Bimbi

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C’è un antidepressivo naturale, a Dergano.

Ho praticamente passato la giornata al Mamusca, uno di questi fine settimana. Il Mamusca è un colorato bar per mamme, bambini e adulti un po’ bambini. Ci sono passato in tarda mattinata, per far colazione; avevo voglia di un cappuccio, di un panotto al cioccolato,  e di fare due chiacchiere con Francesca.

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Francesca era dietro al bancone, e consigliava ad una giovane coppia di venire ad abitare a Dergano.

“Qui vivono un sacco di coppie con figli. C’è il parco, e poi tante iniziative.”

Affondo il naso nella crema del mio cappuccino e mi guardo intorno. Ci sono libri, per bambini e non, giocattoli, piatti da colorare. Vicino al bancone c’è un piccolo sgabello di legno, per consentire ai marmocchi più grandicelli di arrivare al loro succo di frutta.

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In maniera simile, nel bagno c’è un water, un water più piccolo, ed un vasino.

Fumiamo una sigaretta, io e Francesca. Parliamo un po’ di tutto: della manifestazione Via Dolce Via, nata da una sua idea e ora adottata da tutto il quartiere. Di quanto è complicato gestire un caffè, anche se divertente. Della mia nipotina e dei suoi tre figli.

“Il più grande”, mi rivela, con gli occhi sgranati dall’emozione, “tra quattro o cinque anni mi potrà aiutare al bar!”

Davanti alla vetrina, all’esterno, c’è una cassetta per il bookcrossing: se trovi un libro che ti piace, lo prendi e ne lasci un altro in cambio.

Una signora disegna.

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Sulla porta a vetri, invece, ci sono i manifesti in italiano, arabo e cinese di “Cinema di Ringhiera”, una iniziativa geniale dove film stranieri in lingua originale ma sottotitolati vengono proiettati nei vecchi cortili di Dergano; e così i neo-milanesi di origine varia si siedono fianco a fianco dei vecchi derganesi, che si sono sbucciati le ginocchia in quelle stesse corti, e questi due mondi abissalmente lontani ridono e si inteneriscono per le stesse storie.

Saluto Francesca: devo assolutamente trovare un papillon gigante (non fate domande).

Neanche un minuto dopo sono di nuovo al bancone: ho dimenticato di pagare.

E un’ora dopo sono di nuovo al colorato bancone di Francesca: avevo dimenticato anche lo zaino.

Ho fame, e già che ci sono ordino un hamburger vegetariano. Arriva un signore con delle scatole piene di libri, per il book crossing.

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Nel frattempo Paola, un’educatrice che aiuta Francesca, spiega ad una signora come funziona un gioco di carte dove lo scopo è raccontare storie.

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Io ho con me il computer aziendale, e penso “mah, proviamo a dare un occhio alla mail.”

Pessima idea.

Un camion Iveco ha nottetempo depositato nella mia posta una tonnellata di lavoro, e il mio umore vira sul temporalesco con la velocità del cielo milanese.

Fumo due sigarette per scacciare le nuvole scure, temporeggio, procrastino, contratto con me stesso, ed infine apro la prima di quindici mail.

E, proprio allora, succede.

Nell’arco di cinque minuti il tranquillo caffè è investito da un allegro tornado di bambini piccolissimi, che camminano barcollando, si spiaccicano sui divani, lasciano ditate sulla vetrina, e incastrano blocchi di legno in un tetris analogico. Una bella mamma tatuata, credo brasiliana, gioca con la sua bambina, che ha una codina proprio al centro della testa. Un bambino simpatico con le orecchie a sventola, in braccio ad una ragazza, è completamente intento a far passare anelli di legno nelle giravolte di un giocattolo.

E indovinate un po’? Mi ritrovo a sorridere. Sto verificando l’allineamento dei titoli di una presentazione, un lavoro che viene universalmente riconosciuto come solo leggermente meno palloso del dare il resto al casello; dovrei essere nero, annoiato, abbattuto del dover passare il mio sabato pomeriggio a lavorare.

Ma sorrido.

Dopo un po’ noto che i muscoli del volto mi tirano leggermente, come se stessero cercando di opporsi all’allegro incurvarsi delle mie labbra, come se il mio malumore non volesse arrendersi al fiore di risa che mi sta sbocciando in bocca. Ma poi il bambino con le orecchie a sventola molla il gioco, mi guarda, e fa un risolino.

E allora il mio malumore getta la spugna, borbotta “fanculo”, e va far piovere da qualche altra parte.

Veloce come è arrivato, il ciclone di bambini se ne va. Io nel frattempo ho finito, mettendoci molto meno tempo e fatica di quanto pensassi. Soddisfatto, fumo la sigaretta della vittoria. Guardo l’orologio: è ora di andare, è ora di annodare un giallo papillon gigante intorno al mio collo (sul serio, non chiedete). Spengo la sigaretta e ho ancora una sbavatura di sorriso, tutto intorno alla bocca.

Stavolta mi ricordo di pagare.

Ogni tanto mi incontro

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Ogni tanto mi incontro.

Mi incontro specialmente la sera, perché io e quelli come me li vedi in giro solo la sera. Torno a casa dal lavoro e mi incontro che sto tornando a casa dal lavoro. Indosso un completo che non mi sta benissimo perché sono un po’ sovrappeso, e i capelli o me li hanno tagliati male o è ora che li ritagli. E’ evidente che cerco di assomigliare a chi incontro in ufficio tutti i giorni, ma la cosa non mi riesce appieno. Talvolta quando mi incontro per strada ho un piccolo indizio di una diversità gelosamente custodita; sono segnali minimi, magari uno zainetto sbarazzino sul completo grigio.

Mi incontro spesso anche in treno; sono seduto due posti davanti al mio e sto leggendo un fumetto, oppure guardo fuori dal finestrino. A volte ho un tablet, perché lavoro e ho diritto di spendere i soldi.

Mi incontro al Penny, quasi sempre: mi sono in fila davanti, alla cassa, e sono forse un filo più basso, ma per il resto mi somiglio moltissimo. Compro pane in cassetta da usare tutta la settimana, ed un dolcetto tedesco al cioccolato perché sono goloso. Andando a casa occhieggio le donne. Ho un rapporto complicato, con le donne, quasi sempre.

Nell’infilare la chiave nel cancello mi chiama mia madre. Mi chiama tutti i giorni, o due volte al giorno, o spesso. Mi impiccio un po’, con spesa cellulare e chiavi, ma per fortuna nel frattempo arrivo e mi apro la porta (mi ringrazio con un cenno).

A casa vivo con due co-inquilini, o con uno, o da solo. Mi stiro la camicia, anzi, NON mi stiro la camicia, ma dovrei, il giorno dopo lo farò velocemente e male.

Entro nel letto, e cerco di non pensare al lavoro. Penso che dovrei fare qualcosa con i miei pochi amici, una di queste sere. Penso che dovrei iscrivermi ad un corso che non concluderò. Per dormire prendo una pillola, e, per buona misura, mi masturbo.

E poi la mattina mi sveglio, ed una infinita, silenziosa marea di me invade le periferie di Milano, come un’invasione assonnata, come olio su una tovaglia sbagliata.
Mi incontro spesso. Non mi saluto quasi mai.

Vandali: E-Team Birra e Pioggia

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Il birrificio di Lambrate meriterebbe un post per conto proprio, non fosse altro per la sua birra che ha ormai fama almeno nazionale. Per Natale ne portai alcune bottiglie al ragazzo di mia sorella, grande appassionato ed esperto (leggi: pervertito) di birra artigianale; e lui, che va a caccia di marche sconosciute nei magazzini dei grossisti, ed il cui concetto di vacanza ideale consiste in un tour dei birrifici del Belgio, rimase estasiato dal mio piccolo pensiero al luppolo.

“La bock così buona sono pochissimi in Italia a saperla fare.” mi ha rivelato.

Lo presi in parola. Amo una buona birra, ma tra “APA”e “IPA”, “Weiss” e “Blanche”, e tra “luppolato”, “retrogusti agrumati” e “sentore di coriandolo”, mi perdo.

Il birrificio di Lambrate è frequentato da gente tranquilla, rilassato; nessun fichetto, nessun cravattato (a parte me, qualche volta), molti tatuati, molti metallari. Elena dei Dinosauri riassunse una volta il concetto in “C’è fauna interessante”.

Non stupisce quindi che la mia amica preistorica abbia accettato di buon grado di accompagnarmi stasera, nonostante le braccia doloranti di pugilato ed il cielo scuro, illuminato da lampi che lasciano presagire un’inondazione da vecchio testamento.

Io però dovevo andare, avevo un appuntamento con l’E-Team.

Prima che pensiate al nero Mr T ed al telefilm anni ’80, preciso che l’E-Team è una crew di street artist, ovvero un gruppo di artisti di strada. Da qualche tempo, infatti, mentre mi aggiro per Bovisa, mi accompagna una strana curiosità. Guardo graffiti, frasi, sogni ed incubi tracciati con bombolette spray su pareti e serrande, e mi chiedo: chi sono quelli che disegnano sui muri della mia periferia? Che cosa li spinge a realizzare scritte, murales, o addirittura opere tridimensionali, come ossa di dinosauri, volti e cervelli che spuntano dalle pareti? Chi glielo fa fare di spendere tempo, soldi, di rischiare insulti e denunce? Chi sono, e quale è il loro mondo?

Inoltre un’altra domanda, più complessa e bizzarra (leggi: da pervertito) mi è inoltre affiorata nella testa di recente. Ero sul mio balcone, con un piede appoggiato sulla ringhiera ed una fedele birra al fianco, e stavo leggendo “Sciamani” di Graham Hancock, che fa notare come nei graffiti preistorici i soggetti più abbondanti non siano le famose scene di caccia, bensì ibridi metà umani metà animali: uomini con testa di toro, antilopi con gambe di uomo, eccetera. Lui li chiama”teriantropi”. Potremmo anche chiamarli mostri.

Ed ho pensato: che strano, i disegni sui muri sono spesso mostruosi, e spesso metà umani e metà animali. Va bene, certo, forse è solo un caso. Ma sono 50.000 anni che vediamo un muro e, tra tutti i soggetti possibili (un fiore, un cielo stellato, una montagna, il volto della donna che amiamo), nove volte su dieci decidiamo invece di disegnare minotauri, vermi con volto di uomo, ragni antropomorfi che depositano uova. Mostri.

Perché?

Beh, mi sono detto sul mio balcone, perché non chiederlo agli ultimi eredi dei graffiti preistorici? Perché non chiederlo ad HotInPublic , che disegna giganteschi maiali antropomorfi sui muri dello stadio di San Siro, ed alla sua allegra compagine di graffitari?

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Lo contatto quindi su facebook, ci annusiamo un po’ a vicenda, e mi da infine appuntamento ad uno dei due birrifici di Lambrate, sotto un cielo che promette tempesta. E la mantiene. Io ed Elena dei Dinosauri facciamo appena in tempo ad arrivare al Birrificio prima che il nubifragio cominci. Tre degli undici membri dell’E-Team sono già là, ad aspettarci.

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Ciao come stai? Ciao bene tu? Mi sa che abbiamo scelto un posto pienissimo. Non c’è problema. Questi sono i tuoi amici? Sì. Ti presento Elena dei Dinosauri, prendiamo una birra e poi cominciamo? Va bene.

Cominciamo.

Per prima cosa, chiedo, che vuol dire fare parte di una crew? Come siete nati?

“Ma guarda” “mi risponde LeSaboteur, che ha più il phisique dell’ingegnere che dell’artista “noi eravamo amici, avevamo una chat su what’s up su cui scrivevamo cavolate, “E” era l’iniziale di non so quale modella russa che avevamo messo come immagine della chat. E poi ci si ritrovava a disegnare insieme sempre, e alla fine è nata la crew. Ci troviamo bene, impariamo l’uno dall’altro, se dobbiamo realizzare un lavoro insieme ci fidiamo. Che poi noi abbiamo stili molto diversi, anche perché siamo abbastanza nuovi.”

“Adesso siamo riusciti almeno a metterci d’accordo sull’usare gli stessi colori.” ride Hot in Public, che è uno alto, e magro, e orecchinato “Ci sono crew che hanno uno stile condiviso molto più forte, anche se riconosci le varie mani.”

Ma per esempio che cosa disegnate?

“Difficile a dirsi.” risponde HotInPublic (da qui in poi, abbreviato in HiP). “Io mi rifaccio molto a dove disegno. Magari il muro ha già una forma particolare, e allora mi adatto a quello. Magari un passante mi dice una cosa, e quello diventa lo stimolo. Oppure voglio fare una critica sociale, o raccontare qualcosa del mio passato. Per me è una ricerca continua, anche per il mio percorso personale: ho fatto l’artistico e ho studiato a Brera, e per me l’arte di strada va vista nel contesto più ampio dell’arte in generale. Poi a me piace farlo con la bomboletta, ma è uno strumento come un altro.”

“Lui finirà a fare l’artista in qualche museo” lo sfotte AlfSour, sorridendo tra barba e capelli lunghi. Lui disegna in stile californiano, e io faccio finta di capire cosa significa.eb07ccd1-ee82-4a58-91ce-eacdcc9a5ab2

“Raccogli tutto quello che hai dentro e lo tiri fuori.” sintetizza LeSaboteur “Ci pensi sempre, ti guardi intorno, guardi i muri, e lì butti fuori tutto. Tutto quello che vivi, tutto quello che ti interessa, tutto quello che leggi. Io per esempio sto studiando occulto, simbologia, e questo mi sta influenzando. Tu c’eri quando siamo stati chiamati a disegnare a San Siro, giusto?”

Sì.

“Beh là  ad esempio ho realizzato un divinità guardiana babilonese, però con la testa a forma di moka.” ride.

Mi rimane un dubbio, e lo espongo: ma in tutta questa ricerca ed in questa complessità, come inquadrate le tag? Perché scrivere il proprio nome, o il proprio soprannome, sul muro, per quanto in modo elaborato? Dov’è l’arte, là?

LeSaboteur si gratta la testa.

“E’ un’affermazione di esistenza. Sono nate nei ghetti americani, in cui non eri veramente nessuno. Dicono io ci sono, guardami, dove ti giri mi trovi, sono dappertutto. Diventano il logo dell’artista, che se è veramente bravo riesce a farlo ogni volta diverso, ma sempre riconoscibile. Poi capisco che possano non piacere, o anche dare fastidio. Anche a me non piacciono molto. Però anche quella è violenza” è indica una stuola di manifesti elettorali gialli dall’altro lato della strada “anche quella è imposizione, così come la pubblicità che ti aggredisce ovunque ti giri.”

“Le tag sono anche appropriazione di un territorio.” aggiunge Hip, girando una sigaretta.

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“Dicono: questa è la mia zona.” continua. “Pensa che ci sono rivalità nel mondo dei writer, che magari non finiscono a coltellate ma a sberle sì, perché hai scritto sul mio muro, o perché hai coperto la mia tag. Poi a noi non è mai accaduto, e non è una cosa che condividiamo tanto.”

“Che poi ti incazzi anche perché il muro te lo curi” mi dice LeSaboteur “Gli togli le erbacce, lo imbianchi. Abes, uno della nostra crew, addirittura lo stucca, e se ha qualche problema lo ripara, anche perché fa il muratore.”

“A Napoli questa cosa del territorio è ancora più forte” aggiunge Alfsour, che come Le Saboteur è partenopeo. “Anche perché a Napoli l’arte di strada è forse più popolare, ancora più legate alle zone, ai quartieri.”

“Già” concorda HiP “a Milano invece si sono creati dei circoletti, delle elite di writer che secondo me non hanno molto senso. La street art si è adattata alle varie situazioni che ha trovato.”

Mi tolgo un’altra curiosità, e gli chiedo; ma voi, che lavoro fate? Insomma, come fate la spesa, come pagate l’affitto? Cioè nessuno ti paga per disegnare su un muro, giusto?

Sbagliato. HiP mi spiega che metà dei suoi introiti derivano da lavori su commissione. Magari sei un privato che non tollera il grigio del muro nel suo bel giardino? Chiami una crew ed una foresta spray cresce sulla tua parete, ed il tuo giardino diventa infinito. Hai un negozio di caccia e pesca? Ecco un bel pescione colorato sguazzare sulla tua serranda.

“Per l’altra metà del tempo faccio l’educatore” racconta HiP “spesso legato al disegnare, comunque. Una volta mi hanno chiamato per fare uno laboratorio di street art con dei nordafricani, che erano appena sbarcati dal gommone. Era parte di un progetto che ha coinvolto la mia associazione, Street Arts Academy. C’erano persone di tutte le età: c’erano ragazzi di 16 anni e uomini di 30. Uno di loro faceva il medico, al suo paese. Non parlavano una parola di italiano, ci capivamo in inglese o in francese. Lì li ho aiutati a mettere su carta tutto quello che volevano, i disegni li facevano loro. Spesso sceglievano qualcosa che raffigurasse il paese dove erano nati, e che avevano lasciato. E’ stato molto bello.”

Le Saboteur e Alfsour invece sono grafici, come Elena dei Dinosauri (“postproduzione” mi corregge lei, da cinque anni).

L’acqua scende sempre più intensa.

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HiP si toglie il giubbotto semizuppo, la tenda del birrificio non basta a ripararci completamente. Ci spostiamo un poco più al centro, e, nonostante lo scenario apocalittico che ci circonda, dopo un po’ ci raggiunge anche Cheris, che aveva sbagliato posto e ci aspettava qualche via più in là.

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Capelli alti al centro di una testa rasata, e piercing abbondanti sul volto, Cheris ci racconta che è una delle non molte street artist donne di Milano. E’ l’ultima ad essere entrata nella crew, ha iniziato a disegnare alle medie e aveva smesso quando, tragicamente, un loro compagno era morto fulminato dalla corrente della metropolitana, dove era andato a disegnare. Cheris era quindi passata alla musica, ancora oggi canta in un gruppo e per un periodo ha condotto un programma su Rock TV (che ha poi sede in Bovisa).

Ma il disegno era troppo forte nelle sue vene, e ora Cheris si ritrova ad essere writer, pittrice e tatuatrice di stile naturalistico, ed il suo biglietto da visita, che ci consegna, è uno stupendo ritratto di Frida Khalo in tinte di rosso e nero, che è un po’ la sua firma.

Nel frattempo ci siamo fatti due birre, il mio pacchetto è vuoto come la mia anima e ho già scroccato almeno tre sigarette. La pioggia si è fatta leggera, l’ora tarda, e urge il rientro.

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Pongo quindi il mio domandone. Perché disegnate mostri metà umani metà bestie, chiedo, come i primi uomini, come gli sciamani forse strafatti che entravano nelle grotte per comunicare con gli spiriti?

Ci pensano.

“Perché rappresentano tutto ciò che temiamo.” risponde le Saboteur, cercando di mettere da parte i suoi studi esoterici per una risposta più personale “La nostra sofferenza, le nostre ansie e le nostre paure.”

“Perché sono il nostro tentativo di trovare il nostro posto nella natura” mi dice invece HiP “Perché ci riportano a qualcosa di più istintivo. Di primordiale.”

Prendo le loro risposte opposte e le ripongo con cura su uno scaffale della mia memoria. Ho la sensazione che se ponessi la stessa domanda ad altri cento street artist avrei altre cento risposte diverse. Tutte potenzialmente vere e corrette, e che non necessariamente si escludono a vicenda, per quanto distanti.

Stringo le loro mani, saluto ringrazio. Io ed Elena dei Dinosauri corriamo verso la macchina, sotto la pioggia leggera, saltellando come due folletti.

 


Si ringrazia E-Team per l’intervista, e tutti i suoi membri (che sono, in ordine sparso: LeSaboteur, AlfSour, Mr.Quake,  HotInPublic, Des, Abes, Nigro, Wolsha, Dodo, Ysar, Cheris)

Le vie di Dergano

Dergano è il quartiere attaccato a Bovisa. Qualcuno mi disse che in passato avevano una relazione simbiotica: Bovisa era luogo di fabbriche, Dergano di spedizionieri. A Bovisa facevano, a Dergano portavano nel resto del mondo.

Detto questo il rapporto tra Dergano e Bovisa è un po’ strano. Vicini, simili, eppur distanti. Non si capisce bene dove inizi uno e finisca l’altro, eppure sono ben distinti.

Cerco di definire il loro rapporto, e non trovo la frase giusta.

E allora raccogliamo le sigarette, e andiamo a scoprire Dergano.

Sabato scorso c’era una bella festa di quartiere chiamata “Via dolce via”, dove ho potuto vedere cose bizzarre.

Del tipo bambini che giocano a scacchi.

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Bambini che imparano la scherma.

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Bambini impegnati a creare vasetti di ceramica per l’orto di quartiere, troppi intenti nel loro lavoro per chiedere l’iphone alla madre e giocare ad Angry Bird.

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Sono lieto di affermare che nella top ten delle cose bizzarre c’era anche il sottoscritto, che, avvolto da due grossi fogli di carta, chiedeva ai passanti di scrivere sul suo corpaccione cosa pensassero della loro periferia.

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Perché rendersi ridicolo è sempre la risposta giusta.

“Salve signora, vuole scrivere come è la sua periferia?”

“Da migliorare” mi risponde, con le labbra ben strette, in una posizione che nel mio paese è chiamata “a culo di gallina”.

“Ciao, mi scrivi come è la tua periferia?” chiedo.

“E’ bellissima, ma mi sono entrati in casa.”

“E’ verde!”

“E’ grigia!”

“Rumorosa!”

“Tranquilla!”

“Tesoro” dice la mamma ad una bambina “vuoi scrivere tu come è il tuo quartiere?”

La bambina ci pensa un attimo e poi scrive “Isabella”, il suo nome, con l’egocentrismo tipico dei bambini.

“Scusa mi vuoi scrivere come è la tua periferia?” chiedo.

“Non è periferia, questo è il centro del mondo!” risponde una ragazza ridendo.

“Scusa, vuoi scrivere come è la tua periferia.”

“Sono della Brianza!”

“Abito in montagna!”

“I’m from London!”

“Ok, tell me about your bad neighboud.” rispondo.

“Posso scrivere in cinese?”

“Certo.” dico io.

La mia postazione è bella al sole, quindi quando raggiungo il punto di cottura mi infilo una sigaretta in bocca e chiedo ai ragazzi di Gallaradio, che hanno lo stand proprio davanti al mio, di dare uno sguardo ai miei libri: vado a farmi un giro.

La scuola media del quartiere espone i lavori su “Lo Hobbit” fatti dai ragazzi.

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Poco più avanti ci sono dipinti, tra cui una riproduzione de La Notte Stellata di Van Gogh.

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Tanta bravura da mani bambine mi sciocca e mi rende verde d’invidia. Ricordo ancora il mio ultimo lavoretto scolastico:  volevo fare un specie di totem. Lo intagliai nel legno e lo dipinsi di colori improbabili.  Orgoglioso, lo mostrai ai miei genitori: mi sembra ancora di sentire le loro risate. Il totem è tuttora posizionato vicino al televisore della mia casa natia, a mia eterna presa per il culo.

Incontro il prete del paese. Incontro un tipo che si occupa di progettazione sociale, qualsiasi cosa sia. Parlo con un’esponente di Mammuz, un’associazione di mamme, che ha una bella maglietta con un mammuth sopra. E’ il loro simbolo: Mamme, Mammuts, Mammuz. Chiedo se la maglietta c’è anche da uomo. Bizzarramente, non c’è.

Capito in un’azienda di coworking di webdesigner, che ha organizzato una mostra di soggetti spaziali, realizzati fotografando polvere colorata. Mi offrono una birra che accetto con gratitudine infinita.

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“Questo è un posto storico” mi raccontano “Era la sede dello Studio Azzurro. Facevano ricerca artistica tramite nuove tecnologie, tipo affreschi digitali, o interattivi. Ci dovrebbe essere una mostra, a Milano, da qualche parte.”

Ho lasciato soli i miei libri per troppo tempo. Ritorno, e mentre cammino penso che queste manifestazioni rendono visibile l’invisibile, fitta rete di realtà che si nasconde tra i palazzi delle periferie.

“Scusa, mi scrivi come è la tua periferia? Com’è Dergano?” chiedo ad una ragazza  bruna che passa.

“Di dove sei tu?” mi chiede lei.

“Bovisa.” rispondo. “Cioè immigrato, però vivo in Bovisa.”

Lei prende il pennarellone, sorride, e scrive

“Bovisa e Dergano sono due amanti attempati.  Di quelli che però, all’alba, ognuno torna a casa sua.”

Ed eccola lì, la definizione che stavi cercando, scritta sul tuo corpo in pennarello verde.

Guardo la ragazza.

“Questa me la firmi.” Le dico.

Lei sorride.

Dergano, Milano nord ovest, per qualcuno il centro del mondo.

 

Periferia 42

«La risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto è… 42. Sì, ci ho pensato attentamente ed è questa, 42. Certo sarebbe stato più semplice se avessi conosciuto la domanda.»

«Ma era LA domanda, la domanda fondamentale di tutto quanto!»

«Questa non è una domanda! Solo quando conoscerete la domanda comprenderete la risposta.»

Guida galattica per gli autostoppisti, Douglas Adams.

Qualcuno mi ha chiesto:

“Ma perché parli di Bovisa come di una periferia? Va bene siamo fuori dalla circonvallazione, ma in sei minuti siamo in Cadorna, quando mai si è vista una periferia così vicina al centro?”

Altri hanno esclamato, con una certa insofferenza:

“E basta! Quando lo vogliamo capire che Bovisa non è periferia, ma uno dei quartieri storici di Milano?”

Come se non potesse essere l’una e l’altra cosa.

Questo scatena una domanda poco interessante, ed una MOLTO interessante.

La prima, la più scarsa, è “Dove inizia la periferia?”.

La seconda, gigantesca, è “Che cos’è una periferia?”.

La prima la ignoro; la seconda è troppo grande per me e, forse, troppo pericolosa. Le definizioni sono gabbie, dove il pensiero muore.

La terza domanda, figlia delle prime due, è quella che mi affascina stasera:

“Dove finisce una periferia?”

Ok, non siamo tutti d’accordo che Bovisa sia periferia, va bene. Quarto Oggiaro, con la sua brutta fama, con la sua piazzetta dello spaccio? Barona, con il suo passato agricolo? Sono periferia? Sì? Va bene.

Aumentiamo di una tacca la difficoltà.

Pioltello? Con il suo quartiere dal nome cosmico, “Satellite”, sede di tanta immigrante immigrazione,“Non c’è niente a Pioltello”, Pioltello, ai suoi 45 minuti di macchina da Milano, è periferia?

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“Naturalmente no” dirà qualcuno “è comune a sé. È lontano. Che c’entra con Milano?”

“Sicuramente sì” dirà qualcun altro “Non c’è niente perché orbita intorno Milano, non è un caso che il suo quartiere si chiami Satellite. E hai mai visto le magliette «Pioltello pane amore e coltello» nei negozi meneghini? Milano è egocentrica, Milano parla solo di se stessa, perché dovrebbe perdere tempo a creare magliette su posti che non la riguardino?”

Alziamo la difficoltà ancora di una tacca.

“Novate è periferia?”

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“Sicuramente no. È un comune per conto suo, e poi è un comune di gente bene. Hai visto quanto è carina Novate? Quanto costano le case a Novate? Può essere periferia!”

“Certo che sì. È a 15 minuti di treno da Cadorna. È dove vivono quelli che lavorano a Milano, che orbitano intorno a Milano. Dove è lo stacco tra Milano e Novate? Bovisasca non porta a Novate? Guardali su una mappa, guardali da un satellite: riesci veramente a dire dove finisce Novate e inizia Milano?”

Alziamo la difficoltà di una tacca ancora.

“Saronno è periferia di Milano?”

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“Spero tu stia scherzando. È provincia di Varese. Ha quasi 40.000 abitanti. Industrie,  sedi di multinazionali, un proprio centro. Cosa c’entra con Milano?”

“Sono stato un venerdì sera nel centro di Saronno. Alle 11 c’era un solo bar aperto, e stavano mettendo le sedie sui tavoli, e abbassando le luci. Non è che tutti i suoi ragazzi scappano verso Milano? I suoi figli non vanno forse a scuola a Milano? Milano, che è a 19 minuti di treno? Saronno è popolosa, e allora? Ponticelli, periferia di Napoli, fa 75.000 abitanti. Saronno è industrializzata, e allora? E ogni periferia non lo è, o non lo è stata?”

Ora.

Io vengo da un paese del Lazio che si chiama Bassano Romano.

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Nonostante il nome è provincia di Viterbo, ovvero a nord di Roma, verso la Toscana, che ci vuole un’ora di macchina per raggiungere il Caput Mundi, che ci vuole almeno il doppio di treno, contando i ritardi.

Eppure io parlo con accento romano. Romano, non bassanese. Il bassanese, il mio dialetto vero, ha bizzarre influenze di napoletano, e poi sa di terra, di valli, di nocciole. Eppure io, e con me tutta la mia generazione, parliamo un mezzo romano di borgata: magari non abbiamo niente a che vedere con Roma, neanche da lontano, eppure sembriamo tutti Christian De Sica in un cinepattone.

Perché le città sono giganteschi pianeti, sono dei Saturno, degli enormi Giove gassosi e indistinti, e noi periferie e paesini e paesoni siamo satelliti attirati dalla loro sconvolgente forza gravitazionale, e le onde della loro influenza, della loro attrazione, vanno ben oltre i confini legali e fisici stabiliti dagli uomini.

Dove finisce la periferia? Non ho la risposta. Non mi interessano le risposte. Le risposte sono pericolose, le risposte sono un punto, le risposte sono gabbie dove il pensiero muore.

Ascoltate questo terrone, al suo terzo bicchiere di grappa nel suo circolo arci periferico e locale.

Diffidate da chi ha tutte le risposte.

A volte è meglio fare una buona domanda.

….

Dove finiscono le periferie?

 

Il vecchietto tremolante – Incontro di periferia con sorpresa

Tornavo da una giornata di braciolate al Boscoincittà, dalle parti di Trenno. Ero alla fermata, aspettando un qualcosa che mi riportasse verso casa, quando è arrivato un vecchietto, camminando piano piano e appoggiandosi, quando possibile, alla banchina, o al muro. Tremava tutto, il vecchietto; forse aveva una qualche forma di parkinson. Mi sono messo a guardarlo, un filo preoccupato: dubitavo che avesse lo slancio necessario per mollare la banchina e atterrare sul pullman.

Così, quando il pullman è alla fine arrivato, l’ho praticamente issato e ce l’ho messo sopra.

Lui mi ringrazia molto della mia gentilezza. E come ricompensa mi appioppa un libro che ha scritto lui, con tanto di firma tremolante. Il vecchietto mi comunica che è un libro di poesie (“Ahia” penso io, che sono pieno di preconcetti verso chi “scrive poesie”). Mi dice anche che è un poeta conosciuto. Che usa uno stile ermetico. Che è anche pittore. Che i suoi quadri sono stati esposti alla triennale.

Ah ah, dico io.

Scendiamo vicino ad un orrendo centro commerciale. La moglie è venuta a prenderlo con la macchina, e la cosa mi rassicura.

Mi ringrazia ancora.

Lo saluto.

Nel viaggio verso casa do uno sguardo al suo libro.

E’ pubblicato Mondadori.

Ok. Ok. Forse vale la pena dargli una letta.

 

UNA FORMICA

Inutile

riaprire

cantieri,

innalzare torri,

sfidare il Dio

 

Inutile

rischiare

babeliche

implosioni

della lingua,

e l’ascesa

che muta

in caduta

 

Una formica già lo sa,

che il cielo

comincia

ad un millimetro

da terra.

“Bella!” penso. “Cazzo bella!”

Nel tragitto verso casa divoro il libro. Riguardo il nome dell’autore: nella mia abissale ignoranza, non lo conosco. Ho il cell scarico. E quindi devo aspettare che il pullman infinito mi riporti in Bovisa per accendere il computer, andare su internet, e cercare “Tonino Milite”.

 

Tonino Milite

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Tonino Milite (Tirana, 1942Milano) è un pittore e poeta italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Studiò a Milano presso l’Accademia di Brera di Milano, negli anni settanta iniziò la sua carriera come illustratore e divenne collaboratore di Bruno Munari. Nel 1997 pubblicò il suo primo libro di poesie “Dubi ti amo”[1] e nel 2001 Garzanti pubblica una sua opera sulla copertina del libro “Il Novecento” della “Storia della letteratura italiana”. Dall’anno 2000 ha esposto le sue opere pittoriche presso il Salone d’onore della Triennale di Milano, l’università Bocconi, il Mart di Rovereto, il Museo d’Arte Città di Lugano e Palazzo Sormani di Milano[1].

Le sue opere trascendono la tradizione per approdare in un mondo molto particolare, che è parzialmente legato alla realtà e parzialmente legato alla fantasia in un miscuglio di colori, sensazioni, emozioni che si completano a vicenda, rincorrendosi come le note che compongono un’armonia. [2]

Sposato con Gemma Capra, la vedova del commissario Luigi Calabresi, ha cresciuto i figli di essa, tra cui il giornalista Mario Calabresi[3], che ha intitolato uno dei suoi libri, l’autobiografico Spingendo la notte più in là, con un titolo di una poesia di Milite[4].

Ha inoltre ideato nel 1981 la bandiera arcobaleno simbolo della pace[5].

 

Insomma, altro che vecchietto suonato.

Adesso è qualche anno che il suo libro è nel nostro bagno, sulla lavatrice. Prima che mi accusiate di lesa maestà sappiate che la lavatrice è il posto d’onore dei libri, nella mia casa. E’ dove io e i miei coinquilini mettiamo e condividiamo i grandissimi, per usufruirne in modo comune, e magari incrociarci in corridoio e  dirci

“Oh fico Walt Whitman, per andare in bagno è grandioso!”.

“Vero? Dico anch’io.”

Adesso per esempio c’è Propp, c’è passato Joyce. E sì, il libro di Tonino Milite si è un filo arricciato per l’umidità, ma la dedica si legge ancora.

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Grazie a te, Tonino.

Aperitivo alla Biofficina

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La Biofficina è un bel posto. Birra buona, libri sugli scaffali, un piccolo mercatino biologico, e si mangia proprio bene. E il gestore è un quartese simpatico, il che non guasta.

Per quello sono contento che il 7 maggio alle 6.30 proprio alla Biofficina (Via Signorelli 13, una traversa di Paolo Sarpi, per capirsi) terremo un aperitivo per parlare un po’ del libro “Noi viviamo in periferia – Tutto quello che mi serve veramente sapere l’ho imparato in Bovisa”. E del blog, naturalmente. Che sta diventando sempre più un “compagno” del libro. Almeno nella mia testa malata.

Quindi venite a far un salto. Non sarà una pallosissima presentazione frontale, giuro. Venite a fare due chiacchiere, bere una buona birra, gustare dei manicaretti che io li ho assaggiati e… insomma. Non voglio anticipare niente, ma fidatevi di uno che in prima comunione portava 50 di pantaloni.

Link all’evento su facebook

Link per comprare il libro, arrivare preparati e farmi domande che mi mettono in difficoltà 

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Quarto by night

E’ sera. Vado a Quarto Oggiaro da solo, che Elena dei Dinosauri a boxe ha rimediato un occhio gonfio, e mi apre la porta tenendosi il ghiaccio sulla faccia.

Sotto trovate un suo autoritratto.

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Vado a Quarto Oggiaro di sera, da solo, con il cellulare quasi scarico e solo due sigarette nel pacchetto.

Parcheggio la macchina. Mi chiedo: la ritroverò?

Una persona saggia una volta mi disse:

“Siamo tutti razzisti. Bisogna esserne consapevoli, per saperlo tenere a bada.”

Ci sono tanti modi di essere razzista, penso. Eccomi qua. Ho scritto un libro sulle periferie di Milano, vado in giro a sproloquiare sulla loro bellezza, vivibilità, sicurezza, e controllo tre volte volte se ho chiuso la macchina.

Scendo in strada, e mi avvicino a Quarto Posto, che mi hanno detto che il giovedì sera diventa ritrovo giovane e vivo. Mi avvicino alla piazzetta di Quarto Oggiaro. La famigerata piazzetta di Quarto Oggiaro. Quella di “Fame chimica”. La “piazzetta dello spaccio”.

Mi avvicino e sento urla. Un uomo e una donna che inveiscono l’uno contro l’altra. Lite domestica, penso. Disagio. Degrado.

Poi arrivo a Quarto Posto, e scopro che è uno spettacolo teatrale.

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Ci sono ragazzi, seduti intorno ai tavoli di Quarto Posto, con le loro tovaglie a scacchi rossi da osteria. C’è una coppia anziana. Vedo molti disabili. Una signora down emette gridolini divertiti: lo spettacolo le piace. Si urla.

“CI VORREBBE LA PENA DI MORTE!” grida l’attore.

“BISOGNA FARE LA RIVOLUZIONE!” rinforza l’attrice.

“INCENDIAMO I CAMPI ROM!” propone l’attore.

Perché è questo, che mette in scena lo spettacolo. Il nostro razzismo, i nostri pregiudizi, il nostro qualunquismo facile.

Insomma, Quarto mi accusa, direttamente.

Chiedo qualcosa da bere e da mangiare. Qualsiasi cosa, ho saltato la cena. Sono un uccellaccio scappato dall’ufficio, ho due ali di giacca spennata che mi escono dai lati del giacchetto, e i pantaloni che mi calano dalla pancia vuota.

“GIUSTIZIA DA SOLI! GIUSTIZIA DA SOLI!” gridano gli attori brandendo una bandiera italiana.

Poco dopo ho davanti a me una Tuborg colorata ed un piatto di qualcosa di buonissimo che non distinguo, ma si sa che non sono un sommelier. Lo divoro.

“MI HANNO CHIESTO L’ASSICURAZIONE! IO NON CE L’HO L’ASSICURAZIONE! E LORO ARRIVANO E GLI DANNO TUTTO! COMANDANO A CASA NOSTRA!”

I ragazzi rollano sigarette. I disabili cominciano a farsi pernacchie con la bocca e ridacchiare, ma senza disturbare troppo. Io mi guardo intorno e trovo un vecchio amico.

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“FACCIAMO SCHIFO!” urla l’attore in preda ad improvvisa consapevolezza “FACCIAMO SCHIFO!”

“Ma abbiamo detto solo quello che pensano tutti” cerca di difendersi l’attrice “Anche Barbara d’Urso.”

“FACCIAMO SCHIFO!” ribadisce l’attore.

“Ma abbiamo solo parlato.”

“TAGLIANO IL CUORE LE PAROLE! LE PAROLE TAGLIANO I DIRITTI! LE PAROLE DIVENTANO QUELLO CHE FACCIAMO AGLI ALTRI. TI RICORDI QUANDO I NOSTRI NONNI PARTIVANO? TI RICORDI COME LI CHIAMAVANO? HANNO FATTO IL TRATTATO SULLE RAZZE! C’ERAVAMO ANCHE NOI NEL TRATTATO SULLE RAZZE!”

“Noi siamo italiani…” replica l’attrice confusa.

“NOI SIAMO ITALIANI! SIAMO ITALIANI SIAMO ITALIANI!” grida l’attore.

E poi si volta verso il pubblico, e, con infinita delicatezza, dice

“Grazie.”

Parte l’applauso. Birra in mano e ultima sigaretta in bocca, vado a parlare con gli attori.

“Ma come è nato lo spettacolo?” chiedo.

“Ascoltando.” mi risponde la ragazza. “Tutto quello che abbiamo detto lo abbiamo sentito in giro. Non so ero in fila al CUP, e cominciavano questi discorsi. Io allora cercavo di prendere appunti, ma se tiri fuori un foglio ti guardano male.”

“Lavoriamo di memoria” aggiunge il ragazzo.

“Ma come vi chiamate” chiedo.

Ultimo teatro.

Esco a fumarmi l’ultima sigaretta. Scambio due parole con Pietro. Scopro che i ragazzi disabili sono l’associazione di catering sociale da cui si riforniscono. Che la coppia anziana sono il presidente dell’ANPI locale e sua moglie. Che la prossima settimana ci sarà una cena con i carcerati, in collaborazione con l’Associazione 21:  ad ogni porzione un carcerato racconterà un episodio della sua vita, una storia che non ha niente a che vedere con il motivo per cui è in galera. Gli invitati possono fare domande e parlare.

Vedere l’uomo dietro il carcerato. Vedere la persona dietro lo stereotipo. I pregiudizi.

Quarto ci tiene a rigirare il dito nella piaga, stasera.

Pietro mi racconta delle serate musicali, della riconquista gioiosa del ponte su cui Casa Pound aveva messo il suo marchio. Della Festa di Primavera di zona 8 della scorsa settimana, dove ognuno portava qualcosa, e loro facevano serigrafia, e c’era chi portava i giochi per i bambini. E quelli che hanno aperto un’associazione di falegnameria popolare? E qua mi snocciola un elenco di associazioni in cui mi perdo.

“Sai che abbiamo fatto anche una serata di incontro e confronto con Milano 2?” mi dice “E’ venuto fuori che loro avevano associazioni ma più sportive, calcistiche, insomma, da gente più ricca. Ma stranamente sembrava quasi che si vivesse meglio qua. Che ci fosse più rete. Vedi questa piazza? A Milano 2 ce n’è una simile, ma c’è in mezzo un lago. Non ci va nessuno. Qui invece c’è sempre gente. Ci siamo noi. C’è l’ANPI. Qua davanti c’è Agorà, offre servizi gratuiti e iniziative per i bambini. Negli stessi spazi c’è Save the Children. A fianco stanno aprendo un posto che offre servizi medici.”

Pietro è così gentile da scroccare una sigaretta per me che sono in astinenza. Lascio i ragazzi di Quarto Posto a chiacchierare sui divani che hanno portato fuori, in piazza; me ne vado a malincuore ma oggi è giovedì e domani mi rimetto il badge al collo.

Torno alla macchina. Con grande umiliazione, vedo che c’è ancora.

 

 

Periferie del mondo – San Pietroburgo

Io ora raccontare di volta che io avere visitato Periferia di San Pietroburgo.
(Pezzo da leggere con forte accento russo, da?)
Tovarich Ekaterina me ospitare. Però tovarich Ekaterina avere problemi con lavoro. Riceve chiamata da capo: servire dati e proiezioni.
Apre computer quindi, e dire qualcosa in dialetto russo che io no capire, però suo crocifisso spezzare a metà, quindi io capire da contesto.

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Decido quindi di esplorare gloriosa San Pietroburgo.
“Tu andare in centro?” chiedere tovarich Ekaterina da dentro foglio excel in cui si è smarrita.
“No io fare giro in paraggi”.
“Perché? Questo quartiere dormitorio.” Squilla cellulare di Ekaterina. Tovarich Ekaterina risponde con molti da. Io uscire.
In ascensore rispondo a domanda di tovarich. Perché città è come donna: tutte donne belle il sabato sera, ma per sapere come è donna devi guardarla in faccia lunedì mattina, e per scoprire come è città devi guardare dove maggior parte di sua gente dorme e vive, no in bel centro per turisti.
Gente di san Pietroburgo dorme e vive qua.

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