come denti di una sega, e la realtà di Affori ne è irremedialmente compromessa (sempre la transienza erode la solida concretezza dei luoghi; per questo hotel aeroporti e  stazioni sono così onirici, e surreali, e sottili).

La seconda idea si chiama INEVOLUZIONE.

Affori era un comune a se stante (che comprendeva Dergano) fino al 1923. Affori nel 1923 è diventata comune di Milano. Affori questa cosa di essere Milano e non più Affori non l’ha ancora accettata.

La prova? Lo scorso fine settimana la mia camicia bianca e la mia cravatta blu scuro e la mia giacca si aggiravano per la festa del patrono di Affori (che non è Sant Ambroeus, ma Santa Giustina). La mattina la famosa Banda D’Affori ha sfilato via Astesani, ora chiusa al traffico, e tra le bancarelle passeggiavano tranquilli famiglie e vecchietti e bambini.  Signori, io sono cresciuto in paese, riconosco una festa patronale paesana dalla singola curva di una spirale di liquerizia. Affori non vuole diventare città.

Volete prove ulteriori, miei cari San Tommasi? Ma facile. Entrate in un bar, in una pizzeria, un ristorante. Alle pareti troverete cupo legno scuro, e poster ingialliti di una Milano sparita; dietro il bancone un’ottantenne vi chiederà 3 volte se avete ordinato un cappuccino, e alla fine vi farà un orzo. Nella maggior parte dei luoghi dove metterete piede troverete qualcosa che era lussuoso e moderno un tempo, e ora non lo è piiù.  Affori è Affori e non vuole essere Milano.  Che non significa che lungo Pellegrini Rossi non ci siano lavanderie automatiche e kebab, e l’Esselunga, e piccoli negozi di alimentari e liquori che pakistan cortesi tengono aperti fino a tardi; ma questi mi danno l’impressione di essere  corpi estranei su un corpo che vuole ostinatamente continuare ad essere l’Affori che era.  E che, forse, si perde l’Affori che potrebbe essere.

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La terza idea si chiama VILLA LITTA

E’ la seconda volta che la cito, vale la pena spiegarla. Villa Litta è un villa nobiliare con giardino che è diventata biblioteca con parco.

Se dici a qualcuno che a Affori non c’è niente, ti risponderà senza fallo “Ma come, c’è Villa Litta!”

“Andavo sempre a studiare alla biblioteca di Villa Litta” ti racconta la tua amica Lavinia Mendoza dei Cancelletti Dimiziani, “anche se dovevo prendere tre pullman.” La biblioteca, un palazzo con tanto di affreschi, è aperta fino alle 10 di sera, e ha tantissimi libri e fumetti e film. Ha persino gli audiolibro, così che Claudio Bisio possa leggerti Gianni Rodari. E qui organizzano corsi di teatro, e ginnastica dolce, ed eventi su Luigi Tenco.

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“Villa Litta è uno dei parchi più belli di Milano”, ti diranno colleghi insospettabili, dirigenti il cui stipendio equivale al PIL del Giappone e che pensavi mai uscissero da via Della Spiga.

E veramente è un piccolo incanto. Qui raduno i miei pensieri all’inizio di ogni giornata, già nella mia tuta da ufficio, sotto un sole ancora basso e un’aria umida, con una nonna che allontana un bambino dal castagno.

“Vedi!” dice la nonna “I pappagalli stanno facendo cadere le castagne”

Qui la mia cravatta sventola, e la camicia si espande sul petto mentre ingoio aria forse bagnata, ma pulita.

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Infesto Affori.

Baggio: riapre lo Zoe

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Baggio, Barona e Quarto Oggiaro sono forse le tre periferie con la peggiore nomina di Milano. E quindi stasera sono a Baggio.

Sono, infatti, alla riapertura dello Zoe. Con me c’è Elena dei Dinosauri e Giuliana de Sa Sartiglia, una mia amica sarda piccola piccola: praticamente Memole con l’accento di Oristano.

Elena dei Dinosauri è molto stupita che io non conosca lo Zoe. Era una specie di leggenda, lo Zoe, una discoteca dark e metal, piena di soggetti assurdi. Cinque anni fa lo hanno chiuso.

Cerchiamo di rimanere aperti almeno un mese.” ha scritto l’organizzatore della serata su Facebook.

Alle 11 siamo già fuori in fila.

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Intorno a me ho tatuaggi, capelli lunghi, pelle sulla pelle, zeppe improbabili ai piedi, e zinne ultra-compresse, e pronte a schizzare fuori da corpetti neri. Arriva una donna e saluta uno già in fila: ha lunghe calze bianche, quella di destra decorata con un motivo a cuori,  quella di sinistra a picche. Una ragazza è avvolta in un kimono nero, e una bacchetta da ristorante cinese gli regge lo chignon. L’età media è alta, più sui 40 che sui 20; Elena suppone che i primi ad accorrere siano stati i nostalgici del vecchio Zoe. I suoi Dinosauri concordano.

La fila scorre piuttosto veloce e ben presto superiamo un buttafuori (naturalmente capellone) e ci arrampichiamo per le lunghe scale dello Zoe. Io rubo qualche foto con il cellulare e Giuliana de Sa Sartiglia, che non ama essere ritratta, esprime il suo dissenso.

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Ci consegnano la consumazione su un foglietto colorato da sagra paesana e ci timbrano la mano. Non posso fare a meno di notare che il timbro riporta la bizzarra dicitura “Sport Mondo Milano”.

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Entriamo. Tre tizi sul palco con maschere da film horror suonano un pezzo che deve essere stato l’hit dell’estate nel terzo girone dell’inferno, una specie di canzone dance suonata con le motoseghe.

Ci infiliamo nella sala fumatori alla ricerca di qualcosa da bere. La sala fumatori è bella grande, ha un suo bar, un suo dj con le tettine, e la scritta “I wanna rock n roll all night” appesa al muro.  Una ragazza vasta, con i capelli biondi appiccicati ad un lato della faccia, balla sopra un divano. Appoggiamo la nostra consumazione sul bancone del bar e chiediamo tre rum e cola.

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Il barista è così lento che Giuliana de Sa Sartiglia fa in tempo a farsi abbordare. Io e Elena dei Dinosauri alziamo un sopracciglio: un classico. Il rum e cola arriva ed è cattivo. Guardo ammirato il barista: non avevo mai conosciuto qualcuno in grado di sbagliare un rum e cola. Disgustata, Elena appoggia il suo su un basso tavolino; verrà urtato, rovesciato e calpestato dai piedi vari, alcuni anche scalzi.

Elena mi indica un tizio: ha la faccia, la stempiatura e gli occhialini di un ragioniere, ma è avvolto in una rete a maglie larghe e indossa un completo intimo da donna fucsia.

“Io ce l’ho uguale.” mi dice Elena dei Dinosauri

“Non ne dubitavo.” rispondo io.

Usciamo ad incontrare un amico di Elena, e lo troviamo davanti alla Zoe. Sigarette vengono accese come stelline a capodanno. Io ho ormai l’usuale fitta: è un mese che non tocco una sigaretta, e questi monenti di condivisione tabagista è dove l’astinenza si fa più acuminata. Per distrarmi, mi guardo intorno.

Davanti allo Zoe c’è una piazzetta, ora invasa da capelli  multicolor, giacche mimetiche e creste. A primo impatto, Baggio non tiene fede alla sua fama. Ha qualcosa del paesino, e del paesino tranquillo per di più: chiese vecchie, case basse, perfino pochissime scritte sui muri. Certo, ne ho una visione parziale e per di più notturna, ma non ho la stessa sensazione di quando sono stato paracadutato a Bovisa, o di quando attraversavo la perpendicolarità delle strade di Quarto Oggiaro. Devo tornarci di giorno.

Mostriamo al buttafiori la scritta”Sport Mondo Milano” e rientriamo. La gente balla come se non avesse voglia, ondeggiando leggermente sul posto, e credo di capire che è così che si balla il dark. C’è una bella distanza tra un giubbotto di pelle e l’altro, eppure Elena dei Dinosauri mi assicura che non ha mai visto lo Zoe così pieno. Elena saluta tutti, conosce tutti; andare con lei in un locale dark è come andare a messa con il Papa.

Arriva un ragazzo ed è uguale a Marilyn Manson. Certo, ci si impegna: ha lenti a contatti bianche, lo stesso taglio di capelli e il volto truccato, ma devo dire che i lineamenti e la forma del volto sono proprio quelli. Lo raggiunge la sua ragazza, ed è identica a Marylin Manson anche lei.

Ordino una birra, ma ci deve essere un problema di comunicazione perché mi consegnano una Corona con il limone dentro, che oltre a non essere birra è anche vietata dalla Convenzione di Ginevra. Scopro poi che i fusti di birra sono finiti all’una ed è rimasta quella. La ragazza vasta nel frattempo si è seduta sul divano su cui stava ballando, si è tolta le scarpe, e passa dieci minuti ad esaminarsi il piede nudo, la pianta, gli spazi tra le dita. Qualcuno abborda Giuliana de Sa Sartiglia.

Torneremo allo Zoe, naturalmente.

 

 

 

 

I Pokemon della Bovisa

Ho scoperto che Bovisa ha dei pokemon che non esistono in nessuna altra parte del mondo.

Nonostante il mio trasloco diluito (tre pacchi alla volta), i vani tentativi di allacciare il gas (“Ecco tutta la documentazione.” “Bene ma ce la deve inviare parte via fax” “MA SONO QUI DAVANTI AL TUO CAZZO DI SPORTELLO HO PRESO UN PERMESSO DAL LAVORO MI SPIEGHI PERCHÉ TE LA DEVO INVIARE VIA FAX E POI PERCHÉ VIA FAX CHE SIAMO NEL 1800 VUOI CHE TI MANDO UN PICCIONE VUOI CHE TE LO DETTO IN CODICE MORSE va bene mi calmo mi scusi signorina ve la mando via fax come se gli ultimi 50 anni di progressi tecnologici non siano mai esistiti va bene” “Gentile cliente, abbiamo ricevuto la sua documentazione ma è incompleta, deve infatti precisare dove il tubo…” “GONFI DOVETE MORIRE, AVETE CAPITO, GONFI!”)…

Mi sono perso. Dov’ero?

Ah sì. Dicevo: Nonostante il mio trasloco diluito, i vani tentativi di allacciare il Gas (“GONFI! VI RIGO LA MACCHINA!”) e non da ultima la frenesia lavorativa che ti prende quando stai per andare in ferie, ho trovato comunque il tempo di scaricare e provare la hit del momento, Pokemon Go, e di andarmene in giro per la Bovisa, periferia di Milano, a caccia di Pikachu e della sua allegra compagnia di mostriciattoli digitali.

E qui ho fatto una scoperta eccezionale. Bovisa non ha i Pokemon del resto del mondo, no. Ad esempio, in qualsiasi altro posto del mondo, all’inizio del gioco, Pokemon Go ti propone  di scegliere tra Charizard, Squirtle o Bulbasauro.

Io invece ho trovato subito un Elenasauro selvatico.

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Naturalmente l’ho immediata catturata, e, con il suo supporto, ho potuto andare a caccia degli affascinanti Pokemon della periferia di Milano.

Ad esempio Portaspassoilkan, un pokemon che si può incontrare anche nelle più tarde ore della notte

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Maghrebin, il pokemon che telefona in arabo (scusate la foto mossa ma ho tirato  male la pokeball e mi è sfuggito):

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Nontechno, il vecchietto che ti chiede di telefonare alla moglie con il suo cellulare, e che si stupisce quando non sai che sua moglie si chiama Veronica(lui l’ho lasciato andare, perché con tutta la fatica che ha fatta per telefonare alla sua Veronica, mi sembrava una cattiveria catturarlo).

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Duopall, un pokeman a due teste che si aggira nelle calde sere estive guardando vetrine, e prendendo un gelato.

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E infine Nonnin, un pokemon anziano e benevolo che veglia sui giovani pokemon Nipotin, intenti a tirarsi una sfera con i piedi.

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L’elenco potrebbe essere infinito, ma credo di aver chiarito il concetto che o il mio cellulare funziona male, o a Bovisa vivono creature straordinarie, non presenti in nessuna realtà virtuale o aumentata.

Ora, io ho sentito molte critiche su Pokemon Go, molte delle quali ho trovato facilone e un po’ snob. E’ un gioco che ti porta fuori casa, a scoprire punti del tuo quartiere e della tua città che magari non avresti mai visitato, e questo non può non essere una cosa buona.

Basta che ci ricordiamo che anche la realtà non aumentata può essere meravigliosa.

 

 

 

Vandali: Elis Mal e il ponte della Ghisolfa

Sotto il ponte della Ghisolfa vedo una ragazza.

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Io sono in macchina, e la vedo con la coda dell’occhio. Penso: punkabestia. Forse vagabonda tedesca, in cerca di riparo dalla pioggia perennemente incombente di questi giorni monsonici. Guardo meglio: è giovane e carina, e soprattutto un po’ troppo curata, un po’ troppa precisa per una che si è fatta baciare dai marciapiedi d’Europa.

E poi noto delle bombolette.

E una lunga asta con in cima un pennello.

Ho beccato una writer mentre sta disegnando.

Accosto, accendo una sigaretta, e mi dirigo verso di lei. Lei mi squadra, e con tono accusatorio mi chiede

“Sei tu?”

“Sono io?” rispondo.

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“Sei tu che m’hai coperto il pezzo? Scusa ma con tutte le colonne libere dovevi proprio coprire il mio?”

“Aspetta” rispondo “io non sono io.”

Spiego che non sono un writer stronzo, ma solo un tipo bizzarro che guarda e racconta. A supporto delle mie parole faccio vedere l’intervista che ho fatto alla crew dell’E-Team.

Si calma e si gira una sigaretta, guardando il muro appena imbiancato.

“No perché” mi spiega “qua avevo fatto una medusa, che era anche un saluto ad una persona che passava sempre di qua, e ieri notte mi hanno mandato un messaggio che me l’avevano coperta. Quindi son corsa, ora ho passato il bianco, e ne devo fare una sopra io per forza.”

“E scoprire dove abita, e che macchina ha, immagino” rispondo io.

Ride. “No quello no! Però non si fa. Non si copre un lavoro di un altro, fatto e finito. Senza motivazione. È uno sfregio gratuito. Ed a parer mio una mancanza di rispetto verso il lavoro di un altro.”

“Capisco. Oh dimmi se ti sto facendo perdere tempo.”

“No tranquillo, tanto il bianco si deve asciugare.”

Si gira una sigaretta. Anche io ne infilo in bocca un’altra.

“Rifarai la medusa?” chiedo.

“No.” mi risponde “Io non faccio quasi mai figurato, faccio astratto” e preso il cellulare mi mostra il suo profilo di Facebook, dove tutto è un complicato intrecciarsi di linee che deve prendere ore per essere realizzato.

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“Per me è una specie di mantra.” mi spiega “Erano gli scarabocchi che facevo sui quaderni quando mi annoiavo. E poi ho continuato a farli, solo su tela, o su muro. Più su tela in effetti, non faccio molto graffiti. Che poi per quanto riguarda i muri ho iniziato non da moltissimo, sarà un anno e mezzo.”

“E come hai cominciato?”

“Tel’ho detto con i quaderni delle medie.” mi risponde

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“In seguito ho fatto un laboratorio teatrale di integrazione sociale, per ragazzi abili e diversamente abili. E un giorno una persona, che stava trasformando in una casa il locale seminterrato di un ex rivenditore di moto, ha visto uno dei miei disegni e mi ha chiesto di affrescarglielo. Folle. Poi ho tanti amici che disegnano e ho iniziato a dargli una mano, mi facevano fare delle piccole parti, una cosa tira l’altra ed eccomi qua. Ripeto, in realtà io faccio soprattutto tela, e muri legali.”

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“Muri legali?” chiedo.

“Sì, non te l’hanno spiegato i ragazzi dell’E-Team?” si sorprende. “Pisapia ha definito e mappato i muri liberi di Milano, dove era legale disegnare. Facendo nascere un casino tra l’altro.”

“Perché? Non è meglio?”

“Sì certo.” mi risponde. “Solo che hanno cominciato a disegnare un sacco di ragazzi che non conoscevano la cultura, su muri che storicamente erano di alcune crew. Insomma ne è venuto fuori un bel casino, e pure qualche sberla.”

Guarda il muro bianco, butta la sigaretta e la schiaccia sotto il piede.

“Meglio che inizio. Sono anche senza scala, guarda che mi son dovuta inventare” e mi mostra il bastone telescopico con in cima un pennello legato con lo scotch.

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“Però non potevo fargliela passare liscia.” aggiunge.

“Ma scusa” chiedo “se è tutto questo casino, non puoi lasciare semplicemente il muro bianco? Vendetta è già compiuta, no?”

“Massì.” mi fa lei, intingendo il suo telescopico pennello nella vernice arancione.”È che voglio disegnare, dato che ci sono. Sennò potevo anche scriverci TOY sopra e basta.”

Toy?”

“Come te lo spiego? E… come un finto writer, uno che si atteggia solo a writer.”

“Senti, ma tu come ti chiami.”

Elis Mal.

“Ti posso chiedere una cosa?” domando infine “Io sto facendo una rubrica sul mio blog che si chiama Vandali, dove scopro e intervisto writer. Posso usare queste due chiacchiere per scrivere un pezzo, magari fare due foto?”

“Certo” mi fa lei,  “Ma se questo disegno viene una merda non mettere la foto, per favore!”

Voi che dite?

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Bimbi

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C’è un antidepressivo naturale, a Dergano.

Ho praticamente passato la giornata al Mamusca, uno di questi fine settimana. Il Mamusca è un colorato bar per mamme, bambini e adulti un po’ bambini. Ci sono passato in tarda mattinata, per far colazione; avevo voglia di un cappuccio, di un panotto al cioccolato,  e di fare due chiacchiere con Francesca.

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Francesca era dietro al bancone, e consigliava ad una giovane coppia di venire ad abitare a Dergano.

“Qui vivono un sacco di coppie con figli. C’è il parco, e poi tante iniziative.”

Affondo il naso nella crema del mio cappuccino e mi guardo intorno. Ci sono libri, per bambini e non, giocattoli, piatti da colorare. Vicino al bancone c’è un piccolo sgabello di legno, per consentire ai marmocchi più grandicelli di arrivare al loro succo di frutta.

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In maniera simile, nel bagno c’è un water, un water più piccolo, ed un vasino.

Fumiamo una sigaretta, io e Francesca. Parliamo un po’ di tutto: della manifestazione Via Dolce Via, nata da una sua idea e ora adottata da tutto il quartiere. Di quanto è complicato gestire un caffè, anche se divertente. Della mia nipotina e dei suoi tre figli.

“Il più grande”, mi rivela, con gli occhi sgranati dall’emozione, “tra quattro o cinque anni mi potrà aiutare al bar!”

Davanti alla vetrina, all’esterno, c’è una cassetta per il bookcrossing: se trovi un libro che ti piace, lo prendi e ne lasci un altro in cambio.

Una signora disegna.

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Sulla porta a vetri, invece, ci sono i manifesti in italiano, arabo e cinese di “Cinema di Ringhiera”, una iniziativa geniale dove film stranieri in lingua originale ma sottotitolati vengono proiettati nei vecchi cortili di Dergano; e così i neo-milanesi di origine varia si siedono fianco a fianco dei vecchi derganesi, che si sono sbucciati le ginocchia in quelle stesse corti, e questi due mondi abissalmente lontani ridono e si inteneriscono per le stesse storie.

Saluto Francesca: devo assolutamente trovare un papillon gigante (non fate domande).

Neanche un minuto dopo sono di nuovo al bancone: ho dimenticato di pagare.

E un’ora dopo sono di nuovo al colorato bancone di Francesca: avevo dimenticato anche lo zaino.

Ho fame, e già che ci sono ordino un hamburger vegetariano. Arriva un signore con delle scatole piene di libri, per il book crossing.

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Nel frattempo Paola, un’educatrice che aiuta Francesca, spiega ad una signora come funziona un gioco di carte dove lo scopo è raccontare storie.

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Io ho con me il computer aziendale, e penso “mah, proviamo a dare un occhio alla mail.”

Pessima idea.

Un camion Iveco ha nottetempo depositato nella mia posta una tonnellata di lavoro, e il mio umore vira sul temporalesco con la velocità del cielo milanese.

Fumo due sigarette per scacciare le nuvole scure, temporeggio, procrastino, contratto con me stesso, ed infine apro la prima di quindici mail.

E, proprio allora, succede.

Nell’arco di cinque minuti il tranquillo caffè è investito da un allegro tornado di bambini piccolissimi, che camminano barcollando, si spiaccicano sui divani, lasciano ditate sulla vetrina, e incastrano blocchi di legno in un tetris analogico. Una bella mamma tatuata, credo brasiliana, gioca con la sua bambina, che ha una codina proprio al centro della testa. Un bambino simpatico con le orecchie a sventola, in braccio ad una ragazza, è completamente intento a far passare anelli di legno nelle giravolte di un giocattolo.

E indovinate un po’? Mi ritrovo a sorridere. Sto verificando l’allineamento dei titoli di una presentazione, un lavoro che viene universalmente riconosciuto come solo leggermente meno palloso del dare il resto al casello; dovrei essere nero, annoiato, abbattuto del dover passare il mio sabato pomeriggio a lavorare.

Ma sorrido.

Dopo un po’ noto che i muscoli del volto mi tirano leggermente, come se stessero cercando di opporsi all’allegro incurvarsi delle mie labbra, come se il mio malumore non volesse arrendersi al fiore di risa che mi sta sbocciando in bocca. Ma poi il bambino con le orecchie a sventola molla il gioco, mi guarda, e fa un risolino.

E allora il mio malumore getta la spugna, borbotta “fanculo”, e va far piovere da qualche altra parte.

Veloce come è arrivato, il ciclone di bambini se ne va. Io nel frattempo ho finito, mettendoci molto meno tempo e fatica di quanto pensassi. Soddisfatto, fumo la sigaretta della vittoria. Guardo l’orologio: è ora di andare, è ora di annodare un giallo papillon gigante intorno al mio collo (sul serio, non chiedete). Spengo la sigaretta e ho ancora una sbavatura di sorriso, tutto intorno alla bocca.

Stavolta mi ricordo di pagare.

Ogni tanto mi incontro

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Ogni tanto mi incontro.

Mi incontro specialmente la sera, perché io e quelli come me li vedi in giro solo la sera. Torno a casa dal lavoro e mi incontro che sto tornando a casa dal lavoro. Indosso un completo che non mi sta benissimo perché sono un po’ sovrappeso, e i capelli o me li hanno tagliati male o è ora che li ritagli. E’ evidente che cerco di assomigliare a chi incontro in ufficio tutti i giorni, ma la cosa non mi riesce appieno. Talvolta quando mi incontro per strada ho un piccolo indizio di una diversità gelosamente custodita; sono segnali minimi, magari uno zainetto sbarazzino sul completo grigio.

Mi incontro spesso anche in treno; sono seduto due posti davanti al mio e sto leggendo un fumetto, oppure guardo fuori dal finestrino. A volte ho un tablet, perché lavoro e ho diritto di spendere i soldi.

Mi incontro al Penny, quasi sempre: mi sono in fila davanti, alla cassa, e sono forse un filo più basso, ma per il resto mi somiglio moltissimo. Compro pane in cassetta da usare tutta la settimana, ed un dolcetto tedesco al cioccolato perché sono goloso. Andando a casa occhieggio le donne. Ho un rapporto complicato, con le donne, quasi sempre.

Nell’infilare la chiave nel cancello mi chiama mia madre. Mi chiama tutti i giorni, o due volte al giorno, o spesso. Mi impiccio un po’, con spesa cellulare e chiavi, ma per fortuna nel frattempo arrivo e mi apro la porta (mi ringrazio con un cenno).

A casa vivo con due co-inquilini, o con uno, o da solo. Mi stiro la camicia, anzi, NON mi stiro la camicia, ma dovrei, il giorno dopo lo farò velocemente e male.

Entro nel letto, e cerco di non pensare al lavoro. Penso che dovrei fare qualcosa con i miei pochi amici, una di queste sere. Penso che dovrei iscrivermi ad un corso che non concluderò. Per dormire prendo una pillola, e, per buona misura, mi masturbo.

E poi la mattina mi sveglio, ed una infinita, silenziosa marea di me invade le periferie di Milano, come un’invasione assonnata, come olio su una tovaglia sbagliata.
Mi incontro spesso. Non mi saluto quasi mai.