Quarto by night

E’ sera. Vado a Quarto Oggiaro da solo, che Elena dei Dinosauri a boxe ha rimediato un occhio gonfio, e mi apre la porta tenendosi il ghiaccio sulla faccia.

Sotto trovate un suo autoritratto.

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Vado a Quarto Oggiaro di sera, da solo, con il cellulare quasi scarico e solo due sigarette nel pacchetto.

Parcheggio la macchina. Mi chiedo: la ritroverò?

Una persona saggia una volta mi disse:

“Siamo tutti razzisti. Bisogna esserne consapevoli, per saperlo tenere a bada.”

Ci sono tanti modi di essere razzista, penso. Eccomi qua. Ho scritto un libro sulle periferie di Milano, vado in giro a sproloquiare sulla loro bellezza, vivibilità, sicurezza, e controllo tre volte volte se ho chiuso la macchina.

Scendo in strada, e mi avvicino a Quarto Posto, che mi hanno detto che il giovedì sera diventa ritrovo giovane e vivo. Mi avvicino alla piazzetta di Quarto Oggiaro. La famigerata piazzetta di Quarto Oggiaro. Quella di “Fame chimica”. La “piazzetta dello spaccio”.

Mi avvicino e sento urla. Un uomo e una donna che inveiscono l’uno contro l’altra. Lite domestica, penso. Disagio. Degrado.

Poi arrivo a Quarto Posto, e scopro che è uno spettacolo teatrale.

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Ci sono ragazzi, seduti intorno ai tavoli di Quarto Posto, con le loro tovaglie a scacchi rossi da osteria. C’è una coppia anziana. Vedo molti disabili. Una signora down emette gridolini divertiti: lo spettacolo le piace. Si urla.

“CI VORREBBE LA PENA DI MORTE!” grida l’attore.

“BISOGNA FARE LA RIVOLUZIONE!” rinforza l’attrice.

“INCENDIAMO I CAMPI ROM!” propone l’attore.

Perché è questo, che mette in scena lo spettacolo. Il nostro razzismo, i nostri pregiudizi, il nostro qualunquismo facile.

Insomma, Quarto mi accusa, direttamente.

Chiedo qualcosa da bere e da mangiare. Qualsiasi cosa, ho saltato la cena. Sono un uccellaccio scappato dall’ufficio, ho due ali di giacca spennata che mi escono dai lati del giacchetto, e i pantaloni che mi calano dalla pancia vuota.

“GIUSTIZIA DA SOLI! GIUSTIZIA DA SOLI!” gridano gli attori brandendo una bandiera italiana.

Poco dopo ho davanti a me una Tuborg colorata ed un piatto di qualcosa di buonissimo che non distinguo, ma si sa che non sono un sommelier. Lo divoro.

“MI HANNO CHIESTO L’ASSICURAZIONE! IO NON CE L’HO L’ASSICURAZIONE! E LORO ARRIVANO E GLI DANNO TUTTO! COMANDANO A CASA NOSTRA!”

I ragazzi rollano sigarette. I disabili cominciano a farsi pernacchie con la bocca e ridacchiare, ma senza disturbare troppo. Io mi guardo intorno e trovo un vecchio amico.

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“FACCIAMO SCHIFO!” urla l’attore in preda ad improvvisa consapevolezza “FACCIAMO SCHIFO!”

“Ma abbiamo detto solo quello che pensano tutti” cerca di difendersi l’attrice “Anche Barbara d’Urso.”

“FACCIAMO SCHIFO!” ribadisce l’attore.

“Ma abbiamo solo parlato.”

“TAGLIANO IL CUORE LE PAROLE! LE PAROLE TAGLIANO I DIRITTI! LE PAROLE DIVENTANO QUELLO CHE FACCIAMO AGLI ALTRI. TI RICORDI QUANDO I NOSTRI NONNI PARTIVANO? TI RICORDI COME LI CHIAMAVANO? HANNO FATTO IL TRATTATO SULLE RAZZE! C’ERAVAMO ANCHE NOI NEL TRATTATO SULLE RAZZE!”

“Noi siamo italiani…” replica l’attrice confusa.

“NOI SIAMO ITALIANI! SIAMO ITALIANI SIAMO ITALIANI!” grida l’attore.

E poi si volta verso il pubblico, e, con infinita delicatezza, dice

“Grazie.”

Parte l’applauso. Birra in mano e ultima sigaretta in bocca, vado a parlare con gli attori.

“Ma come è nato lo spettacolo?” chiedo.

“Ascoltando.” mi risponde la ragazza. “Tutto quello che abbiamo detto lo abbiamo sentito in giro. Non so ero in fila al CUP, e cominciavano questi discorsi. Io allora cercavo di prendere appunti, ma se tiri fuori un foglio ti guardano male.”

“Lavoriamo di memoria” aggiunge il ragazzo.

“Ma come vi chiamate” chiedo.

Ultimo teatro.

Esco a fumarmi l’ultima sigaretta. Scambio due parole con Pietro. Scopro che i ragazzi disabili sono l’associazione di catering sociale da cui si riforniscono. Che la coppia anziana sono il presidente dell’ANPI locale e sua moglie. Che la prossima settimana ci sarà una cena con i carcerati, in collaborazione con l’Associazione 21:  ad ogni porzione un carcerato racconterà un episodio della sua vita, una storia che non ha niente a che vedere con il motivo per cui è in galera. Gli invitati possono fare domande e parlare.

Vedere l’uomo dietro il carcerato. Vedere la persona dietro lo stereotipo. I pregiudizi.

Quarto ci tiene a rigirare il dito nella piaga, stasera.

Pietro mi racconta delle serate musicali, della riconquista gioiosa del ponte su cui Casa Pound aveva messo il suo marchio. Della Festa di Primavera di zona 8 della scorsa settimana, dove ognuno portava qualcosa, e loro facevano serigrafia, e c’era chi portava i giochi per i bambini. E quelli che hanno aperto un’associazione di falegnameria popolare? E qua mi snocciola un elenco di associazioni in cui mi perdo.

“Sai che abbiamo fatto anche una serata di incontro e confronto con Milano 2?” mi dice “E’ venuto fuori che loro avevano associazioni ma più sportive, calcistiche, insomma, da gente più ricca. Ma stranamente sembrava quasi che si vivesse meglio qua. Che ci fosse più rete. Vedi questa piazza? A Milano 2 ce n’è una simile, ma c’è in mezzo un lago. Non ci va nessuno. Qui invece c’è sempre gente. Ci siamo noi. C’è l’ANPI. Qua davanti c’è Agorà, offre servizi gratuiti e iniziative per i bambini. Negli stessi spazi c’è Save the Children. A fianco stanno aprendo un posto che offre servizi medici.”

Pietro è così gentile da scroccare una sigaretta per me che sono in astinenza. Lascio i ragazzi di Quarto Posto a chiacchierare sui divani che hanno portato fuori, in piazza; me ne vado a malincuore ma oggi è giovedì e domani mi rimetto il badge al collo.

Torno alla macchina. Con grande umiliazione, vedo che c’è ancora.

 

 

Un giro e un Quarto

Né io né Elena dei Dinosauri siamo particolarmente in forma, che la notte precedente è stata un po’ troppo lunga, e decisamente troppo etilica.

Ma nonostante questo raccogliamo fotocamera e taccuino e andiamo a Quarto Oggiaro.

Perché? Perché se questo blog vuole raccontare la periferia deve uscire da Bovisa, andare a vedere cosa c’è là fuori. Con umiltà: non si può pensare di comprendere un luogo con una passeggiata domenicale. Si può però cominciare a guardare, a fare domande, a assorbire l’atmosfera e gli umori. E’ un po’ poco, lo so, ma siate clementi.

Stiamo appena iniziando.

Ora, se metti Quarto Oggiaro sul Google Maps, e lo segui stolidamente, ti porta qua.

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Io e Elena dei Dinosauri ci guardiamo perplessi.

Continuiamo. Non c’è una meta precisa, ma c’è una mezza idea di arrivare a Quarto Posto, il circolo Arci del quartiere. Parcheggiamo un po’ prima, vicino ad un pugile gigantesco.

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Un parco, ed ancora di più i disegni e le scritte sul suo muro esterno, ci fanno deviare dal nostro itinerario.

Una scritta mi accusa, personalmente.

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“A Quarto dobbiamo andarci tutti. Ma non oggi o fra una settimana a fare i turisti dell’orrore. Dobbiamo andarci numerosi il mese prossimo e quello dopo ancora. Non per l’ennesimo albero criminale che cade, ma per la foresta di legalità che cresce rigogliosa”.

“Ma io non sono venuto a cercare orrori, sono venuto a cercare la bellezza.” cerco di difendermi.

La trovo. Il parco della Villa Scheibler è uno dei più meravigliosi che abbia visto a Milano. E’ un gioiello, è un sogno di pace e riposo. Elena dei Dinosauri, che ha la macchina fotografica nuova, continua a fotografare particolari vegetali ripetendo quasi autisticamente “Questa macchina le macro le fa proprio bene.”

 

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Usciamo. E cominciamo a camminare tra le case. Ci sono delle forti contraddizioni: molto verde, nel cortile di alcune case vedo dei giardini che ucciderei per avere davanti alla mia finestra, ma c’è anche incuria, divani abbandonati, e ho contato almeno quattro carrelli della spesa a pascolare per le strade, allo stato brado. Abbondano le piste ciclabili, quando a Milano è costume costruirne una di duecento metri in mezzo a due incroci, e poi più niente per chilometri; abbondano però anche balconi coperti, alcuni interamente, da teloni e tende da doccia, e non capiamo perché.

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Arriviamo alla piazzetta di Quarto Posto.

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Una birra veloce e ripartiamo. Attraversiamo un reticolo di strade perpendicolari. Non mi sembra di vedere altre piazze. Vedo però un altro parco, Parco Franco Verga.

Che si rivela però non all’altezza del primo.

E non solo per gli incomprensibili stradoni di cemento, o i canali, o i capolavori dell’edilizia contemporanea che lo circondano: come tutto il quartiere, il parco è stretto tra Ferrovia e Autostrada.

Il che non aiuta.

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Continuiamo. Vediamo uno splendido murales dedicato a Falcone. Vediamo la sede dell’Associazione “Quarto Oggiaro vivibile”. Vediamo segni di una volontà di contraddizione, di caparbietà civile. Ripenso alla piazza di Quarto Posto, a cosa c’era scritto sopra ai murales.

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Alla fine Villa Scheibler ci riattira inevitabilmente. Elena dei Dinosauri sostiene di accusare leggermente la somma della birra della notte precedente e di quella appena presa.

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Ho una mezza idea di infilarla in un’ambulanza parcheggiata là vicino.

Passano cani, famiglie, bambini. Un vecchietto sdentato passa vicino a due ottantenni sedute e gli grida “Ciao, ragazze!”

Le ottantenni si sciolgono in risolini.

Elena dei Dinosauri sostiene si star meglio, si tira su, e dichiara immediatamente che forse stava meglio sdraiata.

Diario di bordo del capitano Mezzatesta: sotto un impietoso cielo grigio, la prima spedizione a Quarto Oggiaro è conclusa.