Baggio: riapre lo Zoe

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Baggio, Barona e Quarto Oggiaro sono forse le tre periferie con la peggiore nomina di Milano. E quindi stasera sono a Baggio.

Sono, infatti, alla riapertura dello Zoe. Con me c’è Elena dei Dinosauri e Giuliana de Sa Sartiglia, una mia amica sarda piccola piccola: praticamente Memole con l’accento di Oristano.

Elena dei Dinosauri è molto stupita che io non conosca lo Zoe. Era una specie di leggenda, lo Zoe, una discoteca dark e metal, piena di soggetti assurdi. Cinque anni fa lo hanno chiuso.

Cerchiamo di rimanere aperti almeno un mese.” ha scritto l’organizzatore della serata su Facebook.

Alle 11 siamo già fuori in fila.

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Intorno a me ho tatuaggi, capelli lunghi, pelle sulla pelle, zeppe improbabili ai piedi, e zinne ultra-compresse, e pronte a schizzare fuori da corpetti neri. Arriva una donna e saluta uno già in fila: ha lunghe calze bianche, quella di destra decorata con un motivo a cuori,  quella di sinistra a picche. Una ragazza è avvolta in un kimono nero, e una bacchetta da ristorante cinese gli regge lo chignon. L’età media è alta, più sui 40 che sui 20; Elena suppone che i primi ad accorrere siano stati i nostalgici del vecchio Zoe. I suoi Dinosauri concordano.

La fila scorre piuttosto veloce e ben presto superiamo un buttafuori (naturalmente capellone) e ci arrampichiamo per le lunghe scale dello Zoe. Io rubo qualche foto con il cellulare e Giuliana de Sa Sartiglia, che non ama essere ritratta, esprime il suo dissenso.

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Ci consegnano la consumazione su un foglietto colorato da sagra paesana e ci timbrano la mano. Non posso fare a meno di notare che il timbro riporta la bizzarra dicitura “Sport Mondo Milano”.

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Entriamo. Tre tizi sul palco con maschere da film horror suonano un pezzo che deve essere stato l’hit dell’estate nel terzo girone dell’inferno, una specie di canzone dance suonata con le motoseghe.

Ci infiliamo nella sala fumatori alla ricerca di qualcosa da bere. La sala fumatori è bella grande, ha un suo bar, un suo dj con le tettine, e la scritta “I wanna rock n roll all night” appesa al muro.  Una ragazza vasta, con i capelli biondi appiccicati ad un lato della faccia, balla sopra un divano. Appoggiamo la nostra consumazione sul bancone del bar e chiediamo tre rum e cola.

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Il barista è così lento che Giuliana de Sa Sartiglia fa in tempo a farsi abbordare. Io e Elena dei Dinosauri alziamo un sopracciglio: un classico. Il rum e cola arriva ed è cattivo. Guardo ammirato il barista: non avevo mai conosciuto qualcuno in grado di sbagliare un rum e cola. Disgustata, Elena appoggia il suo su un basso tavolino; verrà urtato, rovesciato e calpestato dai piedi vari, alcuni anche scalzi.

Elena mi indica un tizio: ha la faccia, la stempiatura e gli occhialini di un ragioniere, ma è avvolto in una rete a maglie larghe e indossa un completo intimo da donna fucsia.

“Io ce l’ho uguale.” mi dice Elena dei Dinosauri

“Non ne dubitavo.” rispondo io.

Usciamo ad incontrare un amico di Elena, e lo troviamo davanti alla Zoe. Sigarette vengono accese come stelline a capodanno. Io ho ormai l’usuale fitta: è un mese che non tocco una sigaretta, e questi monenti di condivisione tabagista è dove l’astinenza si fa più acuminata. Per distrarmi, mi guardo intorno.

Davanti allo Zoe c’è una piazzetta, ora invasa da capelli  multicolor, giacche mimetiche e creste. A primo impatto, Baggio non tiene fede alla sua fama. Ha qualcosa del paesino, e del paesino tranquillo per di più: chiese vecchie, case basse, perfino pochissime scritte sui muri. Certo, ne ho una visione parziale e per di più notturna, ma non ho la stessa sensazione di quando sono stato paracadutato a Bovisa, o di quando attraversavo la perpendicolarità delle strade di Quarto Oggiaro. Devo tornarci di giorno.

Mostriamo al buttafiori la scritta”Sport Mondo Milano” e rientriamo. La gente balla come se non avesse voglia, ondeggiando leggermente sul posto, e credo di capire che è così che si balla il dark. C’è una bella distanza tra un giubbotto di pelle e l’altro, eppure Elena dei Dinosauri mi assicura che non ha mai visto lo Zoe così pieno. Elena saluta tutti, conosce tutti; andare con lei in un locale dark è come andare a messa con il Papa.

Arriva un ragazzo ed è uguale a Marilyn Manson. Certo, ci si impegna: ha lenti a contatti bianche, lo stesso taglio di capelli e il volto truccato, ma devo dire che i lineamenti e la forma del volto sono proprio quelli. Lo raggiunge la sua ragazza, ed è identica a Marylin Manson anche lei.

Ordino una birra, ma ci deve essere un problema di comunicazione perché mi consegnano una Corona con il limone dentro, che oltre a non essere birra è anche vietata dalla Convenzione di Ginevra. Scopro poi che i fusti di birra sono finiti all’una ed è rimasta quella. La ragazza vasta nel frattempo si è seduta sul divano su cui stava ballando, si è tolta le scarpe, e passa dieci minuti ad esaminarsi il piede nudo, la pianta, gli spazi tra le dita. Qualcuno abborda Giuliana de Sa Sartiglia.

Torneremo allo Zoe, naturalmente.

 

 

 

 

I Pokemon della Bovisa

Ho scoperto che Bovisa ha dei pokemon che non esistono in nessuna altra parte del mondo.

Nonostante il mio trasloco diluito (tre pacchi alla volta), i vani tentativi di allacciare il gas (“Ecco tutta la documentazione.” “Bene ma ce la deve inviare parte via fax” “MA SONO QUI DAVANTI AL TUO CAZZO DI SPORTELLO HO PRESO UN PERMESSO DAL LAVORO MI SPIEGHI PERCHÉ TE LA DEVO INVIARE VIA FAX E POI PERCHÉ VIA FAX CHE SIAMO NEL 1800 VUOI CHE TI MANDO UN PICCIONE VUOI CHE TE LO DETTO IN CODICE MORSE va bene mi calmo mi scusi signorina ve la mando via fax come se gli ultimi 50 anni di progressi tecnologici non siano mai esistiti va bene” “Gentile cliente, abbiamo ricevuto la sua documentazione ma è incompleta, deve infatti precisare dove il tubo…” “GONFI DOVETE MORIRE, AVETE CAPITO, GONFI!”)…

Mi sono perso. Dov’ero?

Ah sì. Dicevo: Nonostante il mio trasloco diluito, i vani tentativi di allacciare il Gas (“GONFI! VI RIGO LA MACCHINA!”) e non da ultima la frenesia lavorativa che ti prende quando stai per andare in ferie, ho trovato comunque il tempo di scaricare e provare la hit del momento, Pokemon Go, e di andarmene in giro per la Bovisa, periferia di Milano, a caccia di Pikachu e della sua allegra compagnia di mostriciattoli digitali.

E qui ho fatto una scoperta eccezionale. Bovisa non ha i Pokemon del resto del mondo, no. Ad esempio, in qualsiasi altro posto del mondo, all’inizio del gioco, Pokemon Go ti propone  di scegliere tra Charizard, Squirtle o Bulbasauro.

Io invece ho trovato subito un Elenasauro selvatico.

Elenasauro

Naturalmente l’ho immediata catturata, e, con il suo supporto, ho potuto andare a caccia degli affascinanti Pokemon della periferia di Milano.

Ad esempio Portaspassoilkan, un pokemon che si può incontrare anche nelle più tarde ore della notte

Portaspassoilkan

Maghrebin, il pokemon che telefona in arabo (scusate la foto mossa ma ho tirato  male la pokeball e mi è sfuggito):

Maghrebin

Nontechno, il vecchietto che ti chiede di telefonare alla moglie con il suo cellulare, e che si stupisce quando non sai che sua moglie si chiama Veronica(lui l’ho lasciato andare, perché con tutta la fatica che ha fatta per telefonare alla sua Veronica, mi sembrava una cattiveria catturarlo).

Nontechno

Duopall, un pokeman a due teste che si aggira nelle calde sere estive guardando vetrine, e prendendo un gelato.

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E infine Nonnin, un pokemon anziano e benevolo che veglia sui giovani pokemon Nipotin, intenti a tirarsi una sfera con i piedi.

Nonnin

L’elenco potrebbe essere infinito, ma credo di aver chiarito il concetto che o il mio cellulare funziona male, o a Bovisa vivono creature straordinarie, non presenti in nessuna realtà virtuale o aumentata.

Ora, io ho sentito molte critiche su Pokemon Go, molte delle quali ho trovato facilone e un po’ snob. E’ un gioco che ti porta fuori casa, a scoprire punti del tuo quartiere e della tua città che magari non avresti mai visitato, e questo non può non essere una cosa buona.

Basta che ci ricordiamo che anche la realtà non aumentata può essere meravigliosa.

 

 

 

Vandali: E-Team Birra e Pioggia

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Il birrificio di Lambrate meriterebbe un post per conto proprio, non fosse altro per la sua birra che ha ormai fama almeno nazionale. Per Natale ne portai alcune bottiglie al ragazzo di mia sorella, grande appassionato ed esperto (leggi: pervertito) di birra artigianale; e lui, che va a caccia di marche sconosciute nei magazzini dei grossisti, ed il cui concetto di vacanza ideale consiste in un tour dei birrifici del Belgio, rimase estasiato dal mio piccolo pensiero al luppolo.

“La bock così buona sono pochissimi in Italia a saperla fare.” mi ha rivelato.

Lo presi in parola. Amo una buona birra, ma tra “APA”e “IPA”, “Weiss” e “Blanche”, e tra “luppolato”, “retrogusti agrumati” e “sentore di coriandolo”, mi perdo.

Il birrificio di Lambrate è frequentato da gente tranquilla, rilassato; nessun fichetto, nessun cravattato (a parte me, qualche volta), molti tatuati, molti metallari. Elena dei Dinosauri riassunse una volta il concetto in “C’è fauna interessante”.

Non stupisce quindi che la mia amica preistorica abbia accettato di buon grado di accompagnarmi stasera, nonostante le braccia doloranti di pugilato ed il cielo scuro, illuminato da lampi che lasciano presagire un’inondazione da vecchio testamento.

Io però dovevo andare, avevo un appuntamento con l’E-Team.

Prima che pensiate al nero Mr T ed al telefilm anni ’80, preciso che l’E-Team è una crew di street artist, ovvero un gruppo di artisti di strada. Da qualche tempo, infatti, mentre mi aggiro per Bovisa, mi accompagna una strana curiosità. Guardo graffiti, frasi, sogni ed incubi tracciati con bombolette spray su pareti e serrande, e mi chiedo: chi sono quelli che disegnano sui muri della mia periferia? Che cosa li spinge a realizzare scritte, murales, o addirittura opere tridimensionali, come ossa di dinosauri, volti e cervelli che spuntano dalle pareti? Chi glielo fa fare di spendere tempo, soldi, di rischiare insulti e denunce? Chi sono, e quale è il loro mondo?

Inoltre un’altra domanda, più complessa e bizzarra (leggi: da pervertito) mi è inoltre affiorata nella testa di recente. Ero sul mio balcone, con un piede appoggiato sulla ringhiera ed una fedele birra al fianco, e stavo leggendo “Sciamani” di Graham Hancock, che fa notare come nei graffiti preistorici i soggetti più abbondanti non siano le famose scene di caccia, bensì ibridi metà umani metà animali: uomini con testa di toro, antilopi con gambe di uomo, eccetera. Lui li chiama”teriantropi”. Potremmo anche chiamarli mostri.

Ed ho pensato: che strano, i disegni sui muri sono spesso mostruosi, e spesso metà umani e metà animali. Va bene, certo, forse è solo un caso. Ma sono 50.000 anni che vediamo un muro e, tra tutti i soggetti possibili (un fiore, un cielo stellato, una montagna, il volto della donna che amiamo), nove volte su dieci decidiamo invece di disegnare minotauri, vermi con volto di uomo, ragni antropomorfi che depositano uova. Mostri.

Perché?

Beh, mi sono detto sul mio balcone, perché non chiederlo agli ultimi eredi dei graffiti preistorici? Perché non chiederlo ad HotInPublic , che disegna giganteschi maiali antropomorfi sui muri dello stadio di San Siro, ed alla sua allegra compagine di graffitari?

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Lo contatto quindi su facebook, ci annusiamo un po’ a vicenda, e mi da infine appuntamento ad uno dei due birrifici di Lambrate, sotto un cielo che promette tempesta. E la mantiene. Io ed Elena dei Dinosauri facciamo appena in tempo ad arrivare al Birrificio prima che il nubifragio cominci. Tre degli undici membri dell’E-Team sono già là, ad aspettarci.

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Ciao come stai? Ciao bene tu? Mi sa che abbiamo scelto un posto pienissimo. Non c’è problema. Questi sono i tuoi amici? Sì. Ti presento Elena dei Dinosauri, prendiamo una birra e poi cominciamo? Va bene.

Cominciamo.

Per prima cosa, chiedo, che vuol dire fare parte di una crew? Come siete nati?

“Ma guarda” “mi risponde LeSaboteur, che ha più il phisique dell’ingegnere che dell’artista “noi eravamo amici, avevamo una chat su what’s up su cui scrivevamo cavolate, “E” era l’iniziale di non so quale modella russa che avevamo messo come immagine della chat. E poi ci si ritrovava a disegnare insieme sempre, e alla fine è nata la crew. Ci troviamo bene, impariamo l’uno dall’altro, se dobbiamo realizzare un lavoro insieme ci fidiamo. Che poi noi abbiamo stili molto diversi, anche perché siamo abbastanza nuovi.”

“Adesso siamo riusciti almeno a metterci d’accordo sull’usare gli stessi colori.” ride Hot in Public, che è uno alto, e magro, e orecchinato “Ci sono crew che hanno uno stile condiviso molto più forte, anche se riconosci le varie mani.”

Ma per esempio che cosa disegnate?

“Difficile a dirsi.” risponde HotInPublic (da qui in poi, abbreviato in HiP). “Io mi rifaccio molto a dove disegno. Magari il muro ha già una forma particolare, e allora mi adatto a quello. Magari un passante mi dice una cosa, e quello diventa lo stimolo. Oppure voglio fare una critica sociale, o raccontare qualcosa del mio passato. Per me è una ricerca continua, anche per il mio percorso personale: ho fatto l’artistico e ho studiato a Brera, e per me l’arte di strada va vista nel contesto più ampio dell’arte in generale. Poi a me piace farlo con la bomboletta, ma è uno strumento come un altro.”

“Lui finirà a fare l’artista in qualche museo” lo sfotte AlfSour, sorridendo tra barba e capelli lunghi. Lui disegna in stile californiano, e io faccio finta di capire cosa significa.eb07ccd1-ee82-4a58-91ce-eacdcc9a5ab2

“Raccogli tutto quello che hai dentro e lo tiri fuori.” sintetizza LeSaboteur “Ci pensi sempre, ti guardi intorno, guardi i muri, e lì butti fuori tutto. Tutto quello che vivi, tutto quello che ti interessa, tutto quello che leggi. Io per esempio sto studiando occulto, simbologia, e questo mi sta influenzando. Tu c’eri quando siamo stati chiamati a disegnare a San Siro, giusto?”

Sì.

“Beh là  ad esempio ho realizzato un divinità guardiana babilonese, però con la testa a forma di moka.” ride.

Mi rimane un dubbio, e lo espongo: ma in tutta questa ricerca ed in questa complessità, come inquadrate le tag? Perché scrivere il proprio nome, o il proprio soprannome, sul muro, per quanto in modo elaborato? Dov’è l’arte, là?

LeSaboteur si gratta la testa.

“E’ un’affermazione di esistenza. Sono nate nei ghetti americani, in cui non eri veramente nessuno. Dicono io ci sono, guardami, dove ti giri mi trovi, sono dappertutto. Diventano il logo dell’artista, che se è veramente bravo riesce a farlo ogni volta diverso, ma sempre riconoscibile. Poi capisco che possano non piacere, o anche dare fastidio. Anche a me non piacciono molto. Però anche quella è violenza” è indica una stuola di manifesti elettorali gialli dall’altro lato della strada “anche quella è imposizione, così come la pubblicità che ti aggredisce ovunque ti giri.”

“Le tag sono anche appropriazione di un territorio.” aggiunge Hip, girando una sigaretta.

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“Dicono: questa è la mia zona.” continua. “Pensa che ci sono rivalità nel mondo dei writer, che magari non finiscono a coltellate ma a sberle sì, perché hai scritto sul mio muro, o perché hai coperto la mia tag. Poi a noi non è mai accaduto, e non è una cosa che condividiamo tanto.”

“Che poi ti incazzi anche perché il muro te lo curi” mi dice LeSaboteur “Gli togli le erbacce, lo imbianchi. Abes, uno della nostra crew, addirittura lo stucca, e se ha qualche problema lo ripara, anche perché fa il muratore.”

“A Napoli questa cosa del territorio è ancora più forte” aggiunge Alfsour, che come Le Saboteur è partenopeo. “Anche perché a Napoli l’arte di strada è forse più popolare, ancora più legate alle zone, ai quartieri.”

“Già” concorda HiP “a Milano invece si sono creati dei circoletti, delle elite di writer che secondo me non hanno molto senso. La street art si è adattata alle varie situazioni che ha trovato.”

Mi tolgo un’altra curiosità, e gli chiedo; ma voi, che lavoro fate? Insomma, come fate la spesa, come pagate l’affitto? Cioè nessuno ti paga per disegnare su un muro, giusto?

Sbagliato. HiP mi spiega che metà dei suoi introiti derivano da lavori su commissione. Magari sei un privato che non tollera il grigio del muro nel suo bel giardino? Chiami una crew ed una foresta spray cresce sulla tua parete, ed il tuo giardino diventa infinito. Hai un negozio di caccia e pesca? Ecco un bel pescione colorato sguazzare sulla tua serranda.

“Per l’altra metà del tempo faccio l’educatore” racconta HiP “spesso legato al disegnare, comunque. Una volta mi hanno chiamato per fare uno laboratorio di street art con dei nordafricani, che erano appena sbarcati dal gommone. Era parte di un progetto che ha coinvolto la mia associazione, Street Arts Academy. C’erano persone di tutte le età: c’erano ragazzi di 16 anni e uomini di 30. Uno di loro faceva il medico, al suo paese. Non parlavano una parola di italiano, ci capivamo in inglese o in francese. Lì li ho aiutati a mettere su carta tutto quello che volevano, i disegni li facevano loro. Spesso sceglievano qualcosa che raffigurasse il paese dove erano nati, e che avevano lasciato. E’ stato molto bello.”

Le Saboteur e Alfsour invece sono grafici, come Elena dei Dinosauri (“postproduzione” mi corregge lei, da cinque anni).

L’acqua scende sempre più intensa.

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HiP si toglie il giubbotto semizuppo, la tenda del birrificio non basta a ripararci completamente. Ci spostiamo un poco più al centro, e, nonostante lo scenario apocalittico che ci circonda, dopo un po’ ci raggiunge anche Cheris, che aveva sbagliato posto e ci aspettava qualche via più in là.

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Capelli alti al centro di una testa rasata, e piercing abbondanti sul volto, Cheris ci racconta che è una delle non molte street artist donne di Milano. E’ l’ultima ad essere entrata nella crew, ha iniziato a disegnare alle medie e aveva smesso quando, tragicamente, un loro compagno era morto fulminato dalla corrente della metropolitana, dove era andato a disegnare. Cheris era quindi passata alla musica, ancora oggi canta in un gruppo e per un periodo ha condotto un programma su Rock TV (che ha poi sede in Bovisa).

Ma il disegno era troppo forte nelle sue vene, e ora Cheris si ritrova ad essere writer, pittrice e tatuatrice di stile naturalistico, ed il suo biglietto da visita, che ci consegna, è uno stupendo ritratto di Frida Khalo in tinte di rosso e nero, che è un po’ la sua firma.

Nel frattempo ci siamo fatti due birre, il mio pacchetto è vuoto come la mia anima e ho già scroccato almeno tre sigarette. La pioggia si è fatta leggera, l’ora tarda, e urge il rientro.

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Pongo quindi il mio domandone. Perché disegnate mostri metà umani metà bestie, chiedo, come i primi uomini, come gli sciamani forse strafatti che entravano nelle grotte per comunicare con gli spiriti?

Ci pensano.

“Perché rappresentano tutto ciò che temiamo.” risponde le Saboteur, cercando di mettere da parte i suoi studi esoterici per una risposta più personale “La nostra sofferenza, le nostre ansie e le nostre paure.”

“Perché sono il nostro tentativo di trovare il nostro posto nella natura” mi dice invece HiP “Perché ci riportano a qualcosa di più istintivo. Di primordiale.”

Prendo le loro risposte opposte e le ripongo con cura su uno scaffale della mia memoria. Ho la sensazione che se ponessi la stessa domanda ad altri cento street artist avrei altre cento risposte diverse. Tutte potenzialmente vere e corrette, e che non necessariamente si escludono a vicenda, per quanto distanti.

Stringo le loro mani, saluto ringrazio. Io ed Elena dei Dinosauri corriamo verso la macchina, sotto la pioggia leggera, saltellando come due folletti.

 


Si ringrazia E-Team per l’intervista, e tutti i suoi membri (che sono, in ordine sparso: LeSaboteur, AlfSour, Mr.Quake,  HotInPublic, Des, Abes, Nigro, Wolsha, Dodo, Ysar, Cheris)

Quarto by night

E’ sera. Vado a Quarto Oggiaro da solo, che Elena dei Dinosauri a boxe ha rimediato un occhio gonfio, e mi apre la porta tenendosi il ghiaccio sulla faccia.

Sotto trovate un suo autoritratto.

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Vado a Quarto Oggiaro di sera, da solo, con il cellulare quasi scarico e solo due sigarette nel pacchetto.

Parcheggio la macchina. Mi chiedo: la ritroverò?

Una persona saggia una volta mi disse:

“Siamo tutti razzisti. Bisogna esserne consapevoli, per saperlo tenere a bada.”

Ci sono tanti modi di essere razzista, penso. Eccomi qua. Ho scritto un libro sulle periferie di Milano, vado in giro a sproloquiare sulla loro bellezza, vivibilità, sicurezza, e controllo tre volte volte se ho chiuso la macchina.

Scendo in strada, e mi avvicino a Quarto Posto, che mi hanno detto che il giovedì sera diventa ritrovo giovane e vivo. Mi avvicino alla piazzetta di Quarto Oggiaro. La famigerata piazzetta di Quarto Oggiaro. Quella di “Fame chimica”. La “piazzetta dello spaccio”.

Mi avvicino e sento urla. Un uomo e una donna che inveiscono l’uno contro l’altra. Lite domestica, penso. Disagio. Degrado.

Poi arrivo a Quarto Posto, e scopro che è uno spettacolo teatrale.

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Ci sono ragazzi, seduti intorno ai tavoli di Quarto Posto, con le loro tovaglie a scacchi rossi da osteria. C’è una coppia anziana. Vedo molti disabili. Una signora down emette gridolini divertiti: lo spettacolo le piace. Si urla.

“CI VORREBBE LA PENA DI MORTE!” grida l’attore.

“BISOGNA FARE LA RIVOLUZIONE!” rinforza l’attrice.

“INCENDIAMO I CAMPI ROM!” propone l’attore.

Perché è questo, che mette in scena lo spettacolo. Il nostro razzismo, i nostri pregiudizi, il nostro qualunquismo facile.

Insomma, Quarto mi accusa, direttamente.

Chiedo qualcosa da bere e da mangiare. Qualsiasi cosa, ho saltato la cena. Sono un uccellaccio scappato dall’ufficio, ho due ali di giacca spennata che mi escono dai lati del giacchetto, e i pantaloni che mi calano dalla pancia vuota.

“GIUSTIZIA DA SOLI! GIUSTIZIA DA SOLI!” gridano gli attori brandendo una bandiera italiana.

Poco dopo ho davanti a me una Tuborg colorata ed un piatto di qualcosa di buonissimo che non distinguo, ma si sa che non sono un sommelier. Lo divoro.

“MI HANNO CHIESTO L’ASSICURAZIONE! IO NON CE L’HO L’ASSICURAZIONE! E LORO ARRIVANO E GLI DANNO TUTTO! COMANDANO A CASA NOSTRA!”

I ragazzi rollano sigarette. I disabili cominciano a farsi pernacchie con la bocca e ridacchiare, ma senza disturbare troppo. Io mi guardo intorno e trovo un vecchio amico.

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“FACCIAMO SCHIFO!” urla l’attore in preda ad improvvisa consapevolezza “FACCIAMO SCHIFO!”

“Ma abbiamo detto solo quello che pensano tutti” cerca di difendersi l’attrice “Anche Barbara d’Urso.”

“FACCIAMO SCHIFO!” ribadisce l’attore.

“Ma abbiamo solo parlato.”

“TAGLIANO IL CUORE LE PAROLE! LE PAROLE TAGLIANO I DIRITTI! LE PAROLE DIVENTANO QUELLO CHE FACCIAMO AGLI ALTRI. TI RICORDI QUANDO I NOSTRI NONNI PARTIVANO? TI RICORDI COME LI CHIAMAVANO? HANNO FATTO IL TRATTATO SULLE RAZZE! C’ERAVAMO ANCHE NOI NEL TRATTATO SULLE RAZZE!”

“Noi siamo italiani…” replica l’attrice confusa.

“NOI SIAMO ITALIANI! SIAMO ITALIANI SIAMO ITALIANI!” grida l’attore.

E poi si volta verso il pubblico, e, con infinita delicatezza, dice

“Grazie.”

Parte l’applauso. Birra in mano e ultima sigaretta in bocca, vado a parlare con gli attori.

“Ma come è nato lo spettacolo?” chiedo.

“Ascoltando.” mi risponde la ragazza. “Tutto quello che abbiamo detto lo abbiamo sentito in giro. Non so ero in fila al CUP, e cominciavano questi discorsi. Io allora cercavo di prendere appunti, ma se tiri fuori un foglio ti guardano male.”

“Lavoriamo di memoria” aggiunge il ragazzo.

“Ma come vi chiamate” chiedo.

Ultimo teatro.

Esco a fumarmi l’ultima sigaretta. Scambio due parole con Pietro. Scopro che i ragazzi disabili sono l’associazione di catering sociale da cui si riforniscono. Che la coppia anziana sono il presidente dell’ANPI locale e sua moglie. Che la prossima settimana ci sarà una cena con i carcerati, in collaborazione con l’Associazione 21:  ad ogni porzione un carcerato racconterà un episodio della sua vita, una storia che non ha niente a che vedere con il motivo per cui è in galera. Gli invitati possono fare domande e parlare.

Vedere l’uomo dietro il carcerato. Vedere la persona dietro lo stereotipo. I pregiudizi.

Quarto ci tiene a rigirare il dito nella piaga, stasera.

Pietro mi racconta delle serate musicali, della riconquista gioiosa del ponte su cui Casa Pound aveva messo il suo marchio. Della Festa di Primavera di zona 8 della scorsa settimana, dove ognuno portava qualcosa, e loro facevano serigrafia, e c’era chi portava i giochi per i bambini. E quelli che hanno aperto un’associazione di falegnameria popolare? E qua mi snocciola un elenco di associazioni in cui mi perdo.

“Sai che abbiamo fatto anche una serata di incontro e confronto con Milano 2?” mi dice “E’ venuto fuori che loro avevano associazioni ma più sportive, calcistiche, insomma, da gente più ricca. Ma stranamente sembrava quasi che si vivesse meglio qua. Che ci fosse più rete. Vedi questa piazza? A Milano 2 ce n’è una simile, ma c’è in mezzo un lago. Non ci va nessuno. Qui invece c’è sempre gente. Ci siamo noi. C’è l’ANPI. Qua davanti c’è Agorà, offre servizi gratuiti e iniziative per i bambini. Negli stessi spazi c’è Save the Children. A fianco stanno aprendo un posto che offre servizi medici.”

Pietro è così gentile da scroccare una sigaretta per me che sono in astinenza. Lascio i ragazzi di Quarto Posto a chiacchierare sui divani che hanno portato fuori, in piazza; me ne vado a malincuore ma oggi è giovedì e domani mi rimetto il badge al collo.

Torno alla macchina. Con grande umiliazione, vedo che c’è ancora.

 

 

Un giro e un Quarto

Né io né Elena dei Dinosauri siamo particolarmente in forma, che la notte precedente è stata un po’ troppo lunga, e decisamente troppo etilica.

Ma nonostante questo raccogliamo fotocamera e taccuino e andiamo a Quarto Oggiaro.

Perché? Perché se questo blog vuole raccontare la periferia deve uscire da Bovisa, andare a vedere cosa c’è là fuori. Con umiltà: non si può pensare di comprendere un luogo con una passeggiata domenicale. Si può però cominciare a guardare, a fare domande, a assorbire l’atmosfera e gli umori. E’ un po’ poco, lo so, ma siate clementi.

Stiamo appena iniziando.

Ora, se metti Quarto Oggiaro sul Google Maps, e lo segui stolidamente, ti porta qua.

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Io e Elena dei Dinosauri ci guardiamo perplessi.

Continuiamo. Non c’è una meta precisa, ma c’è una mezza idea di arrivare a Quarto Posto, il circolo Arci del quartiere. Parcheggiamo un po’ prima, vicino ad un pugile gigantesco.

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Un parco, ed ancora di più i disegni e le scritte sul suo muro esterno, ci fanno deviare dal nostro itinerario.

Una scritta mi accusa, personalmente.

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“A Quarto dobbiamo andarci tutti. Ma non oggi o fra una settimana a fare i turisti dell’orrore. Dobbiamo andarci numerosi il mese prossimo e quello dopo ancora. Non per l’ennesimo albero criminale che cade, ma per la foresta di legalità che cresce rigogliosa”.

“Ma io non sono venuto a cercare orrori, sono venuto a cercare la bellezza.” cerco di difendermi.

La trovo. Il parco della Villa Scheibler è uno dei più meravigliosi che abbia visto a Milano. E’ un gioiello, è un sogno di pace e riposo. Elena dei Dinosauri, che ha la macchina fotografica nuova, continua a fotografare particolari vegetali ripetendo quasi autisticamente “Questa macchina le macro le fa proprio bene.”

 

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Usciamo. E cominciamo a camminare tra le case. Ci sono delle forti contraddizioni: molto verde, nel cortile di alcune case vedo dei giardini che ucciderei per avere davanti alla mia finestra, ma c’è anche incuria, divani abbandonati, e ho contato almeno quattro carrelli della spesa a pascolare per le strade, allo stato brado. Abbondano le piste ciclabili, quando a Milano è costume costruirne una di duecento metri in mezzo a due incroci, e poi più niente per chilometri; abbondano però anche balconi coperti, alcuni interamente, da teloni e tende da doccia, e non capiamo perché.

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Arriviamo alla piazzetta di Quarto Posto.

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Una birra veloce e ripartiamo. Attraversiamo un reticolo di strade perpendicolari. Non mi sembra di vedere altre piazze. Vedo però un altro parco, Parco Franco Verga.

Che si rivela però non all’altezza del primo.

E non solo per gli incomprensibili stradoni di cemento, o i canali, o i capolavori dell’edilizia contemporanea che lo circondano: come tutto il quartiere, il parco è stretto tra Ferrovia e Autostrada.

Il che non aiuta.

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Continuiamo. Vediamo uno splendido murales dedicato a Falcone. Vediamo la sede dell’Associazione “Quarto Oggiaro vivibile”. Vediamo segni di una volontà di contraddizione, di caparbietà civile. Ripenso alla piazza di Quarto Posto, a cosa c’era scritto sopra ai murales.

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Alla fine Villa Scheibler ci riattira inevitabilmente. Elena dei Dinosauri sostiene di accusare leggermente la somma della birra della notte precedente e di quella appena presa.

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Ho una mezza idea di infilarla in un’ambulanza parcheggiata là vicino.

Passano cani, famiglie, bambini. Un vecchietto sdentato passa vicino a due ottantenni sedute e gli grida “Ciao, ragazze!”

Le ottantenni si sciolgono in risolini.

Elena dei Dinosauri sostiene si star meglio, si tira su, e dichiara immediatamente che forse stava meglio sdraiata.

Diario di bordo del capitano Mezzatesta: sotto un impietoso cielo grigio, la prima spedizione a Quarto Oggiaro è conclusa.